martedì 15 gennaio 2013

L’AIDS E IL PRESERVATIVO (di mons. Michel Schooyans)

mons. Michel Schooyans*

Certamente molte persone sono state contagiate con il virus dell’AIDS senza avere la minima responsabilità morale personale, attraverso le trasfusioni di sangue, gli errori medici o i contatti accidentali. Anche il personale infermieristico rischia il contagio, prendendosi cura dei pazienti sieropositivi.

Non tratteremo tali casi in questa sede. Esamineremo invece le dichiarazioni esternate negli ultimi anni da diverse personalità di alto profilo del mondo accademico ed ecclesiastico, soprattutto moralisti e pastori. Li chiameremo dignitari, evitando di citarne i nomi per non personalizzare il dibattito e per concentrare l’attenzione sull’argomentazione morale [1].

Disordine e confusione
Poiché queste dichiarazioni riguardano l’uso del preservativo al fine di non contrarre l’AIDS, esse producono spesso profonda confusione nell’opinione pubblica e nella Chiesa. Esse sono spesso accompagnate da sorprendenti commenti sulla persona del Papa e sulla sua funzione, e sull’autorità della Chiesa. In tale contesto vengono anche reiterate le consuete lamentele sulla morale sessuale, sul celibato, l’omosessualità, l’ordinazione delle donne, la Comunione ai divorziati e agli abortisti, ecc. Un'occasione da sfruttare per dare risonanza globale a queste tematiche.

Questi dignitari si esprimono, in modo piuttosto compiaciuto, attraverso i mezzi di comunicazione sociale. Si dichiarano favorevoli all’uso del condom per evitare il rischio di contrarre l’AIDS. Secondo loro, la Chiesa dovrebbe mutare la propria posizione in materia.

Queste dichiarazioni provocano grande confusione nella mente della gente. Confondono i fedeli, dividono i preti, indispettiscono l’episcopato, screditano il collegio cardinalizio, incrinano il Magistero della Chiesa e puntano frontalmente al Santo Padre. Altri dignitari, ora in pensione o deceduti, avevano già guidato questo tipo di movimento. Oggi, queste osservazioni provocano spesso costernazione, perché la gente si aspetta maggiore prudenza e rigore morale, teologico e comportamentale da parte di questi dignitari che – influenzati da idee di moda in certi ambienti – fanno di tutto per “giustificare” l’uso del preservativo mettendo insieme i soliti trucchetti del “danno minore” o del “doppio effetto” con tono da venditori.

Uno di questi dignitari è arrivato al punto di considerare l’uso del condom come un obbligo morale in base al quinto comandamento. In questo senso si sostiene che se le persone infette dal virus si rifiutano di praticare l’astinenza, dovranno proteggere il loro partner e che l’unico modo per farlo, in questo caso, sia attraverso il preservativo.

Questo tipo di osservazioni sono sufficienti per lasciare la gente perplessa e rivelano una conoscenza incompleta e tendenziosa della morale più naturale e in particolare della morale cristiana. Il modo di presentare le cose è quanto meno sorprendente.

Un problema di morale naturale

Alcune considerazioni rassicuranti ma false

Le argomentazioni di questi dignitari, relative all’uso del condom, sono sorprendentemente superficiali. Queste persone dovrebbero piuttosto attingere agli autorevoli studi scientifici e clinici, evitando di rilanciare e dare credito a chiacchiere da tempo confutate in qualunque rivista di consumatori.

Come si può non aver preso atto che l’effetto di contenimento che il condom dovrebbe esercitare è in realtà ampiamente illusorio? È così in quanto il preservativo è meccanicamente fragile, incoraggia e aumenta il numero dei partner e la varietà delle esperienze sessuali. Per questi motivi esso aumenta i rischi anziché ridurli.

L’unica efficace forma di prevenzione risulta essere quella della rinuncia ai comportamenti rischiosi e quella della fedeltà.

Da questo punto di vista, la qualificazione morale dell’uso del preservativo è un problema di onestà scientifica e di morale naturale. La Chiesa ha non solo il diritto, ma anche il dovere di pronunciarsi su questo argomento.

Inefficacia a cui consegue la morte
Le esternazioni di questi dignitari mancano di citare recenti studi di innegabile valore scientifico, come quello del dottor Jacques Suaudeau[2]. Seppure ignorassero questi studi recenti, potrebbero almeno tenere a mente i moniti precedenti, espressi dalle più elevate autorità scientifiche. Per esempio, nel 1996, si leggeva in un rapporto del professor Henri Lestradet, dell’Accademia nazionale della medicina (Parigi) [3]:

“È opportuno [...] sottolineare che il condom è stato inizialmente considerato come un mezzo di contraccezione. Tuttavia [...] il tasso di ‘fallimento’ è generalmente collocato tra il 5% e il 12%, per coppia, per anno di utilizzo.”

“A priori [...] con il virus dell’HIV che è 500 volte più piccolo dello sperma, è difficile pensare ad un tasso inferiore di fallimento. In ogni caso c’è un’enorme differenza tra queste due situazioni. Se il condom non è totalmente efficace come mezzo contraccettivo, la conseguenza di tale fallimento è lo sviluppo della vita, mentre in caso di contrazione dell’HIV è la morte in ogni caso”. [4]

Poi, considerando il caso dei sieropositivi, lo stesso rapporto osserva che: “L’unico comportamento responsabile di un uomo sieropositivo è l’effettiva astensione dai rapporti sessuali, sia quelli protetti che quelli non. [...] Se una coppia prevede di instaurare una relazione stabile, dovrebbe seguire queste raccomandazioni: che ciascuno si sottoponga ad analisi cliniche, ripetendole dopo tre mesi, praticando in questo periodo l’astinenza da ogni rapporto sessuale (con o senza condom), per poi impegnarsi nella fedeltà reciproca. [5]

I dignitari, che sono gli autori delle considerazioni oggetto del nostro esame, dovrebbero tenere conto della drammatica conclusione che si trae dallo studio che stiamo citando:

“L’asserzione – proclamata centinaia di volte da operatori sanitari, dal Conseil supérieur per l’AIDS, e da associazioni per la lotta all’AIDS – della piena sicurezza assicurata in ogni circostanza dall’uso del preservativo, è senza alcun dubbio alla base di molte infezioni di cui ancora oggi ci si rifiuta di ricercare le cause”. [6]

Alcune campagne internazionali vengono attuate in società “esposte”, inondandole di preservativi. Le autorità religiose vengono invitate a dare il loro patrocinio. Ebbene, nonostante queste campagne, e probabilmente a causa di queste campagne, si osserva regolarmente una progressione della pandemia.

