domenica 13 gennaio 2013

DIECI CONSIGLI PER CONSERVARE L'INTEGRITA' SESSUALE (di Joe Dallas)

Integrità sessuale ed emotiva

Qualche tempo fa ho scritto questa nota in risposta alla domanda su quali misure debba prendere un uomo per “rimanere pulito.” Considerando la quantità di stimoli e di tentazioni con cui abbiamo a che fare quotidianamente, il buon senso ci dice di essere sempre pronti. Ecco dieci modi per riuscirci.

Consiglio 1: essere realisti

Riconoscere che la tentazione sessuale è inevitabile nella nostra cultura ossessionata dal sesso. Immagini erotiche su cartelloni pubblicitari, film, televisione e mille altri stimoli ci bombardano ogni giorno. Essere un cristiano non ci esenta dalla tentazione - il più devoto degli uomini può esserne preda. Quindi il primo passo per conservare l'integrità sessuale è quello di essere realisti. Ammetti a te stesso che la tentazione sessuale è un problema con cui devi fare i conti. Ricordati l’avvertimento di Giovanni: "Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi." (1 Giovanni 1:8)

Consiglio 2: fare sul serio

Dovresti sapere ormai che il peccato sessuale devasta chiunque vi abbia a che fare. Quello che potresti non sapere è che ogni fantasia sessuale, ogni conversazione ammiccante o ogni “secondo sguardo” a cui indulgi è il germe dell'AIDS, dell'adulterio, di un cuore spezzato, di una vita in frantumi. Sii serio - se giochi con la lussuria, stai ballando su di un precipizio. Adotta misure concrete, ora, quando è ancora possibile. “Le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte.” (Giacomo 1, 15)

Consiglio 3: esser pronti

Se davvero credi che un giorno ci sarà il terremoto, ti prepari sviluppando un piano di emergenza. Se credi davvero che la tentazione sessuale sia un fatto comune e possa essere letale, predisporrai un “piano di emergenza” per affrontarla. Decidere in anticipo cosa fare quando si è tentati: come distrarsi, chi chiamare, come sfuggire alle tentazioni prossime. Anche san Paolo ha ammesso: “tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato.” (1 Corinzi 9:27)
Ti puoi davvero permettere di farne a meno?

Consiglio 4: non estraniarsi

Il peccato sessuale prospera nel buio. Se sei coinvolto in un qualsiasi vizio sessuale, una cosa è certa: la segretezza che circonda il tuo comportamento è ciò che ne rafforza il potere che ha su di te. Per quanto tu possa provare vergogna ad ammettere il tuo problema di fronte ad un'altra persona, la realtà è questa: non puoi farcela da solo. Se tu fossi in grado, non l’avresti forse già fatto? Prendete spunto da Giacomo: “Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti.” (Giacomo 5:16) Trova un amico cristiano fidato, maturo nella fede, con cui confidarti. Fa di questo amico un compagno nel recupero e non presumere MAI di essere arrivato al punto di non aver più bisogno di rendere conto.

Consiglio 5: essere brutale

Credo che ci sia un undicesimo comandamento da qualche parte che dice: “Tu non devi prenderti in giro.” Se vuoi prendere sul serio l'integrità sessuale, prenderai le distanze non solo dal peccato sessuale specifico a cui sei maggiormente soggetto (fantasie, pornografia, relazioni, prostituzione), ma prenderai ANCHE le distanze da qualsiasi persona o cosa che possa condurti a quel peccato. A volte, anche una attività legittima (alcuni film, musica o club, per esempio) può essere indifferente per altre persone, ma non per te. Si brutalmente onesto sul tuo stile di vita: tutto ciò che ti rende soggetto al peccato sessuale deve essere eliminato. Paolo ha detto “Tutto mi è lecito! Sì, ma non tutto giova. Tutto mi è lecito! Sì, ma non mi lascerò dominare da nulla.” (1 Corinzi 6:12)

Consiglio 6: cercare aiuto

I peccati sessuali sono spesso sintomatici di più profondi bisogni emotivi che un uomo sta cercando di soddisfare in modo sbagliato. Pentirsi del peccato è necessariamente il primo passo, ma riconoscere i conflitti o i bisogni che ti hanno condotto a questo comportamento può essere il passo successivo, che richiede la cura specialistica di un professionista cristiano. Se sei vittima di in un comportamento fuori controllo non esitare a ricorrere ad una consulenza compatibile con la fede. La risposta che ti occorre potrebbe essere più di un semplice “prega e dimenticatene!”. Re Davide (che tra l'altro non era estraneo al peccato sessuale) ha trovato rifugio nel saggio consiglio di Samuele. (1 Samuele 19:18) Se sei disposto a cercare un aiuto professionale per le tasse, le cure mediche o la carriera lavorativa, sicuramente sarai disposti a fare altrettanto per conservare l'integrità sessuale.

Consiglio 7: accettare

Il problema della tentazione sessuale non scomparirà. È con noi da tempo immemore e non c'è dubbio che ci affliggerà fino alla venuta di Cristo. Quindi accetta l'idea che dovrai gestire i tuoi desideri sessuali per tutta la vita, ricordando sempre che l'integrità sessuale non è che una parte del generale processo di santificazione permanente che tutti i cristiani vivono. “Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione;” Paolo ha detto ai Filippesi. “io non ritengo ancora di averla conquistata.” (Filippesi 3: 12-13) Quindi impara ad amare il progresso non la perfezione.

