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martedì 26 settembre 2017

8 anni: Il rischio dell'Amore (non è l'AIDS!)

Oggi (21 settembre 2017) celebro, è proprio il caso di dirlo, celebro perché le cose buone si festeggiano e sarebbe segno di scortesia non ringraziare per i doni ricevuti. Dunque celebro VIII (otto, dico 8) anni dall’inizio del mio percorso oltre i confini dell’identità omosessuale, otto anni di crescita nella consapevolezza della mia vera identità di figlio amato di Dio, nel rapporto con il mio corpo e nella relazione con gli altri.

Occorre festeggiare per la grazia della fede, per le intuizioni sulla mia realtà personale e sul mondo che mi circonda, per la perseveranza nonostante la mia fragilità, per la vita di preghiera e quella forma straordinaria di amore che è l’amicizia.

Com’è consuetudine, scrivo infatti ogni anno - dal principio del mio cammino - un breve post con una riflessione maturata negli ultimi mesi. Quest’anno il catalizzatore dei miei pensieri è stato un articolo in cui un giornalista cattolico, per argomentare contro certe discutibili posizioni del quotidiano Avvenire, finiva per negare la capacità di amare alle persone che hanno un’inclinazione omosessuale. Ovvero - secondo il giornalista - la tendenza inficerebbe il valore degli affetti, affermando paradossalmente lo stesso principio dell’ideologia gay, secondo cui la tendenza (omosessuale) determina l’identità (gay) e quindi gli atti (genitali) necessari perché la persona si realizzi.

La verità è che le emozioni sessuali sono estremamente variabili e non determinano proprio un fico secco quanto ad identità della persona. Ricordiamo come l’identità è ciò per cui una persona è quello che è e si distingue da quello che non è. Quindi un concetto fondativo, essenziale, immutabile altro che emozioni e volubili desideri. 

Ma torniamo al punto, la persona con attrazione per lo stesso sesso (ASS) può amare - come chiunque altra - nelle forme dell’affetto, amicizia, eros e carità (vedi il bel volume di C.S. Lewis sui Quattro amori), non è determinata ad atti omogenitali che “non sono il frutto di una vera complementarità affettiva” (CCC 2357). A tal proposito sempre la Chiesa ci ricorda come “dev'essere comunque evitata la presunzione infondata e umiliante che il comportamento omosessuale delle persone omosessuali sia sempre e totalmente soggetto a coazione” (HP 11).

Ma allora come si esprime quest’amore?
Quelle che seguono vogliono essere solo note di buon senso ed esperienza personale, senza la pretesa di farne un trattato di teologia morale.

Castità
Vorrei partire da una considerazione sulla castità, questa proprio in quanto virtù è una forza, qualcosa di positivo che esprime in pieno la persona e non può essere ridotta ad una serie di precetti negativi. Chi pensa che castità ed astinenza siano sinonimi ha una ben ristretta visione della morale. Certo la virtù implica un fare il bene ed un astenersi dal male, ma prima di tutto un uscire fuori da sé con i rischi che questo comporta. Questa virtù si realizza nel modo corretto di esprimere affetti e amicizia con parole o gesti coerenti col proprio stato: due amici, pur amandosi di vero amore, non sono marito e moglie, credo che questo sia chiaro.

Amicizia
David e Gionata
L’amicizia, quella vera: sana, solida, casta è un motore straordinario della maturazione psicoaffettiva della persona e strumento necessario per vivere la castità. Mi piace citare qui testualmente il Catechismo (2347):

«La virtù della castità si dispiega nell'amicizia. Indica al discepolo come seguire ed imitare colui che ci ha scelti come suoi amici, si è totalmente donato a noi e ci ha reso partecipi della sua condizione divina. La castità è promessa di immortalità.

La castità si esprime particolarmente nell'amicizia per il prossimo. Coltivata tra persone del medesimo sesso o di sesso diverso, l'amicizia costituisce un gran bene per tutti. Conduce alla comunione spirituale».

Frodo e Sam
Occorre innanzitutto smontare il “mito” secondo cui intimità e sesso siano sinonimi, vivere la castità non significa isolarsi, tutt’altro, è aprirsi agli altri nel dono gratuito di sé e la vera intimità stà nel mostrarsi all’altro vulnerabili senza timore. Nemica giurata di questa vera intimità è la promiscuità, una sorta di protezione contro la sofferenza temuta e/o vissuta, che c’impedisce di entrare in contatto con la parte più vera di noi stessi.