Nel luglio del 2004, una delle più eminenti autorità mondiali sull’AIDS, il dottore belga Jean-Louis Lamboray, ha lasciato l’UNAIDS (Il programma delle Nazioni Unite contro l’AIDS). Come motivo del suo abbandono ha indicato “il fallimento delle politiche nel porre un freno alla diffusione di questa malattia”. Queste politiche hanno fallito perché “l’UNAIDS ha dimenticato che le vere misure preventive vengono decise nelle case della gente e non negli uffici degli esperti”. [7]

Prima di emanare dichiarazioni perentorie, i dignitari dovrebbero ricordare ciò che un altro dottore ha detto; uno a cui i mezzi di comunicazione hanno dato ampia risonanza e che certamente non può essere sospettato di simpatia verso le posizioni della Chiesa. Ecco ciò che il defunto professor Leon Schwartzenberg ha scritto nel 1989: 

“Sono certamente soprattutto i giovani a diffondere l’AIDS; sono completamente ignari della tragedia dell’AIDS, che è per loro una malattia delle persone anziane. Questa convinzione è rafforzata dall’atteggiamento della classe politica, molto più anziana di loro, che è responsabile di tale propaganda: la pubblicità ufficiale del preservativo sembra essere creata da chi non lo usa mai, per chi non vuole usarlo”. [8]

Gli ascoltatori, i lettori e chi guarda la televisione, quindi, non possono prendere per buone le considerazioni imprudenti di questi dignitari, senza rischiare – come loro – di vedersi accusati presto o tardi di essere “alla radice di molte infezioni”.

1) Questo testo è un estratto di Le terrorisme à visage humain, di Michel Schooyans et Anne-Marie Libert, seconda edizione, Parigi, F.-X. de Guibert Publisher, 2008, pp. 173-179.
2) Dr Jacques SUAUDEAU, articolo “Sexo seguro” in Lexicon, Madrid, Ed. Palabra, 2004; pp.1041-1061. L’edizione italiana è stata pubblicata a Bologna, Ed. EDB, 2003.
3) Henri LESTRADET., AIDS, Propagation and Prevention. Rapporti della Commission V11 della National Academy of Medicine, con commenti, Parigi, Editions de Paris, 1996.
4) ibid, p.42.
5) ibid, p.46.6) ibid, pp.46 e ss.
7) ACI comunicato del 6 luglio 2004.8) Léon Schwartzenberg, Interview in La Libre Belgique (Brussels), 13 marzo 1989, p.2.

Un problema di morale cristiana
Inoltre, è specioso asserire che la Chiesa non abbia un insegnamento ufficiale sul problema dell’AIDS e sul preservativo. Sebbene il Papa sistematicamente evita di chiamarlo per nome, i problemi morali posti dal condom sono affrontati in tutti i grandi insegnamenti riguardanti i rapporti coniugali e le finalità del matrimonio.
Quando si considera l’AIDS e il condom alla luce della morale cristiana occorre tenere a mente alcuni punti essenziali: l’atto carnale dovrebbe aver luogo all’interno di un matrimonio monogamo tra un uomo e una donna; la fedeltà coniugale è il miglior rimedio contro le malattie sessualmente trasmesse come l’AIDS; l’unione coniugale dovrebbe essere aperta alla vita, a cui si deve aggiungere il rispetto della vita degli altri.

Sposi o partner?
Ne consegue che la Chiesa non predica una morale sessuale dei “partner”.
Essa propone invece una morale coniugale e familiare. Essa si rivolge agli “sposi”, coppie unite sacramentalmente in un matrimonio che è monogamo e eterosessuale. Considerazioni sulla questione del condom ventilate dai dignitari riguardano i “partner”, sia che essi intrattengano rapporti pre o extra matrimoniali, intermittenti o persistenti, eterosessuali, omosessuali, lesbici, sodomitici, ecc. Non si vede perché la Chiesa, e tanto meno i dignitari titolari del Magistero, debbano – a costo di rischiare lo scandalo – andare in soccorso del vagabondaggio sessuale e rendersi responsabili del peccato di chi, in molti casi, non si interessa minimamente, né in pratica, né spesso in teoria, della morale cristiana.

“Peccate, miei fratelli, ma in sicurezza!” Dopo il “sesso sicuro”, abbiamo ora il “peccato sicuro”! 

La Chiesa e i suoi dignitari, quindi, non hanno titolo a spiegare cosa fare per peccare agiatamente. Abuserebbero della loro autorità se si adoperassero per fornire prodighi consigli su come arrivare al divorzio, poiché la Chiesa considera il divorzio come un male. Sarebbe come confermare il peccatore nel suo peccato, mostrandogli come andare avanti evitando le conseguenze indesiderate.

Da qui la domanda: è ammissibile che i dignitari, che dovrebbero essere i custodi della dottrina, oscurino le esigenze della morale naturale e della morale evangelica, e non lancino l’appello alla conversione dei comportamenti? 

È inammissibile e irresponsabile che i dignitari diano il loro avallo all’idea del “sesso sicuro”, usata per rassicurare gli utilizzatori del condom, quando è noto che questa espressione è una bugia e porta alla rovina. Questi illustri dignitari dovrebbero quindi chiedersi se non stanno solo incitando le persone a schernire il sesto comandamento di Dio, ma anche a farsi beffe del quinto comandamento “non uccidere”. Il falso senso di sicurezza offerto dal condom, lungi dal ridurre i rischi di contagio, li aumenta. L’accusa di non rispettare il quinto comandamento si ritorce contro i partner che non fanno uso del condom.

L’argomentazione usata nel tentativo di “giustificare” l’uso “profilattico” del condom quindi si riduce a nulla, sia in relazione alla morale naturale, che alla morale cristiana.