Consiglio 8: amare

“Ho cercato l'amore in tutti i posti sbagliati”, si lamenta una vecchia canzone. Il peccato sessuale a  cui tendi può essere davvero un sostituto  a buon mercato (anche se intenso) dell'amore. È possibile pentirsi del peccato, ma non dei bisogni che il peccato rappresenta. Quindi nella tua vita ama: amicizie, famiglia, coniugi, amici credenti. Un uomo che ama veramente e sa che è veramente amato, è molto meno probabile che vada in cerca di ciò che già ha in luoghi dove non lo troverà. Isaia chiedeva “Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?” (Isaia 55:2) Impara ad essere sincero e profondo. È uno dei modi migliori per proteggere il tuo cuore e la tua integrità.

Consiglio 9: cercare la grazia

Non è l'uomo senza peccato che giunge alla meta ma chi ha imparato a rialzarsi dopo esser caduto. Se la lotta ti sembra implacabile, ricorda questo: quando ti impegni all'integrità sessuale, ti impegni ad un obiettivo, non alla perfezione. Si può inciampare lungo la strada – questa non vuole essere assolutamente una giustificazione per il peccato, solo una visione realistica della vita in questo mondo decaduto. Ciò che determina il successo o il fallimento di un uomo imperfetto è la sua volontà di rialzarsi, confessare la sua colpa e proseguire nella direzione verso cui si è impegnato. Ricordate l'approccio di Paolo: “dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.” (Filippesi 3:13-14)

Consiglio 10: avere una vita

Qual è la tua passione? Qual è la tua vocazione? Hai chiari quali sono i tuoi obiettivi? E, a proposito, hai qualche passatempo? L'uomo che non ha una vita - una passione, una ragion d’essere, la capacità di giocare con lo stesso impegno con cui lavora - è un uomo con un vuoto, fatto su misura per il peccato sessuale. La vita è qualcosa di più che mantenersi sessualmente puri, per quanto la purezza sia importante. Si tratta di sapere chi sei e perché, quali sono le tue priorità e dove sei diretto. Se non sai questo di te stesso, hai qualcosa di serio su cui riflettere. Impegnati a sviluppare la tua vita come un buon amministratore dei tuoi doni e delle tue possibilità, e a far altrettanto con il contesto in cui cerchi di mantenere l'integrità sessuale. L’integrità sessuale fine a se stessa è una buona cosa, l'integrità sessuale per una vocazione più alta è meglio. Quindi, con tutti i mezzi allontanati dal tuo peccato ma nel farlo dedicati ad una vita con un obiettivo, una vita passionale, piena di significato. Questo è il pentimento più sincero, nel senso più puro.

CONDIVIDERE CIO' CHE REALMENTE SONO

Condividere con gli altri ci impedirà di sentirci soli e abbandonati

Condividere con gli altri ci impedirà di sentirci soli e abbandonati. (NA: Testo Base, pag. 96)

Intimità vuol dire condividere i pensieri e le sensazioni più intime con un altro essere umano. Molti di noi desiderano intensamente il calore e la compagnia di un rapporto intimo, ma questo non arriva senza sforzo.

Durante la dipendenza attiva abbiamo imparato a difenderci dagli altri nel timore che la loro frequentazione ci distogliesse dall'uso. Nel corso del recupero impariamo a fidarci degli altri.

L'intimità ci impone di abbassare le difese. Per sentire la vicinanza che porta l'intimità, dobbiamo permettere agli altri di avvicinarsi a noi, al nostro vero io.

Se ci apprestiamo a condividere la nostra realtà più profonda con altri, dobbiamo in primo luogo avere un'idea di come sia veramente questa nostra realtà intima. Esaminiamo con regolarità la nostra vita per scoprire chi siamo veramente, che cosa davvero vogliamo e come realmente ci sentiamo. Poi, basandoci sui nostri inventari regolari, dobbiamo essere, per quanto ci è possibile, totalmente e profondamente sinceri con i nostri amici.

L'intimità con altri è un aspetto della vita e, in quanto tale, un aspetto del vivere puliti, ma essa, come tutto in recupero, ha il suo prezzo. Lo scrupolosoautoesame che l'intimità sollecita può costituire un duro lavoro. E la totale sincerità, che si ottiene con l'intimità, spesso porta complicazioni. Ma laliberazione da solitudine e isolamento, che l'intimità implica, vale bene lo sforzo necessario.


SOLO PER OGGI: Cerco la liberazione dall'isolamento e dalla solitudine che si ottiene attraverso l'intimità nelle relazioni. Oggi mi disporrò a conoscere "il mio vero io" facendo un inventario personale e proverò a essere completamente sincero e leale con un'altra persona.

PAPA BENEDETTO XVI: IL SITUAZIONISMO PROPORZIONALISTA IN MORALE

Papa Benedetto XVI ed il situazionismo proporzionalista in morale

"Per opporci a queste forze dobbiamo gettare uno sguardo sui loro fondamenti ideologici. Negli anni Settanta, la pedofilia venne teorizzata come una cosa del tutto conforme all’uomo e anche al bambino. Questo, però, faceva parte di una perversione di fondo del concetto di ethos. Si asseriva – persino nell’ambito della teologia cattolica – che non esisterebbero né il male in sé, né il bene in sé. Esisterebbe soltanto un “meglio di” e un “peggio di”. Niente sarebbe in se stesso bene o male. Tutto dipenderebbe dalle circostanze e dal fine inteso. A seconda degli scopi e delle circostanze, tutto potrebbe essere bene o anche male. La morale viene sostituita da un calcolo delle conseguenze e con ciò cessa di esistere. Gli effetti di tali teorie sono oggi evidenti. Contro di esse Papa Giovanni Paolo II, nella sua Enciclica Veritatis splendor del 1993, indicò con forza profetica nella grande tradizione razionale dell’ethos cristiano le basi essenziali e permanenti dell’agire morale."

