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martedì 5 maggio 2015

OMOSESSUALITÀ E VERITÀ DEL VANGELO: VERSO UNA EFFICACE CURA PASTORALE (di Robert A. Gahl, Jr.)

1. Amore umano e sessualità.
«Non è bene che l'uomo sia solo» (Gn 2, 18). Con queste parole il libro della Genesi introduce la creazione di Eva, la prima donna. Il racconto ispirato della creazione spiega l'origine della differenza fra uomo e donna indicando che gli esseri umani, creati ad immagine e somiglianza di Dio (cfr Gn 1, 26), sono chiamati ad una comunione d'amore. Secondo il racconto della Genesi, la complementarità fra uomo e donna, un riflesso dell'«interiore unità del Creatore», è orientata a questa comunione (1).
Sin dalla creazione dei nostri progenitori, le relazioni sessuali hanno sempre avuto il significato di essere una fondamentale espressione dell'amore umano al servizio della fecondità nella famiglia e dell'unità fra marito e moglie. La Chiesa pertanto «celebra nel sacramento del matrimonio il disegno divino dell'unione amorosa e donatrice di vita dell'uomo e della donna» (2). Di conseguenza, in concordanza con la legge naturale, la Chiesa insegna che ogni uso della facoltà sessuale al di fuori della relazione coniugale è immorale e quindi può solo condurre alla frustrazione ed alla separazione piena di rimorso dal Creatore Divino.

Robert A. Gahl, Jr. - Pontificia Università della Santa Croce
2. Omosessualità: definizione e valutazione
Quando Adamo ed Eva abusarono della loro libertà disobbedendo a Dio, essi commisero il peccato originale che ferì la natura umana. Gli effetti del peccato originale sono sperimentati da ciascuno di noi. Il peccato oscura la somiglianza dell'uomo con Dio, offusca la nostra percezione del significato sponsale del corpo umano, e rende difficile il permanente e non egoistico amore fra marito e moglie (3). A motivo del peccato originale, la natura umana è ferita nelle sue proprie forze naturali ed è inclinata al peccato (4).
L'omosessualità è una delle molte manifestazioni del disordine nelle inclinazioni umane introdotto dal peccato originale. L'omosessualità è la condizione di coloro «che provano un'attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso» (5). Come ogni altro disordine introdotto dalle conseguenze di tale peccato nella natura umana, l'esperienza delle inclinazioni omosessuali è una provocazione al combattimento spirituale (6). La Chiesa distingue fra tendenze e attuazione di queste tendenze. La Chiesa pertanto distingue anche fra persone che sperimentano tentazioni omosessuali e atti omosessuali. Uomini e donne che sperimentano inclinazioni sessuali orientate predominantemente verso membri dello stesso sesso sono considerate persone omosessuali. Gli atti sessuali volontari, od ogni forma di contatto sensuale per una gratificazione sessuale, fra persone dello stesso sesso è considerata attività omosessuale. Mentre il peccato originale è la causa remota dall'omosessualità, la causa prossima sembra essere una combinazione di vari fenomeni non totalmente spiegati dalla scienza.