Sarebbe forse più semplice dire che, se gli sposi si amano veramente e se uno di loro si prende il colera, la peste bubbonica o la tubercolosi polmonare, questi dovrebbero astenersi dai contatti tra loro per evitare il contagio. 

Lo scopo: un grande rovesciamento

Un errore di metodo

All’inizio di quest’analisi abbiamo indicato che i dignitari favorevoli al condom spesso legano la loro arringa difensiva a cause diverse da quella di “partner” sessuali lungimiranti e organizzati. Infatti, si cavalca questo argomento per poi discutere sull’intero insegnamento della Chiesa: sulla sessualità umana, sul matrimonio, la famiglia, la società e sulla Chiesa stessa.

Questo spiega in parte la quasi totale carenza di interesse di questi dignitari nelle conclusioni scientifiche e nelle idee fondamentali della morale naturale. E sono proprio queste conclusioni e idee fondamentali che questi dignitari dovrebbero tenere conto anzitutto nelle loro considerazioni sulla morale cristiana.

A causa di questo errore metodologico – sia esso volontario o meno – i dignitari aprono la via ad un rovesciamento della morale cristiana. Essi puntano persino a rovesciare il dogma cristiano, in quanto si riservano il diritto, nelle loro opinioni, di fare appello all’intera istituzione della Chiesa per una riforma che avalli la loro morale e il loro dogma. Essi intendono quindi partecipare, al loro livello, a questa nuova rivoluzione culturale.

Ciò nonostante, poiché questi dignitari hanno commesso, sin dall’inizio, un errore metodologico, trascurando le idee fondamentali ed essenziali del problema, inevitabilmente camminano su un terreno scivoloso. Se si parte da premesse erronee, si può solo giungere a conclusioni errate. È facile vedere dove le idee errate stanno conducendo questi dignitari. Il loro approdo può essere sintetizzato in tre sofismi, che possono essere demoliti da qualunque scolaretto.

Tre sofismi

Primo sofisma:
Maggiore : Non usare il condom favorisce l’AIDS.
Minore : Favorire l’AIDS significa favorire la morte.
Conclusione : Non usare il condom significa quindi favorire la morte.

Questo ragionamento distorto si basa sull’idea che per proteggersi occorre usare il preservativo. I partner possono essere molteplici. La fedeltà non è neanche presa in considerazione. L’impulso sessuale è considerato irresistibile e la fedeltà coniugale impossibile. L’unico modo per non contrarre l’AIDS diventa quindi quello di usare il condom.

Secondo sofisma:
Maggiore : Il condom è l’unica protezione contro l’AIDS.
Minore : La Chiesa è contraria al condom.
Conclusione : La Chiesa quindi favorisce l’AIDS.

Questo pseudo sillogismo si basa sull’errata asserzione della premessa maggiore, che il condom sia l’unica protezione possibile contro l’AIDS. Si dà per scontata l’affermazione che si vuole dimostrare; siamo in presenza di una petitio principii: un ragionamento fallace, nel quale le premesse sono presentate come indiscutibili e a cui conseguono logiche conclusioni.
Si assume come vero ciò che si vuole dimostrare, ovvero che il condom costituisce l’unica protezione contro l’AIDS. 

Un caso di polisillogismo
Ecco infine un esempio di pseudo sillogismo, un sofisticato sillogismo di cui i dignitari dovrebbero rendersi conto.
Maggiore : La Chiesa è contraria al condom;
Minore : Il condom previene gravidanze indesiderate;
Conclusione/Premessa maggiore : La Chiesa quindi favorisce le gravidanze indesiderate;
Minore : Le gravidanze indesiderate portano all’aborto;
Conclusione : La Chiesa quindi favorisce l’aborto.

In definitiva, il risveglio della morale e dell’ecclesiologia cristiana non può aspettarsi nulla dal perfido sfruttamento dei malati e della loro morte.
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* Monsignor Michel Schooyans, filosofo e teologo, è membro della Pontificia Accademia delle scienze sociali e della Pontificia Accademia per la vita, consultore del Pontificio Consiglio per la famiglia e membro dell’Accademia messicana di bioetica. Dopo aver insegnato per dieci anni all’Università cattolica di San Paolo, in Brasile, è andato in pensione come professore di filosofia politica e etica dei problemi demografici presso l’Università cattolica di Louvain, in Belgio. È autore di circa trenta libri. 

Tutti i dirirtti appartengono a ZENIT 

BEYOND GAY

http://www.beyondgay.com/index.html 


[L'autore] METTE IN DUBBIO anche l'approccio pastorale di alcuni gruppi cristiani: per esempio, quelli che sostengono che CON SUFFICIENTE FEDE ED UNA TERAPIA ADEGUATA, LA MAGGIOR PARTE DEGLI OMOSESSUALI PUO' SPERARE IN UN'APPAGANTE VITA ETEROSESSUALE.

Morrison ritiene che, mentre alcuni uomini e donne con tendenze omosessuali possono riorientarsi ad una vita eterosessuale, altri probabilmente no.

Ma l'amore di Dio per tutti i Suoi figli non viene mai meno, non importa quali siano i pesi di ciascuno.

Il significato della sessualità umana e la vocazione cristiana alla castità si applicano a tutti con uguale forza e uguale amore: sposate e non sposate, "gay" e "etero".

Charles J. Chaput, O.F.M. cap. Arcivescovo di Denver nell'Introduzione a David Morrison: Beyond Gay (1999)

LA MORTIFICAZIONE CRISTIANA (di Desiré Mercier)

Il Cardinale Desiré Mercier

Oggetto della mortificazione cristiana

La mortificazione cristiana ha per fine la neutralizzazione degli influssi maligni che il peccato originale esercita ancora sulle nostre anime, anche dopo che il battesimo ci ha rigenerati.
La nostra rigenerazione in Cristo, anche se annulla completamente il peccato che è in noi, ci lascia tuttavia molto distanti dalla rettitudine e dalla pace originali. Il concilio di Trento riconosce che la concupiscenza, ovvero la triplice brama della carne, degli occhi e dell’orgoglio, si fa sentire in noi anche dopo il battesimo, al fine di esercitarci alle gloriose lotte della vita cristiana[1]. E’ questa triplice bramosia che la Scrittura chiama tanto il vecchio uomo, opposto all’uomo nuovo, che è Gesù vivo in noi e noi stessi vivi in Gesù, quanto la carne ovvero la natura decaduta, opposta allo spirito ovvero la natura rigenerata dalla grazia sovrannaturale. E’ questo vecchio uomo ovvero questa carne, cioè tutto l’uomo con la sua duplice vita morale e fisica, che bisogna, non dico annientare – perché è cosa impossibile nella vita presente – ma mortificare, cioè ridurre praticamente all’impotenza, all’inerzia e alla sterilità di un morto; bisogna impedirgli di fare il suo frutto, che è il peccato, e annullare la sua azione in tutta la nostra vita morale.
La mortificazione cristiana deve dunque abbracciare tutto l’uomo, estendersi a tutte le sfere di attività in cui la nostra natura è capace di insorgere.
Tale è l’oggetto della virtù della mortificazione: ne indicheremo ora la pratica, percorrendo successivamente le manifestazioni molteplici in cui si traduce nella nostra vita.