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI AI CARDINALI, ARCIVESCOVI E VESCOVI, PRELATURA ROMANA, PER LA PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI NATALIZI (20 dicembre 2010)


"Alcuni hanno interpretato le parole di Benedetto XVI ricorrendo alla teoria del cosiddetto "male minore". Questa teoria, tuttavia, è suscettibile di interpretazioni fuorvianti di matrice proporzionalista (cfr. Giovanni Paolo II, enciclica Veritatis splendor, nn. 75-77). Un’azione che è un male per il suo oggetto, anche se un male minore, non può essere lecitamente voluta."

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE: NOTA SULLA BANALIZZAZIONE DELLA SESSUALITÀ A PROPOSITO DI ALCUNE LETTURE DI "LUCE DEL MONDO"

QUANDO MAI TI ABBIAMO VISTO (Mt 25,38)

Caravaggio: La conversione di Saulo (dettaglio)

In questi ultimi giorni che precedono il S. Natale mi sono ritrovato spesso a meditare sul mistero dell’Incarnazione.

Se mi viene detto che l'AMORE è il motivo che giustifica l'assunzione di un umanità decaduta (sebbene non soggetta al peccato) da parte di Dio faccio fatica a comprendere appieno il perché di questa scelta.

Certo Dio vuole avvicinarsi a me in modo "umano", comprensibile, familiare, non terrificante e spaventoso come potrebbe essere se si manifestasse in tutta la Sua potenza.
Ma non mi basta, voglio provare ad esplorare il perché Lui che è perfetto, che è la pienezza che non ha bisogno di altri assuma su di se l'imperfezione, l'incompletezza che è caratteristica di un essere umano, una creatura come me.

Quando in Matteo 25,31 e ss. Gesù fa l'elenco di coloro in cui lo incontro e benefico dice "L'avete fatto a me" non "è come se lo aveste fatto a me". L'elenco riguarda tutti soggetti bisognosi, imperfetti, incompleti.

Cristo glorifica e benedice la mia imperfezione assumendola su di se nell'Incarnazione. È un paradosso. È nel bisogno di completamento, in quest'intrinseca insufficienza che trovo la necessità di Dio.

Negli altri vedo rispecchiata tanto la mia umanità ferita e schiava del peccato quanto la compassione di Cristo nei miei confronti.

Cristo si fa carne per darsi a me ed essere sempre presente per me attraverso tutti gli strumenti creati, non mi abbandona mai.
Avere CONSAPEVOLEZZA dell'amore incondizionato di Dio che si manifesta per me in tutti i fatti umani (tutto è grazia) significa considerare ogni cosa con uno sguardo sovrannaturale che mi consenta di vedere nella carne il Verbo.

Dio mi ama anche peccatore, nella mia debolezza ed imperfezione; non devo avere VERGOGNA della mia attrazione per lo stesso sesso (ASS), non devoNEGARLA ma ACCETTARLA per poter CAMBIARE COMPORTAMENTO, quella forma di vita che minaccia continuamente di distruggermi. L'ODIO DI ME è in realtà odio di DIO e fuga dalla realtà.

Ho bisogno della grazia di Dio per cambiare e Dio da a tutti la grazia necessaria quando gliela chiedo nel SUO nome.

I canali della grazia non sono solo la preghiera ed i sacramenti, Dio si mostra attraverso la creazione e gli altri esseri umani, Dio mi ama, attraverso i miei fratelli.

Ricorrerò quindi a tutti quegli strumenti in cui Dio mi si offre, come gli amici del gruppo di autoaiuto, un direttore spirituale ed anche un terapeuta con una sana antropologia cristiana.

Il Verbo si è fatto carne, non è teoria, velleità, pura aspirazione ma azione concreta, modi concreti di amare. Cristo con l’incarnazione mi da un esempio, mi chiama all’azione nella realtà.

“La croce è sì un rinnegamento di sé, ma nell'abbandono alla volontà di quel Dio che dalla morte trae fuori la vita e abilita coloro, che pongono in Lui la loro fiducia, a praticare la virtù invece del vizio. […] la conformità dell'autorinnegamento di uomini e donne omosessuali con il sacrificio del Signore costituirà per loro una fonte di autodonazione che li salverà da una forma di vita che minaccia continuamente di distruggerli” (HP§12)

QUANDO OSCAR WILDE INCONTRO' PIO IX (di Andrea Monda)

Oscar Wilde

Di tutti gli scrittori che a scuola vengono studiati e quindi, spesso, “massacrati” talvolta la scuola riesce a offrire le cose più belle facendole odiare, da Dante a Leopardi a Manzoni solo per fare qualche esempio Oscar Wilde sembra rappresentare una luminosa eccezione: è uno di quegli autori che viene apprezzato dalla maggior parte degli studenti.

Il problema però sorge su “quale” Wilde venga offerto all’attenzione degli studenti o, meglio, quale sfaccettatura del “prisma Wilde” viene maggiormente illuminata, perché di un prisma si sta parlando, cioè di un uomo e un artista dalla personalità poliedrica, complessa, ricca, tant’è che si può certamente parlare di un “enigma Wilde” come è intitolato il primo capitolo del saggio di Paolo Gulisano Il ritratto di Oscar Wilde pubblicato in questi giorni (Milano, Ancora, 2009, pagine 208, euro 14).