Questo però non significa volersi rifugiare in uno spiritualismo disincarnato. Siamo fatti anche di carne ed ossa, la persona è costituita da un’unità di materia e spirito che risuonano una nell’altro nel mistero della vita.

Contatto fisico significa toccare ed essere toccati e questo può avvenire in un senso costruttivo solo se armonizzato dal dominio di sé, altrimenti rischia di essere una potente forza che si rivolge contro le persone impedendone l’accettazione e la piena consapevolezza del proprio corpo, lo sviluppo relazionale, la conoscenza reciproca, il dono di sé, in una parola l’Amore vero.

Se lo sguardo cambia e viene superato il confine tra il dono di sé e l'autocompiacimento, cioè prende il sopravvento la reificazione dell’altro e il desiderio di fusionalità [fare dell’altro una cosa da possedere e non rispettarne la libertà], il contatto fisico diventa quella sorta di “amore” che separa invece di unire.

Appare chiaro quindi che solo l’integrità personale possa costituire il presupposto di un sano contatto fisico negli amici: l’amicizia è un dono per i buoni [non i perfetti, ma coloro che desiderano il bene], i cattivi tutt’al più possono essere complici e la loro non sarà fedeltà ma pertinacia.

Il bacio di Giuda
Cimabue, Il bacio di Giuda
Ed ora veniamo al sodo, come esprimere quest’affettività? Abbiamo visto che gli atti omogenitali non sono atti d’amore, e non esiste uno speciale tipo di “amore omosessuale” perché l’amore è personale, cioè relativo alla persona - non all’inclinazione - e come tale è necessariamente casto oppure non è amore, ma solo una tragica illusione. Ma allora quegli atti che non coinvolgono direttamente la genitalità che fine fanno? Restano in un limbo di scrupoli e confessioni o hanno un “senso”? Consideriamo un caso specifico, le cui conclusioni possono essere estese per analogia ad altre situazioni.

Il bacio è un promessa d’intimità che non può realizzarsi tra due persone dello stesso sesso perché mancano le premesse in termini di fecondità, complementarietà e unione (non è il solo godimento fisico ad “unire” due persone ma l’apertura alla vita dell’atto che è segno di co-creazione con Dio).

Così il bacio sulla bocca, ancor più con la lingua, non è più una promessa ma una bugia, le cui prime vittime sono le persone che credono – anche se in buona fede e sulla spinta dell’emozione – di esprimere in modo corretto la propria affettività e di trovare così la tanto desiderata intimità.

Ambiguità
Occorre evitare ogni ambiguità, l’amicizia non è un “tu ed io” autocontemplanti, proprio del rapporto monogamico che custodisce la fecondità, ma un noi plurale aperto a nuovi arricchimenti dall’esterno proprio perché in questo caso la fecondità (spirituale) è garantita dal crescere del numero degli amici che non divide l’amore ma lo moltiplica.

Coltivare l’amicizia
L’alternativa all’amicizia è quell’isolamento che rappresenta terreno fertile per la promiscuità e sicuramente rende più difficile una vita realizzata e felice. C’è infondo all’anima di ciascuno di noi un profondo desiderio d’intimità che chiede di realizzarsi nella vita, come abbiamo visto sopra, quest’autentica intimità può spaventare e da qui la fuga verso un surrogato genitale che invece di mostrare la persona a se stessa la nasconde, reprimendola.

La mia conversione mi ha portato a scoprire che, nonostante l’esperienza nello stile di vita gay, è possibile una via di mezzo sana e percorribile fra l’esposizione imprudente al peccato e l’isolamento dagli altri esseri umani e che l’intimità non equivale ad attività sessuale esplicita.

Il principale nemico dell’amicizia è l’odio verso se stessi e paradossalmente il narcisismo, entrambi indice di un difetto di vera autostima.

In parole semplici bisogna imparare ad amarsi e per far questo occorre ricevere approvazione per quello che si è e non per quello che si può fare, così da giungere alla consapevolezza di essere amabili e capaci di ricambiare tale amore.