- L’attività organica, ovvero la vita corporale.
- L’attività sensibile, che si esercita sia sotto forma di conoscenza sensibile attraverso i sensi esteriori o anche l’immaginazione, sia sotto forma di appetito sensibile, ovvero passione.
- L’attività razionale e libera, principio dei nostri pensieri, dei nostri giudizi e delle determinazioni della nostra volontà.
- La manifestazione esteriore della vita della nostra anima, ovvero le nostra azioni esteriori.
- I nostri rapporti col prossimo.

Esercizio della mortificazione cristiana

N.B. Tutte le pratiche di mortificazione da noi qui riunite sono tratte dagli esempi dei santi, specialmente di sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, santa Teresa, san Francesco di Sales, san Giovanni Berchmans, o raccomandate da maestri riconosciuti di vita spirituale, come il venerabile Luigi di Blois, Rodriguez, Scaramelli, Mons. Gay, don Allemand, don Hamon, don Dubois ecc.

Mortificazione del corpo

1- In fatto di alimentazione limitati, se possibile, al puro necessario. Medita queste parole che sant’Agostino rivolgeva a Dio: «Mi hai insegnato, o mio Dio, a non assumere gli alimenti che come rimedi. Oh! Signore, chi fra noi non supera talvolta questo limite? Se ce n’è uno, dichiaro che quest’uomo è grande e che deve grandemente glorificare il tuo nome» (Confessioni, libro X, cap. 31).
2- Prega Dio spesso, prega Dio ogni giorno di impedire con la sua grazia che tu superi i limiti della necessità e ti lasci andare seguendo il piacere.
3- Non mangiare niente tra i pasti, tranne in caso di necessità o di convenienza sociale.
4- Pratica l’astinenza e il digiuno, ma praticalo soltanto sotto il vincolo dell’obbedienza e con discrezione.
5- Non ti è vietato di gustare qualche soddisfazione corporea, ma fallo con intenzione pura e benedicendo Dio.
6- Regola il tuo sonno, evitando ogni fiacchezza, ogni mollezza, specialmente al mattino. Fissati un’ora, se puoi, per andare a letto e per alzarti, e attienitici con energia.
7- In generale, non riposarti che nella misura del necessario; dedicati generosamente al lavoro, non risparmiare in ciò la tua fatica. Guardati dall’estenuare il tuo corpo, ma anche dal blandirlo; come lo senti poco disposto a obbedire al padrone, così trattalo come uno schiavo.
8- Se ti senti leggermente indisposto, evita di essere di peso agli altri a causa del tuo cattivo umore; lascia ai tuoi fratelli di compatirti; tu, sii paziente e muto come il divino Agnello, che portò tutte le nostre pene.
9- Guardati dal fare del più piccolo disagio una ragione di dispensa o di deroga al tuo ordine del giorno. «Bisogna odiare come la peste qualsiasi dispensa in materia di regole», scriveva Giovanni Berchmans.
10-Ricevi docilmente, sopporta con umiltà, pazienza, perseveranza la mortificazione dolorosa che si chiama malattia.

Mortificazione dei sensi, dell’immaginazione e delle passioni

11-Prima di tutto e sempre chiudi gli occhi di fronte a ogni spettacolo pericoloso, e anche, abbine il coraggio, a ogni spettacolo vano e inutile. Guardate senza vedere; non osservate nessuno per scorgerne la bellezza o la bruttezza.
12-Tieni chiusi i tuoi orecchi alle lusinghe, alle lodi, alle seduzioni, ai cattivi consigli, alle maldicenze, agli scherzi offensivi, alle indiscrezioni, alla critica malevola, ai sospetti comunicati, a ogni parola che può causare fra due anime il minimo raffreddamento.
13-Se il senso dell’olfatto ha da soffrire qualcosa a causa di certe infermità o malattie del prossimo, lungi da te di lamentartene: mettici una gioia santa.
14-Per quel che riguarda la qualità degli alimenti, abbi un grande rispetto per il consiglio di Nostro Signore: «Mangiate quel che vi si serve». «Mangiate ciò che è buono senza compiacervene, ciò che è cattivo senza manifestare avversione, e mostratevi indifferenti all’uno e all’altro: ecco, dice san Francesco di Sales, la vera mortificazione».
15-Offri a Dio i tuoi pasti, imponiti a tavola una piccola privazione; per esempio, rifiutati un granello di sale, un bicchiere di vino, un dolcetto ecc.; i tuoi commensali non se ne accorgeranno, ma Dio ne terrà conto.
16-Se ciò che ti si presenta ti attrae molto, pena al fiele e all’aceto che diedero a bere a Nostro Signore sulla croce: non ti impedirà di gustare la vivanda, ma servirà da contrappeso al piacere.
17-Evita ogni contatto sensuale, ogni carezza passionale, in cui potresti cercare, in cui potresti trovare una gioia principalmente sensibile.
18-Non andare a scaldarti, a meno che non sia necessario per risparmiarti un’indisposizione.
19-Sopporta tutto ciò che affligge naturalmente la carne; specialmente il freddo d’inverno, il caldo d’estate, la durezza del letto e tutte le scomodità di questo genere. Fa’ buon viso a tutti i climi, sorridi a tutte le temperature. Di’ col profeta: «Freddo, caldo, pioggia, benedite il Signore». Beati noi, se possiamo arrivare a dire di buon cuore questa frase che era familiare a san Francesco di Sales: «Non mi sento mai meglio di quando non mi sento bene».
20-Mortifica la tua immaginazione, quando questa ti seduce con l’esca di un posto brillante, quando ti rattrista con la prospettiva di un avvenire buio, quando ti irrita col ricordo di una parola o di un azione che ti hanno offeso.
21-Se senti il bisogno di sognare, mortificalo senza pietà.
22-Mortifica con la massima cura l’impazienza, l’irritazione o la collera.
23-Esamina a fondo i tuoi desideri, sottomettili sotto il controllo della ragione e della fede: davvero non desideri una vita lunga piuttosto che una vita santa? Piacere e benessere senza fastidi e dolori, vittorie senza battaglie, successi senza rovesci, applausi senza critiche, una vita comoda, tranquilla, senza croci di nessuna natura, ovvero una vita in tutto opposta a quella del nostro divino Salvatore?
24-Guardati dal prendere certe abitudini che, senza essere chiaramente cattive, possono divenire funeste, come l’abitudine alle letture frivole, ai giochi d’azzardo ecc.
25-Cerca di conoscere il tuo difetto dominante e, conosciutolo, perseguitalo fino ai suoi ultimi rifugi. A questo scopo, sottomettiti di buon cuore a ciò che potrebbe esserci di monotono e di noioso nella pratica dell’esame di coscienza.
26-Non ti è proibito di avere un cuore e di mostrarlo, ma guardati dal pericolo di eccedere la giusta misura. Combatti energicamente gli attaccamenti troppo naturali, le amicizie troppo particolari e tutte le mollezze del cuore.