Gulisano, studioso della cultura anglosassone e già autore di diversi volumi su Tolkien, Lewis, Chesterton, George MacDonald, fa suo il senso di un aforisma del poeta irlandese per cui “gli ideali sono cose pericolose. È meglio la realtà: ferisce, ma vale molto di più”; in altre parole il saggista, nel ricostruire un ritratto fedele dello scrittore, ha cercato di evitare la facile idealizzazione con conseguente etichettatura o, peggio, annessione.

Infatti, se da una parte Wilde rimane un autore “fortunato” nel senso che a cento anni dalla morte questo scrittore, poeta, drammaturgo non si può certo dire che sia stato dimenticato e i suoi libri continuano a fare capolino dagli scaffali delle librerie, così come il cinema continua ad attingere alla sua opera e le sue commedie continuano a essere rappresentate con successo dall’altra si può anche affermare che la sua figura è stata spesso usata e piegata ad alcune logiche alquanto anguste, che non danno ragione di quell’enigma e mistero che ogni uomo, non solo Wilde, incarna.

Il riferimento è al Wilde mero esteta quello che “passa” a scuola e al Wilde icona del mondo gay che lo ha spesso celebrato come artista perseguitato per la sua omosessualità.

La tesi di Gulisano è che invece Oscar Wilde rappresenti un mistero non ancora pienamente svelato.

Bisogna scavare più a fondo ed è quello che cerca di fare questo breve ma intenso saggio in cui si osserva da vicino l’opera e la vita dell’artista rintracciando in entrambe il filo rosso di una religiosità profonda, di una ricerca di Bellezza che sottendeva una sete di Verità.
La realtà ferisce, diceva Wilde, e viene in mente l’affermazione dell’allora cardinale Ratzinger: “La bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo destino ultimo” che avrebbe potuto essere un perfetto aforisma dell’autore de Il ritratto di Dorian Gray.
A questo aforisma “apocrifo” Gulisano si aggrappa per tracciare il suo ritratto di Wilde ben riassunto nelle poche parole poste in quarta di copertina: “Oscar Wilde: una vita per la Bellezza, un incontro con la Verità”.

In questi stessi giorni è stato pubblicato un saggio dal titolo L’altro fuoco, opera del gesuita Antonio Spadaro critico letterario di “La Civiltà Cattolica” (Milano, Jaca Book, 2009, pagine 304, euro 24) in cui un intero capitolo è dedicato agli ultimi anni di Wilde la cui poesia viene audacemente accostata a quella della poetessa italiana Alda Merini; in particolare nella Ballata del carcere di Reading secondo Spadaro “lo scrittore avverte il proprio cuore spezzato e in cerca di una verità.

Ed è questa ricerca appassionata fino a vette erotiche e mistiche che caratterizza anche i versi di Alda Merini: la sua poesia è alacre come il fuoco nel desiderio e nell’attesa di una sorta di “terra promessa” che dia senso all’esistere”.

Ecco che piano piano prende fuoco un altro Wilde rispetto a quello della vulgata: non solo un anticonformista che amava stupire la conservatrice società dell’Inghilterra vittoriana, ma anche un lucido analizzatore della modernità con i suoi aspetti positivi e soprattutto inquietanti; non solo l’esteta, il cantore dell’effimero, il brillante protagonista dei salotti londinesi, ma anche un uomo che dietro la maschera dell’amoralità si interrogava e invitava a porsi il problema di ciò che fosse giusto o sbagliato, vero o falso, persino nelle sue principali commedie degli equivoci (come L’importanza di chiamarsi Ernesto); un uomo scomodo e urticante che preferì sempre la saggezza ai luoghi comuni combattendo tenacemente contro le false certezze del suo tempo (“le cose di cui si è assolutamente certi non sono mai vere”).

Wilde fu un uomo dai grandi, intensi sentimenti, che dietro la leggerezza della sua scrittura, dietro la maschera della frivolezza o addirittura del cinismo, nascondeva una profonda consapevolezza del misterioso valore della vita.

“Oggi la gente sa il prezzo di tutto, ma non dà valore a niente”, dice ne Il ritratto di Dorian Gray.

Una consapevolezza anche della sua drammaticità: “Dietro ogni cosa preziosa c’è qualcosa di tragico. Il mondo deve soffrire per far sbocciare il fiore più umile”.Il cammino esistenziale di Oscar Wilde può anche essere visto come un lungo e difficile cammino verso quella “terra promessa” che dà il senso all’esistere, un cammino che storicamente lo ha portato alla conversione al cattolicesimo, una religione che, diceva in uno dei più acuti e paradossali aforismi, “era solo per i santi e i peccatori. Per le persone rispettabili va benissimo anche quella anglicana”.

Wilde fu dunque, secondo Gulisano, un uomo costantemente in ricerca del Bello e del Buono, ma anche di quel Dio che non aveva peraltro mai avversato, che aveva forse elegantemente rispettato, ma dal quale si fece pienamente abbracciare dopo l’esperienza drammatica del carcere, per arrivare a chiudere il suo itinerario umano in comunione con la Chiesa cattolica, adempiendo a quello che aveva scritto anni prima: “Il cattolicesimo è la sola religione in cui morirei” e così realizzando forse l’auspicio che gli aveva rivolto Pio IX nell’udienza privata del 1877 incontro forse sorprendente ma che giustamente Gulisano racconta nel suo saggio nel corso del quale il Papa augurò allo scrittore irlandese “di compiere un viaggio nella vita per giungere alla Città di Dio”.