Dal momento che contraddicono il piano del Creatore, gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati. Chiunque acconsenta liberamente ad una pratica omosessuale è personalmente colpevole di peccato grave (7). L'attività omosessuale annulla il ricco simbolismo, significato e fine presente nel disegno del Creatore. Nella sua intrinseca sterilità esso contraddice la vocazione ad una vita di auto-donazione nell'amore espressa dall'unione complementare coniugale fra uomo e donna (8). L'attività omosessuale manca della finalità essenziale indispensabile per la bontà morale degli atti sessuali. La Sacra Scrittura condanna l'attività omosessuale come una seria depravazione e addirittura «come la triste conseguenza del rifiuto di Dio» (9) (cfr. Rm 1, 24-27). La Chiesa aiuta le persone omosessuali a lottare coraggiosamente contro inclinazioni disordinate e a conformarsi allo splendore della verità che si trova in Gesù Cristo (cfr. Gv 14, 6). «Quando respinge le dottrine erronee riguardanti l'omosessualità, la Chiesa... difende la libertà e la dignità della persona» (10). L'armonia sociale dipende, in parte, dalla realizzazione corretta del mutuo sostegno e complementarità fra i due sessi, motivo per cui la Chiesa non può appoggiare una legislazione civile che protegga «un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto» (11). Mentre si oppone ai rapporti omosessuali, la Chiesa anche difende le persone omosessuali da quelle forme di discriminazione che sono ingiuste (12) e cerca di aiutarle a trovare gioia e pace nel vivere la virtù della castità. Coloro che soffrono per inclinazioni omosessuali non sono necessariamente responsabili della loro condizione. Nessuno dovrebbe giudicare tali persone come inferiori. La lunga esperienza della Chiesa dimostra che con l'aiuto della grazia di Gesù Cristo, la recezione frequente dei sacramenti della Riconciliazione e della Santa Eucaristia, l'impegno ascetico, e – in taluni casi - una terapia medica, essi possono evitare il peccato e fare progressi nel cammino verso la santità. Tutti devono lottare per compiere ciò che è giusto, ed è solo con la grazia di Dio e con un grande sforzo che uomini e donne riescono a realizzare la loro propria perfezione interiore. La Chiesa riconosce l'eguale dignità di tutte le persone ed offre un'accoglienza materna a coloro che sperimentano inclinazioni omosessuali. Allo stesso tempo la Chiesa condanna in modo assoluto ogni malizia in parole o azioni nei confronti di persone omosessuali ed insegna che tale comportamento mette in pericolo i principi più fondamentali di una sana società. Di conseguenza la Chiesa insegna che la legge umana dovrebbe promuovere il rispetto per la dignità intrinseca di ogni persona (13).