Mortificazione dello spirito e della volontà

27-Mortifica il tuo spirito, proibendogli tutte le immaginazioni vane, tutti i pensieri inutili o estranei, che fanno perdere il tempo, dissipano l’anima, disgustano dal lavoro e dalle cose serie.
28-Ogni pensiero triste o inquieto deve essere bandito dal tuo spirito. La preoccupazione di tutto ciò che potrebbe in futuro accaderti non deve toccarti in nulla. Quanto ai pensieri cattivi che malgrado i tuoi sforzi ti molestano, devi, nel rigettarli, farne un oggetto di pazienza. Essendo involontari, saranno per te un’occasione di merito.
29-Evita di intestardirti nelle tue idee, di ostinarti nei tuoi sentimenti. Lascia volentieri prevalere il giudizio altrui, a meno che non si tratti di materia in cui hai il dovere di pronunciarti e di parlare.
30-Mortifica l’organo naturale del tuo spirito, cioè la lingua. Esercitati volentieri al silenzio, sia che te lo prescriva una regola religiosa, sia che te lo imponga tu stesso spontaneamente.
31-Scegli di ascoltare gli altri, piuttosto che parlare tu stesso; comunque, parla a proposito, evitando egualmente, in quanto eccessi, il parlare troppo che impedisce agli altri di dire i loro pensieri, e il parlare troppo poco che denota una insofferenza offensiva per quelli che parlano.
32-Non interrompere mai chi parla e non prevenire con una risposta precipitosa chi ti chiede qualcosa.
33-Abbi sempre un tono di voce moderato, mai brusco o spiccato. Evita i moltissimo, tantissimo, terribile, orribile ecc.: mai esagerare.
34-Ama la semplicità e la rettitudine. La simulazione, i sotterfugi, gli equivoci calcolati che certe persone pie si permettono senza scrupoli, screditano molto la vera pietà.
35-Astieniti con cura da ogni parola grossolana, volgare o anche audace, perché il Signore ci avverte che ce ne chiederà conto nel giorno del Giudizio.
36-Soprattutto, mortifica la tua volontà: è il punto decisivo. Piegati costantemente a ciò che sai essere la volontà di Dio e l’ordine della Provvidenza, senza tener conto dei tuoi gusti, né delle tue avversioni. Sottomettiti volentieri, anche ai tuoi sottoposti, nelle cose che non riguardano la gloria di Dio e i doveri del tuo incarico.
37-Guardati dalla minima disobbedienza agli ordini o anche ai desideri dei tuoi superiori; ricedili come se venissero da Dio.
38-Ricordati che praticheresti la più grande delle mortificazioni, se amassi di essere umiliato, e che manifesteresti un’obbedienza perfetta verso coloro a cui Dio ti ha sottoposto.
39-Scegli di essere dimenticato e di non essere tenuto in nessun conto: è il detto di san Giovanni della Croce, è il consiglio dell’Imitazione di Cristo: non parlare quasi di te stesso, né in bene né in male, ma cerca col silenzio di farti dimenticare.
40-Di fronte a un’umiliazione, a un’offesa, potresti essere tentato di mormorare, di rattristarti. Di’ come David: « Tanto meglio! E’ bene che io sia umiliato!»
41-Non intrattenere nessun desiderio frivolo: «Desidero poche cose, diceva san Francesco, e il poco che desidero, lo desidero tanto poco!»
42-Accetta con la più perfetta rassegnazione le mortificazioni provvidenziali, le croci e i lavori legati allo posto in cui la Provvidenza ti ha messo. «Dove meno si trova la nostra scelta, c’è più volontà di Dio». Vorremmo scegliere la nostra croce, averne un’altra invece della nostra, portare una croce pesante che avrebbe almeno qualche splendore, piuttosto che una croce leggera che stanca per la sua continuità: illusi! È la nostra croce che bisogna portare, non un’altra, e il suo merito non è nella sua qualità, ma nella perfezione con cui la si porta.
43-Non lasciarti turbare dalle tentazioni, gli scrupoli, le aridità spirituali: «ciò che si fa nell’aridità è più meritorio di fronte a Dio, di ciò che si fa nella consolazione», dice il santo vescovo di Ginevra.
44-Non si deve deplorare troppo le nostre miserie, ma umiliarci in esse. Umiliarsi è una cosa buona, che poche persone capiscono: inquietarsi e risentirsi è una cosa che tutti conoscono e che è cattiva, perché, in questa specie di inquietudine e di risentimento, l’amor proprio ha sempre la parte maggiore.
45-Diffidiamo egualmente della timidezza e dello sconforto che sfibrano, e della presunzione che altro non è se non l’orgoglio in azione. Lavoriamo come se tutto dipendesse dai nostri sforzi, ma restiamo umili come se il nostro lavoro fosse inutile.