L’enigma di Oscar Wilde è dato quindi anche da questo suo percorso segreto, da questa sua ricerca che veniva mascherata nella magnificenza estetica della sua arte letteraria ma su cui ora viene fatta luce dal saggio di Gulisano, senza la pretesa di risolvere la profondità di quel mistero. 

Quando Oscar Wilde incontrò Pio IX di Andrea Monda Tratto da: L’Osservatore Romano del 15 luglio 2009

LA RIPARAZIONE NEL MESSAGGIO DI FATIMA (di Stefano De Fiores)


A Fatima la "riparazione" assume un posto di rilievo sia nelle apparizioni dell’angelo, sia in quelle di Maria, sia infine nella risposta vitale data dai tre pastorelli. Approfondiamo il senso e la spiritualità di questo non facile concetto.  

[...]

Appello alla riparazione

A Fatima la riparazione assume un posto di rilievo sia nelle apparizioni dell’angelo, sia in quelle di Maria, sia infine nella risposta vitale data dai tre pastorelli.

Prima ancora dell’invito pressante della "bianca Signora", è l’angelo apparso ai tre pastorelli nel 1915-1916 a immetterli con l’esempio e con la parola sulla strada della riparazione. Presentandosi come un adolescente di quattordici-quindici anni, luminoso e diafano, si avvicina ai pastorelli e dice loro: «Non abbiate paura. Sono l’angelo della pace. Pregate con me». Secondo la testimonianza di Lucia, «inginocchiatosi per terra, curvò la fronte fino al suolo e ci fece ripetere tre volte queste parole: "Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo! Io vi domando perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non vi amano"».

Poi aggiunge una precisa consegna: «Offrite a Dio il sacrificio di tutto quello che vi sarà possibile, in atto di riparazione dei peccati, con cui lui viene offeso e per impetrare la conversione dei peccatori. Attirate così, sopra la nostra patria, la pace. Io sono il suo angelo custode, l’angelo del Portogallo. Soprattutto accettate e sopportate con sottomissione le sofferenze che il Signore vi manderà». Come si può notare, il messaggio dell’angelo tende a suscitare nei pastorelli una risposta generosa e impegnata nella riparazione, ma insieme premunisce da una ricerca diretta della sofferenza e del sacrificio, insistendo sull’accettazione degli aspetti afflittivi della vita.

Apparendo la seconda volta l’angelo solleva «un’ostia, dalla quale cadevano alcune gocce di sangue dentro al calice» e fa ripetere ai pastorelli per tre volte: «Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, io vi offro il preziosissimo corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione di tutti gli oltraggi, sacrilegi ed indifferenze con i quali egli stesso è offeso. E per i meriti infiniti del suo santissimo Cuore e del Cuore immacolato di Maria, vi domando la conversione dei poveri peccatori». Dando a Lucia l’ostia e a Giacinta e a Francesco il sangue, l’angelo dice: «Prendete e bevete il corpo e il sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio».

In questo secondo messaggio la riparazione è sottratta all’ambito individuale per essere inserita in contesto liturgico, dove (cosa impensabile da poveri bambini!) viene distribuita dall’angelo la comunione sotto le due specie e la riparazione assume un chiaro orientamento eucaristico.

Volete offrivi a Dio?

Nell’apparizione del 13 maggio 1917 la "bianca Signora" ribadisce il messaggio dell’angelo in questi termini colloquiali: «Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze, che lui vorrà inviarvi, in riparazione dei peccati con cui egli è offeso e per impetrare la conversione dei peccatori?».

Il 13 luglio la richiesta di Maria si ripete: «Sacrificatevi per i peccatori e dite molte volte, specialmente quando farete qualche sacrificio: "O Gesù, è per vostro amore, per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria!"». E, dopo la visione dell’inferno, la Madonna aggiunge: «Quando recitate il rosario, dite dopo ogni mistero: "O mio Gesù, perdonateci, liberateci dal fuoco dell’inferno, portate in cielo tutte le anime, specialmente quelle che hanno più bisogno"».

Anche nell’apparizione del 13 agosto, «assumendo un aspetto più triste» la bianca Signora disse: «Pregate, pregate molto; e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all’inferno perché non c’è chi si sacrifichi e preghi per loro». Colpisce la preposizione "per" che indica una proiezione verso l’altro, quasi un’uscita da sé per immedesimarsi con l’altro, concretamente con il peccatore, per aprirsi alla salvezza. Che la salvezza dell’altro dipenda dalla mia preghiera e dal mio sacrificio non esclude la libertà dell’uomo, ma introduce nella dimensione comunitaria della salvezza, secondo cui uno influisce sull’altro.

L’enciclica Mystici Corporis di Pio XII (1943) si muove nella stessa direzione con parole colme di serietà e di pregnanza spirituale, tanto da sembrare una conferma alle consegne della Madonna a Fatima: «Mistero certamente tremendo, né mai sufficientemente meditato: che cioè la salvezza di molti dipenda dalle preghiere e dalle volontarie mortificazioni, a questo scopo intraprese dalle membra del mistico corpo di Gesù Cristo [...] in collaborazione con il divin Salvatore» (parte I).