Il rischio
C. S. Lewis, I quattro amori
Vorrei concludere questi brevi pensieri con una breve citazione di C.S. Lewis [I quattro amori], che sintetizza meglio di ogni mia parola le riflessioni dedicate a quest’anniversario di recupero:

«Non esiste investimento sicuro: amare significa in ogni caso, essere vulnerabili. Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno, nemmeno a un animale. Proteggetelo avvolgendolo con cura in passatempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo col lucchetto nello scrigno, o nella bara, del vostro egoismo. Ma in quello scrigno -al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto- esso cambierà: non si spezzerà; diventerà infrangibile, impenetrabile, irredimibile. L'alternativa al rischio di una tragedia, è la dannazione. L'unico posto, oltre al cielo, dove potrete stare perfettamente al sicuro da tutti i pericoli e turbamenti dell'amore è l'inferno».

Correte il rischio di amare: ne vale la pena!

lunedì 13 aprile 2015

LA SALUTE, L'AMICO, LA SAPIENZA (Agostino d'Ippona)


"In questo mondo solo due cose sono necessarie: la salute e l'amico; queste le cose di grande importanza, quelle che non dobbiamo disprezzare. La salute e l'amico sono beni propri della natura umana. Dio ha creato l'uomo per l'esistenza e la vita: ecco la salute; ma, perché non fosse solo, ecco l'esigenza dell'amicizia. L'amicizia, quindi, ha il suo principio nel coniuge e nei figli e si apre agli altri uomini. Ma considerando che noi abbiamo avuto soltanto un padre ed una madre, chi sarà l'altro uomo? Ogni uomo è prossimo ad ogni uomo. Rivolgiti alla natura. È uno sconosciuto? è un uomo. È un avversario? è un uomo. È un nemico? è un uomo. È un amico? resti amico. È un avversario? diventi amico.
Come la sapienza divenne prossima a noi. Ogni uomo prossimo ad ogni uomo.
A questi due beni necessari in questo mondo, la salute e l'amico, viene ad accompagnarsi la straniera Sapienza.

Trova che tutti sono stolti, immersi nell'errore, attaccatissimi alle cose superflue, amanti dei beni temporali, ignari dei beni eterni. Questa Sapienza non entrò in amicizia con gli stolti. Perciò, non essendo amica degli stolti, anzi ben lontana da loro, prese su di sé il nostro prossimo e si fece prossima a noi. Questo è il mistero di Cristo. Che più dell'insipienza è a distanza dalla Sapienza? Che più dell'uomo tanto prossimo all'uomo? Che cosa - io ripeto - più dell'insipienza è all'estremo opposto della Sapienza? La Sapienza, dunque, prese su di sé l'uomo e si fece prossima all'uomo secondo ciò per cui l'uomo le era prossimo. [...] Abbiamo ora presenti tre cose: la salute, l'amico, la sapienza".


sabato 28 febbraio 2015

GLI AMICI SI TOCCANO (di don Fabio Bartoli)


Leggete questa pagina dal Signore degli Anelli, è il momento emozionante in cui Sam ritrova Frodo che credeva essere stato ucciso dagli orchi:

“Era nudo, e giaceva come privo di sensi su di un cumulo di luridi cenci: teneva alto il braccio, coprendosi la testa, e sul suo fianco vi era una brutta ferita da frusta. «Frodo! Caro signor Frodo!», gridò Sam quasi accecato dalle lacrime. «Sono Sam, sono arrivato!». Sollevò leggermente il padrone stringendoselo al petto. Frodo aprì gli occhi.

«Allora non stavo sognando quando udii cantare laggiù e cercai di rispondere. Eri tu?»

«Ero proprio io, signor Frodo, avevo quasi perduto la speranza. Non riuscivo a trovarvi.»

«Ebbene, ora ci sei riuscito, Sam, caro Sam» disse Frodo, appoggiandosi alle sue braccia e chiudendo gli occhi come un bambino i cui incubi notturni sono stati allontanati da una mano o da una voce amata.

Sam sentì che avrebbe potuto rimanere per sempre così, in un’eterna felicità; ma non era permesso. Non era sufficiente per lui aver ritrovato il padrone, doveva ancora cercare di salvarlo.”

Un’emozione così intensa, descritta da Tolkien con una vivacità imbarazzante, non può che essere comunicata con il tatto, nessun altro dei sensi offre strumenti adeguati a lasciar passare tanto amore. E infatti anche Frodo e Sam si abbandonano in questo lungo abbraccio che avrebbe potuto essere, dice Tolkien, per sempre.

Non trovate imbarazzante una manifestazione di sentimenti così aperta? Non c’è qualcosa di eccessivo, di patetico? Ma dai, l’abbraccio di un amico che diventa un momento di felicità eterna? D’accordo, non è un momento qualunque, anzi è forse il momento più alto di questa bellissima storia di amicizia che è il Signore degli Anelli, e tuttavia credo che al nostro gusto moderno queste parole possano suonare melense, quasi imbarazzanti, come se esponessero una parte di noi che preferiremmo tenere nascosta. Tanto che non manca chi interpreta l’amicizia tra Frodo e Sam in chiave omosessuale.