3. Orientamenti per una pastorale delle persone omosessuali
Nella sua azione pastorale la Chiesa apre le sue braccia a tutti gli uomini e a tutte le donne. «La Chiesa è il luogo in cui l'umanità deve ritrovare l'unità e la salvezza» (14). «Ogni salvezza viene da Cristo-Capo per mezzo della Chiesa che è il suo Corpo» (15). Con iniziativa creativa motivata dalla carità, e senza alcun timore, il fedele cristiano esprime il paterno amore di Dio per tutti andando alla ricerca di ciascuno e venendo incontro al suo desiderio di salvezza. Convinta che la perfezione salvifica della libertà umana può essere trovata solo nella verità di Gesù Cristo, la Chiesa deve sempre proclamare coraggiosamente la morale cristiana, anche quando incontra opposizione o, in casi estremi, persecuzione e martirio (16).
Pertanto, ogni impegno pastorale o apostolato a favore delle persone omosessuali dovrebbe adempiere alle seguenti condizioni.
1) Il rispetto per l'eguale dignità delle persone omosessuali esige di riconoscere che le azioni peccaminose, come gli atti omosessuali, ledono la dignità umana. I ministri della Chiesa perciò devono vigilare perché nessuna persona omosessuale loro affidata sia fuorviata dalla diffusa opinione erronea che l'attività omosessuale è una inevitabile conseguenza della condizione omosessuale (17).
2) Per essere efficace, autentica e fedele, ogni cura pastorale di persone omosessuali deve far conoscere la grave peccaminosità del comportamento omosessuale. Senza respingere nessuna persona di buona volontà, la pastorale per i fedeli omosessuali deve comunicare, quanto prima possibile, le esigenti ma attraenti condizioni della verità morale. Dal momento che alcune persone possono sentirsi respinte dalla Chiesa, la cura pastorale delle persone omosessuali raggiunge i maggiori risultati quando le aiuta a riconoscere che la Chiesa le accetta come persone, mentre le aiuta a comprendere l'insegnamento della Chiesa.
3) Con il loro sforzo di vivere secondo il Vangelo, le persone omosessuali raggiungono la pace e il dominio delle loro tendenze disordinate. Essi sono incoraggiati ad imparare che con l'amore di Cristo, «possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana» (18). Ogni attività pastorale con le persone omosessuali dovrebbe pertanto privilegiare l'impegno ascetico personale, la generosa accettazione della volontà di Dio, il riconoscimento di essere un figlio di Dio, e l'unione delle proprie sofferenze e difficoltà al sacrificio della croce del Signore (19). Con una comprensione ricca di compassione la cura pastorale della Chiesa dovrebbe incoraggiare il fedele omosessuale a sperare nella potenza della risurrezione del Signore, con la fiducia che lo Spirito Santo produrrà in loro «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé» (Gal 5, 22). Così come San Paolo scrive ai Galati, «ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri» (Gal 5, 24). Le persone omosessuali pertanto dovrebbero far uso dei mezzi sperimentati per crescere nella virtù della castità, fra cui la frequente recezione dei sacramenti della Penitenza e della Santa Comunione.
4) L'autenticità della pubblica proclamazione del Vangelo da parte della Chiesa deve essere garantita dall'assicurazione che tutti coloro che sono impegnati nella pastorale delle persone omosessuali, specialmente il clero ed i religiosi, siano personalmente convinti della dottrina della Chiesa e pronti a professare la dottrina della Chiesa come la loro propria. L'affidabilità pubblica dei ministri della Chiesa esige che essi credano e professino gli insegnamenti della Chiesa. Per attirare nuovi membri alla Chiesa si esigono convinzioni personali ferme ed impegno. Un'efficace pastorale in favore delle persone omosessuali, anche con quelle che possono sentirsi emarginate dalla Chiesa, esige prontezza nel comunicare la dottrina morale della Chiesa con un'adesione personale. La riluttanza nell'esprimere la totalità della morale cristiana soltanto danneggia la cura pastorale delle persone omosessuali e pertanto reca loro una grave ingiustizia.
5) Ogni impegno pastorale pubblico nei confronti delle persone omosessuali dovrebbe essere fatto in stretta unità e sotto la guida del Vescovo locale allo scopo di garantire che la pastorale rifletterà sempre la pienezza della dottrina cattolica.
6) La pastorale nei confronti delle persone omosessuali non dovrebbe mai rifuggire dal proclamare la verità per timore di critiche, e dovrebbe parlare coraggiosamente contro la pretesa che la condanna dell'attività omosessuale sia una specie di discriminazione ingiusta delle persone omosessuali o una violazione dei loro diritti (20). Coloro che accettano la condizione omosessuale come se non fosse disordinata e legittimano gli atti omosessuali «sono mossi da una visione opposta alla verità sulla persona umana, che ci è stata pienamente rivelata nel mistero di Cristo» (21). Anche se non se ne rendono conto, la loro approvazione dell'omosessualità riflette «una ideologia materialistica, che nega la natura trascendente della persona umana, così come la vocazione soprannaturale di ogni individuo» (22).
7) Per evitare malintesi o confusioni, la pastorale in favore delle persone omosessuali deve sempre essere totalmente indipendente da ogni gruppo che favorisca uno stile di vita «gay» o pretenda che la condizione omosessuale sia equivalente o in qualche modo superiore alla castità vissuta nel matrimonio o nel celibato. Gli operatori pastorali impegnati a favore delle persone omosessuali non dovrebbero associarsi con organizzazioni che promuovano mutamenti nella legislazione civile che offuschino il riconoscimento giuridico del matrimonio e della famiglia equiparandovi le unioni omosessuali (23).