Nell’apparizione del 13 settembre, la Madonna conferma l’impegno penitenziale dei pastorelli, ma li ammonisce a non esagerare: «Dio è contento dei vostri sacrifici, ma non vuole che dormiate con la corda. Portatela solo durante il giorno».

L’invito pressante alla riparazione ritorna nell’apparizione della Vergine con il bambino a Lucia mentre era a Tuy (Spagna) il 10 dicembre 1925. Prima è il bambino a dire alla suora: «Abbi pietà del cuore della tua santissima Madre, che è coperto di spine, che gli uomini ingrati ad ogni istante le conficcano e non c’è nessuno che faccia un atto di riparazione per toglierle».

La Madonna di Fatima
Poi è la Vergine a insistere: «Guarda, figlia mia, il mio cuore circondato di spine che gli uomini ad ogni istante mi conficcano, con bestemmie e ingratitudini. Tu, almeno, cerca di consolarmi, e di’ a tutti quelli che per cinque mesi, nei primi sabati, si confesseranno e riceveranno la santa comunione; reciteranno un rosario e mi faranno quindici minuti di compagnia, meditando i quindici misteri del rosario, allo scopo di darmi sollievo, io prometto di assisterli al momento della morte, con tutte le grazie necessarie alla salvezza di queste anime».

È importante il fatto che sia Gesù ad attirare l’attenzione di Lucia su sua madre; qui la riparazione coincide con atti di consolazione e di sollievo.


Il 13 giugno 1929, in un’apparizione notturna, in cui fu mostrata a Lucia la Trinità, Maria tra l’altro dice alla suora: «Sono tante le anime che la giustizia di Dio condanna per peccati commessi contro di me, che vengo a chiedere riparazione: sacrificati con questa intenzione e prega».

CRISTO SIA TERZO TRA NOI: L'AMICIZIA CRISTIANA

S. Basilio e S. Gregorio Nazianzeno

A. Tanquerey Compendio di teologia ascetica e mistica

Santificazione delle relazioni d'amicizia

L'amicizia può essere mezzo di santificazione o serio ostacolo alla perfezione, secondo che è soprannaturale o naturale e sensibile. Parleremo dunque: * 1^ delle vere amicizie; * 2^ delle amicizie false; * 3^ delle amicizie in cui c'è un misto di soprannaturale e di sensibile.

1^ DELLE VERE AMICIZIE
Ne diremo la natura e i vantaggi.

595. A) Natura. -- a) Essendo l'amicizia una mutua comunicazione tra due persone, si specifica innanzi tutto secondo la varietà delle comunicazioni e la qualità dei beni che si comunicano. Il che viene molto bene spiegato da S. Francesco di Sales: "Quanto più squisite saranno le virtù in cui comunicate, tanto più perfetta sarà l'amicizia. Se comunicate in scienze, l'amicizia è certamente assai lodevole; più lodevole ancora se comunicate in virtù, nella prudenza, nella moderazione, nella fortezza, nella giustizia. Se poi la vostra mutua comunicazione riguarda la carità, la devozione, la perfezione cristiana, oh Dio! quanto preziosa sarà l'amicizia! Sarà eccellente perché viene da Dio, eccellente perché tende a Dio, eccellente perché ne è vincolo Dio, eccellente perché durerà eternamente in Dio! Oh! che buona cosa è amare sulla terra come si ama in cielo e imparare ad averci in questo mondo quella reciproca tenerezza che ci avremo eternamente nell'altro!"

La vera amicizia è dunque in generale un'intima corrispondenza tra due anime per farsi scambievolmente del bene. Può restare semplicemente onesta, se i beni che si comunicano sono di ordine naturale. Ma l'amicizia soprannaturale è di ordine assai superiore. È un'intima corrispondenza tra due anime che si amano in Dio e per Dio, a fine di scambievolmente aiutarsi a perfezionar la vita divina che possiedono. Fine ultimo ne è la gloria di Dio, fine immediato il progresso spirituale, e Gesù il vincolo di unione tra i due amici. Tal è il pensiero del Beato Etelredo: "Ecce ego et tu et spero quod tertius inter nos Christus sit"; che il Lacordaire traduce così: "Non posso più amar persona senza che l'anima prenda posto dietro il cuore e che Gesù Cristo venga a fare il terzo in mezzo a noi".

596. b) Perciò quest'amicizia, in cambio di essere appassionata, predominante, esclusiva come l'amicizia sensibile, ha per doti la calma, il riserbo e la mutua confidenza. È affetto calmo e moderato, appunto perché fondato sull'amor di Dio ne partecipa la virtù; onde è pure affetto costante, che va crescendo, al rovescio dell'amore passionale che tende ad affievolirsi. Ed è accompagnata da savio riserbo: in cambio di cercar familiarità e carezze come l'amicizia sensibile, è piena di rispetto e di riservatezza, perché non desidera altro che comunicazioni spirituali. Questa riservatezza non impedisce però la confidenza; mutuamente stimandosi e vedendo nella persona amata un riflesso delle divine perfezioni, si prova per lei confidenza grandissima, che è del resto reciproca; il che porta intime comunicazioni, perché si brama di partecipare alle soprannaturali doti dell'amico. Si comunicano quindi i pensieri, i disegni, i desideri di perfezione. E bramando di scambievolmente perfezionarsi, non si peritano di avvertirsi dei difetti e di aiutarsi a correggerli. La mutua confidenza che regna tra i due amici impedisce all'amicizia di diventare inquieta, affannosa, esclusiva; non si ha per male che l'amico abbia altri amici, anzi se ne gode pel bene suo e per quello del prossimo.