A me sembra che la gente abbia sviluppato una sorta di fobia del contatto fisico. Sarà perché passiamo ore e ore pressati come sardine nella Metro, abbracciati a perfetti sconosciuti, sarà perché le emozioni forti ci fanno paura e le desideriamo al tempo stesso, sarà per una sorta di pansessualismo imperante, per cui ogni contatto fisico viene interpretato in chiave erotica, sarà perché non siamo più capaci di immaginare un amore che non sia possesso, che non voglia in fin dei conti soddisfarsi con l’altro, ma mi sembra che nessuno più si faccia toccare volentieri. Specialmente tra maschi. Le donne tutto sommato ancora si toccano abbastanza tra loro, probabilmente perché più di noi sono in contatto con i loro sentimenti. Così, ad esempio, non sarà strano vedere due donne tenersi per mano, molto più raro vederlo fare a due uomini.

Credo che questo abbia a che fare con l’idea che la manifestazione dei sentimenti sia una debolezza, se alle donne quindi è concesso “in default” di apparire deboli, l’uomo non può permetterselo mai. L’uomo è un guerriero, un combattente, non dovrebbe perdere tempo in queste frivolezze…

Ma chi l’ha detto che deve essere per forza così? Chi l’ha detto che mostrare i propri sentimenti è segno di debolezza? A me al contrario sembra un segno di grande forza e sicurezza interiore. È vero, chi va incontro all’altro a braccia aperte si rende feribile, chi offre una carezza rischia di ricevere una pugnalata in cambio, ma proprio per questo chi fa il primo passo mostra di non avere paura, chi si rende feribile mostra di non temere le ferite. Solo chi è davvero umile sa mostrare la propria fragilità perché pensa di non aver niente da perdere.

Ma il male maggiore che la perdita del contatto porta con sé è la perdita della tenerezza e questo mi sembra essere il problema vero delle nostre relazioni; di niente il nostro tempo ha bisogno come della tenerezza. È sempre più evidente infatti che un mondo spietato, regolato solo da rapporti di forza ha costruito una società disumana, inadatta alla vita. La vera profezia è stabilire rapporti nuovi, basati sulla debolezza e quindi sull’esaltazione dell’altro. Perché a questo mira la tenerezza, alla promozione dell’altro, a dirgli “tu sei prezioso, tu vali”. È indispensabile allora che gli amici ricomincino a toccarsi.

La tenerezza è per me la virtù più tipica e completa dell’uomo maturo, di chi è padrone dei propri sentimenti e non ha vergogna di mostrarli. Per dare tenerezza infatti occorre essere ben integrati in se stessi, bisogna aver spento in sé ogni egoismo e ogni violenza, altrimenti la nostra tenerezza non sarà credibile e verrà percepita come una forma raffinata di seduzione (e quindi in ultima analisi come una manipolazione, una forma di violenza). Dobbiamo scoprire la debolezza come valore, come opportunità e non come deficit, o non è forse vero ciò che dice Paolo: “quando sono debole è allora che sono forte”? Oppure “Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti”? E non è questa alla fin fine la grande profezia del Magnificat “Deposuit potentes et exaltavit humiles”?

Forse dipende dal fatto che siamo abituati ad una concezione intrusiva del contatto fisico, non rispettosa dell’altro e così ci sembra che chi ci tocca in qualche maniera voglia violare la nostra privacy e la nostra intimità, che il contatto esprima non tenerezza, ma potere, ma dobbiamo imparare a vincere le nostre paure se vogliamo riscoprire e godere di questa dimensione fondamentale dell’amore e dell’amicizia che è la tenerezza.

Non ogni contatto è sinonimo di possesso, così come il piacere di toccare ed essere toccati non è necessariamente un piacere sessuale. Toccare una persona amata, di qualsiasi amore, è sempre bello, perché dice il reciproco esserci, l’essere-uno-per-l’altro nella relazione, non ci si deve sentire in colpa se si prova piacere ad amare ed essere amati, perché siamo fatti per questo, l’uomo esiste per l’amore e se l’uomo è corpo la manifestazione dell’amore non potrà che passare attraverso il corpo.