La Chiesa è consapevole della responsabilità di dover conservare il dono inestimabile della Rivelazione e di doverlo difendere contro ogni influenza nefasta. I programmi pastorali, quando sono intrapresi in conformità con la verità della Rivelazione, contribuiscono al benessere umano e spirituale delle persone omosessuali, ed all'integrità della società. Non si deve mai dimenticare che «ogni allontanamento dall'insegnamento della Chiesa, o il silenzio su di esso, nella preoccupazione di offrire una cura pastorale, non è forma né di autentica attenzione né di valida pastorale. Solo ciò che è vero può ultimamente essere anche pastorale. Quando non si tiene presente la posizione della Chiesa si impedisce che uomini e donne omosessuali ricevano quella cura, di cui hanno bisogno e diritto» (24).

Note:
1) Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera Homosexualitatis problema (1 ottobre 1986), 6.
2) Homosexualitatis problema, 7.
3) Cfr. Homosexualitatis problema, 6.
4) Catechismo della Chiesa Cattolica, 405
5) Catechismo della Chiesa Cattolica, 2357.
6) Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 405.
7) Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2396.
8) Cfr. Homosexualitatis problema, 7.
9) Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Persona humana, 8.
10) Homosexualitatis problema, 7.
11) Homosexualitatis problema, 10.
12) Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2358. Tuttavia «vi sono ambiti nei quali non è ingiusta discriminazione tener conto della tendenza sessuale: per esempio, nella collocazione di bambini per adozione o affido, nell'assunzione di insegnanti o allenatori di atletica, e nel servizio militare» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non-discriminazione delle persone omosessuali, in: L'Osservatore Romano, 24 luglio 1992, 11).
13) Cfr. Homosexualitatis problema, 10.
14) Catechismo della Chiesa Cattolica, 845.
15) Catechismo della Chiesa Cattolica, 846.
16) Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Veritatis splendor, 91.
17) Cfr. Persona humana, 8.
18) Catechismo della Chiesa Cattolica, 2359.
19) Cfr. Homosexualitatis problema, 12.
20) Cfr. Homosexualitatis problema, 9.
21) Cfr. Homosexualitatis problema, 8.
22) Cfr. Homosexualitatis problema, 8.
23) Cfr. Homosexualitatis problema, 9.
24) Cfr. Homosexualitatis problema, 15.

Omosessualità e verità del Vangelo: verso una efficace cura pastorale
ROBERT A. GAHL, Jr. - Pontificia Università della Santa Croce
Pubblicato in L'Osservatore Romano, 15 luglio 1999
Ristampato in Antropologia cristiana e omosessualità. Nuova edizione ampliata Città del Vaticano : L'Osservatore Romano, 2000. Quaderni de "L'Osservatore Romano", pp. 134-140

mercoledì 24 dicembre 2014

COSTUI ACCOGLIE I PECCATORI E MANGIA CON ESSI - Lc 15,2 (di dom Benedetto Nivakoff, osb)


Omelia di dom Benedetto Nivakoff, osb per la terza domenica dopo Pentecoste, 9 giugno 2013 (originariamente pubblicata su www.osbnorcia.org)


Dio, dice il vangelo odierno, gioisce molto per un peccatore che si pente. Il peccatore, come la pecora smarrita o il soldino perso, va cercato anche se questo significa lasciare tutti gli altri soli. Anticamente, la liturgia odierna celebrava il Sacro Cuore di Gesù, essendo oggi la Domenica fra l’ottava di questa festa. L’ottava non si celebra più, ma le letture sono rimaste uguali, quindi possiamo comunque trovare in esse un nuovo punto di vista sul Sacro Cuore, rispetto a quello che il vangelo della festa stessa ci ha già offerto. Non si parla più del cuore di Cristo trafitto con la lancia, e che fa uscire acqua e sangue, ma dello stesso Cuore che offre il Suo amore anche per la pecora smarrita, quella lontana, difficilissima da trovare. L’acqua e il sangue del Venerdì Santo sono qui descritti in termini più concreti.

E questi esempi ci commuovono, ci fanno pensare all’amore di Cristo per i peccatori, all’amore di Cristo per noi quando vaghiamo per luoghi oscuri, ma anche all’amore di Cristo che dobbiamo avere a nostra volta verso quelle persone che si sono allontanate dalla strada che porta alla felicità vera. Quindi il vangelo odierno ci spinge anche ad imitare l’amore del pastore non solo per le novantanove pecore rimaste nel deserto, ma per tutte.

È un bel percorso da seguire, è una bella idea andare a cercare la pecora smarrita, e riportarla con gioia e sollievo ai confratelli, a far loro vedere che l’ho trovata. Ma che succede se, dopo aver percorso un sentiero pericoloso, dopo aver lasciato le altre novantanove pecore nel deserto, dopo aver speso soldi, tempo, energia, e dopo essere infine riuscito a trovare quella pecora smarrita, la pecora non vuole tornare a casa con me?

Mi dice che sta bene dove sta, mi dice che su quella roccia il tempo è migliore, non piove mai, c’è vicino un fiume, c’è l’erba. E soprattutto, mi dice, non sopporterebbe la fatica del viaggio per tornare a casa. Sulle spalle o no, sarà troppo stancante tornare nel deserto con le altre pecore. E poi, una volta arrivata, ci sarà troppa sofferenza. La convivenza con le altre pecore le dà fastidio. Insomma la pecora smarrita non si sente smarrita; si sente meglio!