Mortificazione da praticare nelle nostre azioni esteriori

46-Osserva con la massima esattezza tutti i punti della tua regola di vita, obbedisci senza indugio, ricordandoti di san Giovanni Berchmans, che diceva: «La mia penitenza è di seguire la vita comune»; «Fare il più gran caso alle minime cose, questo è il mio motto»; «Morire, piuttosto che violare una sola regola».
47-Nell’esercizio dei doveri del tuo stato di vita, cerca di essere contento di tutto ciò che è fatto per dispiacerti e annoiarti, ricordandoti ancora delle parole di san Francesco: «Non sto mai meglio, di quando non mi sento bene».
48-Non accordare mai un momento all’ozio: dal mattino alla sera, sta’ occupato senza pause.
49-Se la tua vita si svolge, almeno in parte, nello studiare, applica questi consigli di san Tommaso d’Aquino ai suoi allievi: «Non accontentatevi di ricevere superficialmente ciò che leggete o sentite, ma cercate di penetrarne ed approfondirne tutti i sensi. Non restate mai in dubbio su ciò che potete sapere con certezza. Lavorate con una santa avidità per arricchire il vostro spirito; classificate con ordine nella vostra memoria tutte le conoscenze che potete acquisire. Tuttavia non cercate di penetrare i misteri che sono al di sopra della vostra intelligenza».
50-Occupati soltanto dell’azione presente, senza ritornare col pensiero alle cose fatte in precedenza, né andare avanti a ciò che segue. Dite con san Francesco: «Mentre faccio questo, non sono obbligato a fare altro»; «Affrettiamoci adagio: tanto presto, quanto bene».
51-Sii modesto nel tuo atteggiamento. Niente era perfetto come il contegno di san Francesco: teneva sempre la testa dritta, evitando egualmente la leggerezza che la fa voltare in tutte le direzioni, la negligenza che la fa pendere in avanti e l’umore fiero e altezzoso che la fa gettare all’indietro. Il suo volto era sempre tranquillo, sgombro da ogni imbarazzo, sempre gioioso, sereno e aperto, senza tuttavia nessuna allegria o arguzia indiscreta, senza risate chiassose, immoderate o troppo frequenti.
52-Da solo, stava composto come in un’assemblea. Non incrociava le gambe, non appoggiava la testa sul gomito. Quando pregava, era immobile come una statua. Se la natura gli suggeriva di prendere qualche agio, non l’ascoltava.
53-Cura la pulizia e l’ordine come una virtù, la sporcizia e il disordine come un vizio; mai abiti sporchi, macchiati o strappati. D’altra parte, considera un vizio ancor più grande il lusso e la mondanità. Fa’ conto che vedendo il tuo abbigliamento, una persona non dica: è sporco, né: è elegante, ma che tutti debbano dire: è appropriato.

Mortificazioni da praticare nei nostri rapporti col prossimo

54-Sopporta i difetti del prossimo, difetti di educazione, di spirito, di carattere. Sopporta tutto ciò che ti dispiace in lui: l’atteggiamento, il tono della voce, l’accento, o altro.
55-Sopportate tutto di tutti, e sopportatelo fino alla fine e cristianamente. Mai di queste pazienze così orgogliose, che fanno dire: Che ho a che fare io con questo o quello? Che bisogno ho dell’affetto, della benevolenza, o anche della gentilezza di una creatura qualunque e di questa in particolare? Niente è meno secondo Dio di questo distacco altezzoso e di questa indifferenza sprezzante; sarebbe meglio, allora, un moto d’impazienza.
56-Sei tentato di irritarti? Per l’amore di Gesù, sii dolce.Di vendicarti? Rendi il bene per il male; si dice che il grande segreto per toccare il cuore di santa Teresa era di farle qualche torto. Di manifestare cattivo umore verso qualcuno? Sorridigli con bontà. Di evitare di incontrarlo? Cercalo virtuosamente. Di dirne male? Parlane bene. Di parlargli duramente? Rivolgiti a lui con dolcezza, cordialmente.
57-Cerca di fare l’elogio dei tuoi fratelli, specialmente di quelli verso cui provi più naturalmente invidia.
58-Non fare delle battute di spirito a scapito della carità.
59-Se ci si permettono in tua presenza discorsi poco appropriati, o se si tengono conversazioni dannose per la reputazione del prossimo, potrai talvolta riprendere dolcemente chi parla, ma più spesso sarà meglio cambiare abilmente argomento o testimoniare il tuo dispiacere mostrandoti volutamente triste o disattento.
60-Ti costa qualcosa rendere un piccolo servizio? Offriti tu stesso di farlo: doppio merito.
61-Abbi orrore di porti di fronte a te stesso e ad altri come una vittima. Guardati dall’esagerare ciò che ti pesa, sforzati di trovarlo leggero; lo è in realtà, molto più spesso di quanto non sembri, e lo sarebbe sempre con un po’ più di virtù.

Conclusione
In generale, sappi rifiutare alla natura ciò che ti domanda senza bisogno.
Sappi farle dare ciò che ti rifiuta senza ragione. I tuoi progressi nella virtù, dice l’autore dell’Imitazione di Cristo, saranno proporzionati alla violenza che saprai farti. «Bisogna morire, diceva il santo vescovo di Ginevra, bisogna morire affinché Dio viva in noi: perché è impossibile arrivare all’unione dell’anima con Dio per un’altra via che non sia la mortificazione. Queste parole – bisogna morire – sono dure, ma saranno seguite da una grande dolcezza, perché non si muore a se stessi che per essere uniti a Dio con questa morte».
Piacque a Dio che fossimo in grado di applicare a noi stessi queste belle parole di san Paolo ai Corinzi: «In tutte le cose soffriamo tribolazioni. Portiamo ovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, affinché la vita di Gesù si manifesti anche nei nostri corpi» (2 Co 4, 10).