Il male non consiste mai nel piacere, anzi, il piacere è in se stesso divino. Perfino il catechismo di S. Pio X dice che ultimamente siamo stati creati per godere e per godere di Dio addirittura, l’esperienza di Dio cioè è vista come il vertice del piacere! Il male semmai consiste nell’egoismo, cioè nella volontà di impossessarsi del piacere, finendo con l’usare l’altro come un oggetto finalizzato al mio godimento, e da questo punto di vista perfino Dio può essere trasformato in oggetto e la preghiera mutarsi in una sorta di raffinato autoerotismo. Questo avviene quando al centro non c’è più il Tu di Dio, ma la ricerca del proprio benessere spirituale.

Tornando al contatto quindi il problema non è di per sé il toccarsi, ma quando questo toccarsi non è “sensato”, quando cioè esprime qualcosa di diverso dall’amicizia. Così, ad esempio, sarebbe senza senso un contatto tra amici che coinvolgesse l’area genitale. Così ad esempio Sam e Frodo non si abbandonano alla dolcezza di quell’abbraccio, ma subito ritornano al loro compito, a quella missione che li unisce.

Come spesso accade con le fobie, però, l’oggetto temuto è anche l’oggetto desiderato, perché ciò che temiamo in effetti non è il contatto in sé, ma le emozioni che scatena dentro di noi, temiamo di non essere capaci di gestirle, di controllarle. Accade così che più ci neghiamo i contatti fisici, più le emozioni che ci provocano diventeranno violente e difficili da gestire. È come per il sesso: il moralismo in realtà agisce da amplificatore sul desiderio. Così proprio per imparare ad avere un rapporto sereno con la propria fisicità è bene abituarsi ai contatti fisici, esprimerli senza paura, purché siano sensati. Abbracci, carezze e altre forme di contatto diventeranno così via via più naturali e spontanei tra amici. Quando non hanno più paura della tenerezza gli amici amano toccarsi, perché amano condividere anche le proprie fragilità.

domenica 13 ottobre 2013

IDEA DELL'AMICIZIA (di p. John F. Harvey, OSFS)

Davide e Gionata: modello di amicizia cristiana
"Come Sant'Agostino scoprì per mezzo di un’amara esperienza, Dio deve essere presente nelle amicizie umane, o queste non conterranno alcuna vera felicità. Questo principio generale conduce a diverse conclusioni pratiche, sempre valide:

(1) una vera amicizia non esiste, a meno che Dio sia il legame di unione tra gli amici; 


(2) l'amore per un amico che non riesce a comprendere i suoi limiti umani rende schiava l'anima e la espone ad una sofferenza sconvolgente; 


e 
(3) la soluzione della questione dell’amicizia umana risiede nell'integrazione dell'amore dell'uomo con l'amore di Dio. Lungi dal contrapporre amicizia umana e divina, ci si rende conto che tutto ciò che è bello nella propria amicizia è un dono divino. Pertanto, si dovrebbe esortare l'amico ad amare Dio ".

p. John F. Harvey, OSFS Teologia Morale delle Confessioni di S. Agostino, Catholic University of America Press, 1951


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domenica 13 gennaio 2013

CRISTO SIA TERZO TRA NOI: L'AMICIZIA CRISTIANA

S. Basilio e S. Gregorio Nazianzeno

A. Tanquerey Compendio di teologia ascetica e mistica

Santificazione delle relazioni d'amicizia

L'amicizia può essere mezzo di santificazione o serio ostacolo alla perfezione, secondo che è soprannaturale o naturale e sensibile. Parleremo dunque: * 1^ delle vere amicizie; * 2^ delle amicizie false; * 3^ delle amicizie in cui c'è un misto di soprannaturale e di sensibile.

1^ DELLE VERE AMICIZIE
Ne diremo la natura e i vantaggi.

595. A) Natura. -- a) Essendo l'amicizia una mutua comunicazione tra due persone, si specifica innanzi tutto secondo la varietà delle comunicazioni e la qualità dei beni che si comunicano. Il che viene molto bene spiegato da S. Francesco di Sales: "Quanto più squisite saranno le virtù in cui comunicate, tanto più perfetta sarà l'amicizia. Se comunicate in scienze, l'amicizia è certamente assai lodevole; più lodevole ancora se comunicate in virtù, nella prudenza, nella moderazione, nella fortezza, nella giustizia. Se poi la vostra mutua comunicazione riguarda la carità, la devozione, la perfezione cristiana, oh Dio! quanto preziosa sarà l'amicizia! Sarà eccellente perché viene da Dio, eccellente perché tende a Dio, eccellente perché ne è vincolo Dio, eccellente perché durerà eternamente in Dio! Oh! che buona cosa è amare sulla terra come si ama in cielo e imparare ad averci in questo mondo quella reciproca tenerezza che ci avremo eternamente nell'altro!"