È una situazione ormai comune. Uno che ha preso la sua strada di peccato, anche se si trova male, non vuole mai dirlo: sto bene. Grazie. No, non mi servono le tue spalle per tornare. Ho i miei piedi e comunque vado da un altro parte. È una situazione che si trova in ogni stato di peccato fisso, ma un esempio particolarmente evidente si ha nel cosiddetto movimento gay. Nel clima di oggi, non puoi essere semplicemente una persona che ha attrazione per lo stesso sesso, devi abbracciare un’identità globale e politica per cui non sei più Uomo, carne e ossa come me, ma uomo diverso, speciale, uomo gay. Una volta arrivato a questa identità, non vuoi, anzi rifiuti violentemente di essere richiamato. Non sei una pecora smarrita, e quindi perché tornare?

Anche i cristiani di oggi si trovano in difficoltà a capire come rispondere. Una volta era chiaro che un tale comportamento gay non era accettabile come sistematico. Era chiaro che due uomini non potevano sposarsi. Ma oggi c’è molta confusione e non pochi cristiani si chiedono se forse nel passato non abbiamo capito male la situazione. Ci si chiede se si possa non vedere le persone gay come pecore smarrite ma come persone che semplicemente hanno una vita diversa. E chi sono io a criticare? Nonostante il fatto che persone con tendenze omosessuali compongono non più del 4% della popolazione, stando ai mass media sembrerebbe che siano almeno il 50% o di più. Se uno cerca di parlare con una persona che si è già identificato come gay, e suggerisce un’altra strada trova grande resistenza. Anzi, oggi si rischia di finire in tribunale, per un atteggiamento omofobo.

Tutto ciò però non ci autorizza a limitarci a fare finta di niente e a non sforzarci di capire bene questo problema. L’insegnamento della Chiesa è un insegnamento che non cerca di rendere schiavi gli uomini, ma di liberarli, di elevarli. Prende le mosse da una visione dell’uomo nella sua totalità. Ogni volta che un uomo si identifica con le sue tendenze e le eleva a sue caratteristiche, in modo da non essere più uomo in quanto tale ma uomo in quanto gay, o uomo in quanto ebreo, o uomo in quanto americano, riduce la sua persona ad una semplice sua parte, ad una frazione di ciò che è veramente. In questo caso, una tendenza sessuale verso lo stesso sesso diventa non solo un aspetto della persona, ma l’aspetto caratteristico e definitivo della persona. Si crede che perda il suo valore come uomo, se non è accettato come uomo gay.

Questo ridurre la persona ad un aspetto della sua interezza era ciò che facevano i farisei del vangelo odierno. Non dicono che Gesù mangia con persone cha hanno sbagliato, ma con peccatori e pubblicani. Loro identificano le persone con il peccato o lo stile di vita che hanno, mentre per Cristo, sono persone non meno degli altri, ma che che hanno sbagliato, hanno perso la strada, sono smarrite e non sanno che sono smarrite. Non sono persone di questo tipo o di quel tipo, sono uomini. Punto.

L’atteggiamento di Cristo quindi deve essere anche per noi l’esempio supremo di come agire nella cultura di oggi, quando la moda e la media ci dicono che l’unica risposta accettabile a tendenze omosessuali è l’universale identificazione della persona con la sua preferenza. Cristo parla con loro, ma più importante, mangia con loro. Nel mangiare con loro, non sta dicendo che il loro comportamento li aiuta a crescere o che li aiuta ad essere sempre più uomini. Stando a pranzo insieme a loro mostra loro che hanno un valore in sé che va oltre il loro comportamento.

Non dobbiamo sorprenderci di trovare resistenza nelle persone stesse. Spesso si prende un’identità come protezione. Se cominci a toccare la facciata che hanno costruito con tante sofferenze e ferite, reagiscono male. È vero con qualsiasi sensibilità, ma tanto più con persone che si identificano come gay. Loro portano questa etichetta su di sé come un casco di ferro per un motivo. Spesso, c’è sotto una storia di grande sofferenza, di ferite, di tanti tentativi di essere capito senza mai riuscire. La soluzione non è quella della moda di dir loro che sono completamente a posto, che possono fare come vogliono; ma neanche quella dei farisei di castigarli come non-umani.

La soluzione è il “pranzare con loro” del vangelo, di trattarli come uomini, di amarli come figli di Dio. Solo a quel punto e con la grazie di Dio, forse riusciranno ad accettare Cristo che gli offre le spalle per portarli a casa, offre loro il Suo Cuore e dice: Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero (Mt 11,28-30).