LA MIA MALEDIZIONE (di Giovanni Testori)

Mathis Grunewald: Piccola Crocifissione (1510)

Doninelli: Tu sei un personaggio noto, ed è inevitabile che la tua omosessualità abbia subito diverse reazioni e interpretazioni. Tra queste, quali hanno maggiormente salvaguardato la tua dignità?
Testori: La sola posizione giusta e rispettosa dei segreti, dei misteri, degli affetti e dei rapporti che ho e che ho avuto, è stata quella della mia famiglia, degli amici più cari e dei giovani di Comunione e Liberazione: da tutti loro non mi sono mai sentito giudicato, ma solo accolto in virtù di un atto di carità che è anche giustizia. Tutto ciò che è in più - approvazione, giustificazione, esternazione, spettacolarizzazione dell'omosessualità - lo trovo «fuori», non necessario, non utile. Non aiuta a star meglio, ad essere più felici. E mi riferisco ai cosiddetti «movimenti di liberazione». Non parliamo, poi, di questa esecranda idea di nozze tra ragazzi. Che senso ha questo spirito di rivalsa a tutti i costi, questa sindrome dell'ufficialità? Io capisco, e difenderei con tutte le mie forze, il terribile diritto che l'uomo ha di svolgere il proprio destino. Immaginiamo che in un paese totalitario si fucilino gli omosessuali, o si leghino e si gettino in mare. Allora sì, per un dirittototale alla vita, mi batterei. Ma queste qui sono mascherate.

Doninelli: Solo mascherate? O qualcosa di peggio?
Testori: Certo che c'è di peggio. Oggi non siamo più nell'antica Grecia, o prima di Cristo. Io trovo che questi qui facciano tutto quello che fanno per dimostrare a se stessi di avere estirpato da sé qualunque senso di colpa o di peccato. Se potessi parlare con loro, li vorrei convincere innanzitutto della tristezza di queste loro carnevalate. Perché in questi rapporti - ma, credo, in qualunque rapporto d'amore - c'è una tristezza sconfinata. Tuttavia, se questa tristezza viene accettata e accolta con carità, in primis come parte della coscienza di sé, allora diventa dramma, e può offrire qualcosa agli altri…

Doninelli: …ossia produrre atti almeno intenzionalmente morali.
Testori: Ma se viene esternata in modo incosciente, allora diventa una tristezza lurida. Hanno un bel rinfacciarmi l'incongruenza del mio essere cristiano con il mio modo di vivere.

Doninelli: Ma questa incongruenza c’è o no?
Testori: Quello che posso dire è che sento questo dramma, che lo vivo, e che, peccando – o, comunque, sbagliando - , cresce in me il bisogno di essere perdonato da un lato e, dall’altro, di trasformare questo stesso rapporto in un altro rapporto: di paternità, o, meglio, di paterna fraternità. Che non finisce più, tant’è che i ragazzi che ho amato, e di cui sono rimasto amico, si sono poi sposati, sono diventati padri e nonni. Comunque non dico queste cose per giustificarmi: innanzitutto perché quella che ho detto è una cosa dura da realizzare, e in secondo luogo perché la mia prima necessità è quella di essere accolto e amato.

Doninelli: Cosa intendi per «lurido»?
Testori: Lurido è tutto ciò che si esibisce con la pretesa di essere, poi, lasciati in pace, o, per dir meglio - perché la pace è un'altra cosa - di farsi gli affari propri. Inoltre trovo che l'accentuazione autoesibita dell'elemento carnale, sensuale sia una falsità. Viene completamente eliminata la tristezza, che è connaturale all'amore. Per quanto mi riguarda, l'interesse per l'incontro con un uomo viene sempre dall'abbacinamento della bellezza, dalla commozione: qualcosa che poi, non lo nego, cerca anche la soluzione del rapporto fisico. Ma il punto della questione non è mai stato lì, per me, e credo non possa essere lì per nessuno.

Luca Doninelli, Conversazioni con Testori, Guanda, 1993, pp. 127-129

LA NECESSITA’ DELLA CASTITA’ (di san Francesco di Sales)

san Francesco di Sales
La castità è il giglio delle virtù; rende gli uomini simili agli Angeli. Niente è bello se non è puro, e la purezza degli uomini è la castità. Alla castità si dà il nome di onestà, e alla sua conservazione, onore, Viene anche chiamata integrità e il contrario corruzione. Gode di gloria tutta speciale perché è la bella e splendida virtù dell’anima e del corpo.

Non è mai permesso prendere piaceri impudichi dai nostri corpi, poco importa in che modo. Li legittima soltanto il matrimonio che, con la sua santità, compensa il discredito insito nel piacere. Anche nel matrimonio bisogna avere cura che l’intenzione sia onesta, perché se ci dovesse essere qualche sconvenienza nel piacere che si prende, ci sia sempre l’onestà nell’intenzione che lo ha cercato.

Il cuore casto è come la madreperla, che può ricevere soltanto le gocce d’acqua che scendono dal cielo, giacché può accogliere soltanto i piaceri del matrimonio, che viene dal cielo. Fuori da ciò non deve nemmeno tollerare il pensiero voluttuoso, volontario e prolungato.

Come primo grado in questa virtù, Filotea, guarda di non accogliere in te alcun genere di piacere inammissibile e proibito, quali sono tutti quelli che si prendono fuori del matrimonio, o anche nel matrimonio, se si prendono contro le regole del matrimonio.

Come secondo grado, taglia, per quanto ti sarà possibile, anche i piaceri inutili e superflui, benché permessi e leciti.

Per il terzo, non legare il tuo affetto ai piaceri e alle soddisfazioni che sono comandate e prescritte; è vero che bisogna prendere i piaceri necessari, ossia quelli che sono legati al fine e alla natura stessa del santo matrimonio, ma non per questo devi impegnare in essi il cuore e lo spirito.

Del resto, tutti hanno molto bisogno di questa virtù. Coloro che vivono nella vedovanza devono avere una castità coraggiosa, che non soltanto disprezza le occasioni presenti e le future, ma resiste alle fantasie che i piaceri leciti provati nel matrimonio possono suscitare nel loro spirito, che per questo sono più sensibili alle suggestioni poco oneste.