La vera amicizia è dunque in generale un'intima corrispondenza tra due anime per farsi scambievolmente del bene. Può restare semplicemente onesta, se i beni che si comunicano sono di ordine naturale. Ma l'amicizia soprannaturale è di ordine assai superiore. È un'intima corrispondenza tra due anime che si amano in Dio e per Dio, a fine di scambievolmente aiutarsi a perfezionar la vita divina che possiedono. Fine ultimo ne è la gloria di Dio, fine immediato il progresso spirituale, e Gesù il vincolo di unione tra i due amici. Tal è il pensiero del Beato Etelredo: "Ecce ego et tu et spero quod tertius inter nos Christus sit"; che il Lacordaire traduce così: "Non posso più amar persona senza che l'anima prenda posto dietro il cuore e che Gesù Cristo venga a fare il terzo in mezzo a noi".

596. b) Perciò quest'amicizia, in cambio di essere appassionata, predominante, esclusiva come l'amicizia sensibile, ha per doti la calma, il riserbo e la mutua confidenza. È affetto calmo e moderato, appunto perché fondato sull'amor di Dio ne partecipa la virtù; onde è pure affetto costante, che va crescendo, al rovescio dell'amore passionale che tende ad affievolirsi. Ed è accompagnata da savio riserbo: in cambio di cercar familiarità e carezze come l'amicizia sensibile, è piena di rispetto e di riservatezza, perché non desidera altro che comunicazioni spirituali. Questa riservatezza non impedisce però la confidenza; mutuamente stimandosi e vedendo nella persona amata un riflesso delle divine perfezioni, si prova per lei confidenza grandissima, che è del resto reciproca; il che porta intime comunicazioni, perché si brama di partecipare alle soprannaturali doti dell'amico. Si comunicano quindi i pensieri, i disegni, i desideri di perfezione. E bramando di scambievolmente perfezionarsi, non si peritano di avvertirsi dei difetti e di aiutarsi a correggerli. La mutua confidenza che regna tra i due amici impedisce all'amicizia di diventare inquieta, affannosa, esclusiva; non si ha per male che l'amico abbia altri amici, anzi se ne gode pel bene suo e per quello del prossimo.

597. B) È chiaro che tale amicizia presenta grandi vantaggi. a) La S. Scrittura ne fa frequenti elogi: "Un amico fedele è tetto robusto, e chi lo trova ha trovato un tesoro... l'amico fedele è balsamo vitale: Amicus fidelis protectio fortis; qui autem invenit illum invenit thesaurum... Amicus fidelis, medicamentum vitae et immortalitatis". Nostro Signore ce ne diede l'esempio nell'amicizia che ebbe per Giovanni, il quale era conosciuto per "l'amato da Gesù, quem diligebat Jesus". S. Paolo ha amici a cui porta profondo affetto; soffre della loro assenza e la sua più dolce consolazione è di rivederli; così è inconsolabile perché non trova Tito al luogo convenuto, "eo quod non invenerim Titum fratrem meum"; si rallegra appena lo ritrova: "Consolatus est nos Deus in adventu Titi... magis gavasi sumus super gaudio Titi". Si vede pure quale affetto nutriva per Timoteo e quanto bene gli faceva la sua presenza e che aiuto gli dava a farne anche agli altri; lo chiama quindi suo collaboratore, suo figlio, suo carissimo figlio, suo fratello: "Timotheus adjutor meus... filius meus... Timotheus frater... Timotheo dilecto filio".

Anche l'antichità cristiana ci porge illustri esempi di amicizia: uno dei più celebri è quello di S. Basilio e di S. Gregorio Nazianzeno.

598. b) Da questi esempi si deducono tre ragioni a mostrare quanto utile sia l'amicizia cristiana, specialmente per il sacerdote di ministero.

1) Un amico è una tutela rispetto alla virtù, protectio fortis. Noi sentiamo il bisogno d'aprire il cuore a un intimo confidente; il direttore risponde talora a questo bisogno, ma non sempre: la sua amicizia paterna è diversa dall'amicizia fraterna che cerchiamo noi. Abbiamo bisogno d'un nostro pari con cui poter discorrere con tutta libertà. Se non lo troviamo, correremo pericolo di far confidenze biasimevoli a persone che non sempre riusciranno innocue per noi e per loro.