597. B) È chiaro che tale amicizia presenta grandi vantaggi. a) La S. Scrittura ne fa frequenti elogi: "Un amico fedele è tetto robusto, e chi lo trova ha trovato un tesoro... l'amico fedele è balsamo vitale: Amicus fidelis protectio fortis; qui autem invenit illum invenit thesaurum... Amicus fidelis, medicamentum vitae et immortalitatis". Nostro Signore ce ne diede l'esempio nell'amicizia che ebbe per Giovanni, il quale era conosciuto per "l'amato da Gesù, quem diligebat Jesus". S. Paolo ha amici a cui porta profondo affetto; soffre della loro assenza e la sua più dolce consolazione è di rivederli; così è inconsolabile perché non trova Tito al luogo convenuto, "eo quod non invenerim Titum fratrem meum"; si rallegra appena lo ritrova: "Consolatus est nos Deus in adventu Titi... magis gavasi sumus super gaudio Titi". Si vede pure quale affetto nutriva per Timoteo e quanto bene gli faceva la sua presenza e che aiuto gli dava a farne anche agli altri; lo chiama quindi suo collaboratore, suo figlio, suo carissimo figlio, suo fratello: "Timotheus adjutor meus... filius meus... Timotheus frater... Timotheo dilecto filio".

Anche l'antichità cristiana ci porge illustri esempi di amicizia: uno dei più celebri è quello di S. Basilio e di S. Gregorio Nazianzeno.

598. b) Da questi esempi si deducono tre ragioni a mostrare quanto utile sia l'amicizia cristiana, specialmente per il sacerdote di ministero.

1) Un amico è una tutela rispetto alla virtù, protectio fortis. Noi sentiamo il bisogno d'aprire il cuore a un intimo confidente; il direttore risponde talora a questo bisogno, ma non sempre: la sua amicizia paterna è diversa dall'amicizia fraterna che cerchiamo noi. Abbiamo bisogno d'un nostro pari con cui poter discorrere con tutta libertà. Se non lo troviamo, correremo pericolo di far confidenze biasimevoli a persone che non sempre riusciranno innocue per noi e per loro.

2) È pure un intimo consigliere a cui apriamo volentieri i dubbi e le difficoltà e che ci aiuta a risolverli; è un monitore savio e affettuoso, che, vedendoci all'opera e sapendo ciò che si dice di noi, ci dirà la verità, facendoci così schivar talora molte imprudenze.

3) È finalmente un consolatore, che ascolterà amorevolmente il racconto delle nostre pene, e troverà nel suo cuore le parole necessarie per addolcirle e confortarci.

599. Si può chiedere se queste amicizie siano da approvarsi nelle comunità, potendosi infatti temere che portino danno all'affetto che deve unire tutti i membri e che generino gelosie. Bisogna certamente badare che tali amicizie non rechino nocumento alla carità comune, e che siano non solo soprannaturali ma tenute entro i giusti limiti fissati dai superiori. Con queste riserve, anche coteste amicizie hanno i loro vantaggi, perché i religiosi hanno essi pure bisogno d'un consigliere, d'un consolatore e d'un monitore che sia insieme un amico. Tuttavia anche nelle comunità, anzi più che altrove, bisogna premurosamente evitare tutto ciò che può aver colore di falsa amicizia.

2^ DELLE FALSE AMICIZIE
Ne esporremo la natura, i pericoli, i rimedi.

600. A) La natura
a) Le false amicizie sono quelle che si fondano su doti sensibili o frivole, mirando a godere della presenza e dei vezzi della persona amata. È dunque in fondo mascherato egoismo, perché si ama uno per il piacere che si prova in sua compagnia. È vero che si è pronti a rendergli servizio ma per il piacere che si prova a maggiormente affezionarselo.

b) S. Francesco di Sales ne distingue tre specie: le amicizie carnali, che cercano i diletti della voluttà; le amicizie sensuali, che si attaccano principalmente alle doti esterne e sensibili, "come il diletto di veder la bellezza, d'udire una voce soave, di toccare e simili"; le amicizie frivole, fondate su certe vane qualità che le teste piccole chiamano virtù e perfezione, come sarebbe di ballar bene, giocar bene, cantar bene, acconciarsi bene, sorridere con grazia, aver grazioso l'aspetto.

601. c) Queste specie di amicizie cominciano generalmente all'età della pubertà; nascono dal bisogno istintivo che allora si prova di amare e di essere amati. Sono spesso una specie di deviazione dell'amore sessuale: fuori delle comunità tali amicizie si formano tra i giovani e le giovani, e quando vanno un po' troppo oltre, prendono il nome di innamoramenti. Nelle comunità chiuse si formano tra persone dello stesso sesso e si chiamano amicizie particolari. Si provano talora anche in età più avanzata; così certi uomini sentono affetto sensibile verso giovani che hanno giovanile e grazioso aspetto, indole aperta e amabili maniere.

602. d) I segni caratteristici onde si riconoscono le amicizie sensibili, si desumono dall'origine, dallo sviluppo, dagli effetti.

1) Quanto all'origine, cominciano repentinamente e fortemente, perché provengono da simpatia naturale e istintiva; si fondano su doti esterne e brillanti o che almeno paiono tali; e sono accompagnate da emozioni vive e talora appassionate.