2) È pure un intimo consigliere a cui apriamo volentieri i dubbi e le difficoltà e che ci aiuta a risolverli; è un monitore savio e affettuoso, che, vedendoci all'opera e sapendo ciò che si dice di noi, ci dirà la verità, facendoci così schivar talora molte imprudenze.

3) È finalmente un consolatore, che ascolterà amorevolmente il racconto delle nostre pene, e troverà nel suo cuore le parole necessarie per addolcirle e confortarci.

599. Si può chiedere se queste amicizie siano da approvarsi nelle comunità, potendosi infatti temere che portino danno all'affetto che deve unire tutti i membri e che generino gelosie. Bisogna certamente badare che tali amicizie non rechino nocumento alla carità comune, e che siano non solo soprannaturali ma tenute entro i giusti limiti fissati dai superiori. Con queste riserve, anche coteste amicizie hanno i loro vantaggi, perché i religiosi hanno essi pure bisogno d'un consigliere, d'un consolatore e d'un monitore che sia insieme un amico. Tuttavia anche nelle comunità, anzi più che altrove, bisogna premurosamente evitare tutto ciò che può aver colore di falsa amicizia.

2^ DELLE FALSE AMICIZIE
Ne esporremo la natura, i pericoli, i rimedi.

600. A) La natura
a) Le false amicizie sono quelle che si fondano su doti sensibili o frivole, mirando a godere della presenza e dei vezzi della persona amata. È dunque in fondo mascherato egoismo, perché si ama uno per il piacere che si prova in sua compagnia. È vero che si è pronti a rendergli servizio ma per il piacere che si prova a maggiormente affezionarselo.

b) S. Francesco di Sales ne distingue tre specie: le amicizie carnali, che cercano i diletti della voluttà; le amicizie sensuali, che si attaccano principalmente alle doti esterne e sensibili, "come il diletto di veder la bellezza, d'udire una voce soave, di toccare e simili"; le amicizie frivole, fondate su certe vane qualità che le teste piccole chiamano virtù e perfezione, come sarebbe di ballar bene, giocar bene, cantar bene, acconciarsi bene, sorridere con grazia, aver grazioso l'aspetto.

601. c) Queste specie di amicizie cominciano generalmente all'età della pubertà; nascono dal bisogno istintivo che allora si prova di amare e di essere amati. Sono spesso una specie di deviazione dell'amore sessuale: fuori delle comunità tali amicizie si formano tra i giovani e le giovani, e quando vanno un po' troppo oltre, prendono il nome di innamoramenti. Nelle comunità chiuse si formano tra persone dello stesso sesso e si chiamano amicizie particolari. Si provano talora anche in età più avanzata; così certi uomini sentono affetto sensibile verso giovani che hanno giovanile e grazioso aspetto, indole aperta e amabili maniere.

602. d) I segni caratteristici onde si riconoscono le amicizie sensibili, si desumono dall'origine, dallo sviluppo, dagli effetti.

1) Quanto all'origine, cominciano repentinamente e fortemente, perché provengono da simpatia naturale e istintiva; si fondano su doti esterne e brillanti o che almeno paiono tali; e sono accompagnate da emozioni vive e talora appassionate.

2) Nel loro sviluppo s'alimentano di conversazioni talora di nessuna importanza ma affettuose, talora troppo intime e pericolose; di sguardi frequenti, che, in certe comunità, suppliscono alle conversazioni particolari; di carezze, di strette di mano espressive ecc.

3) Quanto agli effetti, sono premurose, predominanti, esclusive; parrebbe che debbano durare eterne; ma basta una separazione a cui seguono altri affetti per troncarle spesso molto bruscamente.

603. B) I pericoli di queste specie d'amicizie sono evidenti.
a) Sono uno dei più grandi ostacoli al progresso spirituale: Dio, che non vuole saperne di cuori divisi, comincia col fare interni rimprovero, e, se la sua voce non viene ascoltata, si ritira a poco a poco dall'anima, privandola di lumi e di consolazioni interiori. A mano a mano che queste affezioni crescono, si perde il raccoglimento interiore, la pace dell'anima, il gusto degli esercizi spirituali e del lavoro.

b) Onde perdite considerevoli di tempo: il pensiero corre troppo spesso all'amico assente, e impedisce l'applicazione della mente e del cuore alle cose serie e alla pietà.

c) Sottentra il disgusto e lo scoraggiamento; la sensibilità prende il sopravvento sulla volontà che diventa debole e languida.

d) Sorgono allora pericoli per la santa purità. Si vorrebbe bene contenersi nei limiti dell'onestà, ma si pensa che l'amicizia dia certi diritti e si ammettono familiarità sempre più sospette. È pendio sdrucciolevole, e chi si espone al pericolo finisce col soccombervi.

604. C) Il rimedio sta nel combattere queste false amicizie fin dal principio, vigorosamente e con mezzi positivi.
a) Fin dal principio, essendo allora più facile perché il cuore non è ancora profondamente attaccato; con qualche energico sforzo vi si riesce, soprattutto se si ha il coraggio di parlarne al confessore e accusarsi delle minime debolezze. Aspettando, il distacco sarà assai più laborioso.

b) Ma, per trionfare, occorrono provvedimenti radicali: "Tagliate, troncate, spezzate; non basta scucire in queste folli amicizie, bisogna stracciare; non basta scogliere i nodi, bisogna rompere o troncare". Quindi non solo non si deve andare a cercare colui che si ama in questo modo, ma schivar pure di pensare volontariamente a lui; e se talora non si può evitare di trovarsi in sua compagnia, bisogna trattarlo con gentilezza e carità ma senza fargli confidenze o dargli speciali segni d'affetto.

c) A meglio riuscirvi si adoprano mezzi positivi, cercando di occuparsi e di immergersi più attivamente che sia possibile nella pratica dei doveri del proprio stato; e quando ciò non ostante si presenta alla mente il pensiero di colui che si ama, se ne coglie occasione per fare un atto d'amore verso Nostro Signore, dicendo per esempio: "Voi solo, o Gesù, io voglio amare, unus est dilectus meus, unus est sponsus meus in aeternum", A questo modo uno si approfitta della stessa tentazione per maggiormente amar colui che solo si merita il nostro cuore.

3^ DELLE AMICIZIE SOPRANNATURALI E NELLO STESSO TEMPO SENSIBILI.
605. Avviene talvolta che nelle nostre amicizie vi è un misto di naturale e di soprannaturale. Si vuole veramente il bene soprannaturale dell'amico, ma si desidera nello stesso tempo di goderne la presenza, la conversazione, e si soffre troppo della sua assenza. Il che viene molto bene descritto da S. Francesco di Sales: "Si comincia con l'amor virtuoso, ma, se non si è molto prudenti, vi si mescolerà presto l'amor frivolo, poi l'amor sensuale, poi l'amor carnale; sì, vi è pericolo anche nell'amor spirituale se non si sta ben in guardia, benché in questo sia più difficile di prendere abbaglio, perché la sua purezza e il suo candore fanno rilevar meglio le sozzure che Satana ci vuol mescolare; onde, quando vi si mette, lo fa con maggior astuzia, tentando di insinuarvi le impurità quasi insensibilmente".

606. Qui pure bisogna dunque vigilare sul proprio cuore e prendere mezzi efficaci per non scivolare sul pericoloso pendio.
a) Se predomina l'elemento soprannaturale, l'amicizia si può conservare e fomentare purificandola. Ma occorre prima di tutto astenersi da ciò che fomenta l'elemento troppo sensibile, conversazioni frequenti e affettuose, familiarità ecc.; bisogna ogni tanto sapersi privare di una visita, che sarebbe del resto legittima, e troncare una conversazione che diventa ormai inutile. A questo modo si acquista una certa padronanza sulla propria sensibilità e se ne schivano i pericolosi traviamenti.

b) Se predomina l'elemento sensibile, bisogna, per alquanto tempo, rinunciare a ogni relazione particolare con quell'amico, fuori degli incontri necessari; e in tali incontri sopprimere ogni parola affettuosa. Si lascia così raffreddare la sensibilità, aspettando che regni la calma nell'anima per riprendere le relazioni. Le nuove relazioni assumono allora un tutt'altro carattere; che se avvenisse altrimenti, bisognerebbe sopprimerle per sempre.

c) In ogni caso, bisogna giovarsi di queste occasioni per rinvigorir l'amore a Gesù, protestando che non si vuole amare che in lui e per lui, e rileggere spesso i due capitoli VII e VIII del secondo libro dell'Imitazione di Cristo. Così le tentazioni ci si convertono in occasione di vittoria.