2) Nel loro sviluppo s'alimentano di conversazioni talora di nessuna importanza ma affettuose, talora troppo intime e pericolose; di sguardi frequenti, che, in certe comunità, suppliscono alle conversazioni particolari; di carezze, di strette di mano espressive ecc.

3) Quanto agli effetti, sono premurose, predominanti, esclusive; parrebbe che debbano durare eterne; ma basta una separazione a cui seguono altri affetti per troncarle spesso molto bruscamente.

603. B) I pericoli di queste specie d'amicizie sono evidenti.
a) Sono uno dei più grandi ostacoli al progresso spirituale: Dio, che non vuole saperne di cuori divisi, comincia col fare interni rimprovero, e, se la sua voce non viene ascoltata, si ritira a poco a poco dall'anima, privandola di lumi e di consolazioni interiori. A mano a mano che queste affezioni crescono, si perde il raccoglimento interiore, la pace dell'anima, il gusto degli esercizi spirituali e del lavoro.

b) Onde perdite considerevoli di tempo: il pensiero corre troppo spesso all'amico assente, e impedisce l'applicazione della mente e del cuore alle cose serie e alla pietà.

c) Sottentra il disgusto e lo scoraggiamento; la sensibilità prende il sopravvento sulla volontà che diventa debole e languida.

d) Sorgono allora pericoli per la santa purità. Si vorrebbe bene contenersi nei limiti dell'onestà, ma si pensa che l'amicizia dia certi diritti e si ammettono familiarità sempre più sospette. È pendio sdrucciolevole, e chi si espone al pericolo finisce col soccombervi.

604. C) Il rimedio sta nel combattere queste false amicizie fin dal principio, vigorosamente e con mezzi positivi.
a) Fin dal principio, essendo allora più facile perché il cuore non è ancora profondamente attaccato; con qualche energico sforzo vi si riesce, soprattutto se si ha il coraggio di parlarne al confessore e accusarsi delle minime debolezze. Aspettando, il distacco sarà assai più laborioso.

b) Ma, per trionfare, occorrono provvedimenti radicali: "Tagliate, troncate, spezzate; non basta scucire in queste folli amicizie, bisogna stracciare; non basta scogliere i nodi, bisogna rompere o troncare". Quindi non solo non si deve andare a cercare colui che si ama in questo modo, ma schivar pure di pensare volontariamente a lui; e se talora non si può evitare di trovarsi in sua compagnia, bisogna trattarlo con gentilezza e carità ma senza fargli confidenze o dargli speciali segni d'affetto.

c) A meglio riuscirvi si adoprano mezzi positivi, cercando di occuparsi e di immergersi più attivamente che sia possibile nella pratica dei doveri del proprio stato; e quando ciò non ostante si presenta alla mente il pensiero di colui che si ama, se ne coglie occasione per fare un atto d'amore verso Nostro Signore, dicendo per esempio: "Voi solo, o Gesù, io voglio amare, unus est dilectus meus, unus est sponsus meus in aeternum", A questo modo uno si approfitta della stessa tentazione per maggiormente amar colui che solo si merita il nostro cuore.

3^ DELLE AMICIZIE SOPRANNATURALI E NELLO STESSO TEMPO SENSIBILI.
605. Avviene talvolta che nelle nostre amicizie vi è un misto di naturale e di soprannaturale. Si vuole veramente il bene soprannaturale dell'amico, ma si desidera nello stesso tempo di goderne la presenza, la conversazione, e si soffre troppo della sua assenza. Il che viene molto bene descritto da S. Francesco di Sales: "Si comincia con l'amor virtuoso, ma, se non si è molto prudenti, vi si mescolerà presto l'amor frivolo, poi l'amor sensuale, poi l'amor carnale; sì, vi è pericolo anche nell'amor spirituale se non si sta ben in guardia, benché in questo sia più difficile di prendere abbaglio, perché la sua purezza e il suo candore fanno rilevar meglio le sozzure che Satana ci vuol mescolare; onde, quando vi si mette, lo fa con maggior astuzia, tentando di insinuarvi le impurità quasi insensibilmente".

606. Qui pure bisogna dunque vigilare sul proprio cuore e prendere mezzi efficaci per non scivolare sul pericoloso pendio.
a) Se predomina l'elemento soprannaturale, l'amicizia si può conservare e fomentare purificandola. Ma occorre prima di tutto astenersi da ciò che fomenta l'elemento troppo sensibile, conversazioni frequenti e affettuose, familiarità ecc.; bisogna ogni tanto sapersi privare di una visita, che sarebbe del resto legittima, e troncare una conversazione che diventa ormai inutile. A questo modo si acquista una certa padronanza sulla propria sensibilità e se ne schivano i pericolosi traviamenti.

b) Se predomina l'elemento sensibile, bisogna, per alquanto tempo, rinunciare a ogni relazione particolare con quell'amico, fuori degli incontri necessari; e in tali incontri sopprimere ogni parola affettuosa. Si lascia così raffreddare la sensibilità, aspettando che regni la calma nell'anima per riprendere le relazioni. Le nuove relazioni assumono allora un tutt'altro carattere; che se avvenisse altrimenti, bisognerebbe sopprimerle per sempre.

c) In ogni caso, bisogna giovarsi di queste occasioni per rinvigorir l'amore a Gesù, protestando che non si vuole amare che in lui e per lui, e rileggere spesso i due capitoli VII e VIII del secondo libro dell'Imitazione di Cristo. Così le tentazioni ci si convertono in occasione di vittoria.