E’ questa la ragione per cui S. Agostino ammira la purezza del suo caro Alipio, che aveva completamente dimenticato e non teneva in alcun conto i piaceri carnali, che aveva conosciuto, almeno in parte, nella sua giovinezza. Prendi a paragone i frutti: un frutto sano e intero può essere conservato o nella paglia o nella sabbia o nelle proprie foglie; ma una volta intaccato, è impossibile conservarlo se non facendone marmellata con l’aggiunta di miele o di zucchero; così avviene per la castità non ancora ferita e contaminata: sono tanti i modi per conservarla, ma una volta intaccata, può conservarla soltanto una devozione eccellente che, come ho detto spesso, è l’autentico miele e lo zucchero delle anime.

Le vergini hanno bisogno di una devozione semplice e delicata, per bandire dal loro cuore ogni genere di pensieri curiosi ed eliminare con un disprezzo totale ogni genere di piacere immondo che, a essere sinceri, non meritano nemmeno di essere considerato dagli uomini, visto che i somari e i porci li superano in questo campo.

Quelle anime pure stiamo bene attente; senza alcun dubbio dovranno sempre avere per certo che la castità è incomparabilmente molto meglio di tutto ciò che le è contrario; il nemico, infatti, dice S. Girolamo, spinge fortemente le vergini al desiderio di provare il piacere. A tal fine lo rappresenta loro molto più attraente e delizioso di quanto non sia; questo le turba molto, dice quel Padre, perché pensano che quello che non conoscono sia più dolce.

La piccola farfalla ci è maestra: vedendo la fiamma così bella vuol provare se non sia altrettanto dolce; e, spinta da questo desiderio, non si arrende finché, alla prima prova, ci rimane. I giovani agiscono allo stesso modo: si lasciano talmente affascinare dal falso e vuoto luccichio delle fiamme del piacere che, dopo averci girato intorno con mille pensieri curiosi, finiscono per cadere e perdersi. In questo sono più sciocchi delle farfalle, perché quelle, in una certa misura, hanno motivo di pensare che il fuoco sia anche buono perché è veramente bello; mentre questi sanno bene che quello che vogliono è disonesto, ma non per questo tagliano la stima folle ed esagerata che hanno del piacere.

Per gli sposati dico che è sicuro, anche se la gente comune non riesce a pensarlo, che la castità è loro molto necessaria; per essi non consiste nell’astenersi in modo totale dai piaceri carnali, ma nel sapersi moderare. Ora, a mio parere, il comando: Adiratevi e non peccate, è più difficile di quest’altro: Non adiratevi affatto. Riesce più facile evitare la collera che controllarla. Lo stesso si può dire dei piaceri carnali: è più facile astenersene completamente che essere moderati.

E’ vero che la grazia del sacramento del matrimonio dà una forza particolare per attenuare il fuoco della concupiscenza, ma la debolezza di coloro che ne usufruiscono passa facilmente alla permissività, poi alla dissoluzione, dall’uso all’abuso.

Molti ricchi sono ladri, non per bisogno, ma per avarizia. Così molta gente sposata ruba piaceri disordinati solo per mancanza di padronanza e lussuria, benché abbiano un campo legittimo sufficientemente ampio nel quale muoversi; la loro concupiscenza assomiglia a un fuoco fatuo, che balla qua e là senza fermarsi in alcun luogo.

E’ sempre pericoloso prendere medicine troppo forti, perché qualora se ne prenda più della giusta dose, o anche se la medicina non è stata ben preparata, ce ne viene del danno: il matrimonio è stato istituito, in parte, anche quale rimedio della concupiscenza; senz’altro è un rimedio di ottima efficacia, ma , attenzione, perché è molto forte, di conseguenza può essere molto pericoloso se non è usato con discrezione.

Aggiungo che i casi della vita, oltre alle lunghe malattie, spesso separano i mariti dalle mogli. Ecco perché gli sposati hanno bisogno di due generi di castità: la prima, per essere capaci di vivere in astinenza assoluta quando sono separati, nelle occasioni cui ho appena accennato; la seconda, per essere capaci di moderarsi, quando vivono insieme.

S. Caterina da Siena vide tra i dannati dell’inferno molti che erano tormentati con supplizi particolarmente atroci per avere profanato la santità del matrimonio: e questo era loro capitato, diceva, non per la gravità del peccato in sé, perché gli omicidi e le bestemmie sono più gravi, ma perché coloro che li avevano commessi vi avevano preso l’abitudine senza più farci caso, e così avevano persistito negli stessi per lungo tempo.

Vedi dunque che la castità è necessaria a tutti. Procura di essere in pace con tutti, dice l’Apostolo, e di possedere la santità senza di cui nessuno vedrà Dio. Ora, per santità, secondo S. Girolamo e S. Giovanni Crisostomo, intende la castità.

Filotea, è proprio vero, nessuno vedrà Dio se non è casto, nessuno abiterà nella sua santa tenda se non è puro di cuore; e, come dice il Salvatore stesso: I cani e i peccatori di sensualità ne saranno esclusi, e beati i puri di cuore perché vedranno Dio.

san Francesco di Sales FILOTEA. Introduzione alla vita devota TERZA PARTE (cap. XII) http://www.floscarmeli.net

CONSIGLI PER CONSERVARE LA CASTITA' (di san Francesco di Sales)

Agnocasto

Filotea, tieniti lontana dagli inganni e dagli allettamenti della sensualità. E' un cancro che corrode impercettibilmente; e da inizi invisibili ti porta in breve a situazioni incontrollabili; è più facile evitarlo che guarirlo.

I corpi umani assomigliano a vasi di vetro che non possono essere trasportati insieme senza porre qualche cosa tra l'uno e l'altro; senza tale precauzione, il rischio di mandarli in pezzi è molto grande. Anche la frutta ci può insegnare qualcosa: infatti anche se la frutta che trasporti è sana e matura al punto giusto, rischi di ammaccarla tutta sballottandola, se non metti qualcosa tra un frutto e l'altro. Anche l'acqua, per limpida che sia, quando la versi in un vaso, se ci mette il muso un animale sporco la sua limpidezza è svanita. Non permettere mai, Filotea, che qualcuno ti tocchi in modo screanzato, né per leggerezza, né per amicizia; è vero che, volendo, la castità può essere conservata anche in simili situazioni, che sanno più di leggerezza che di malizia; ma la freschezza del fiore della castità ne soffre sempre e ci perde qualche cosa. Se poi uno si lascia toccare in modo disonesto, è la fine totale della castità.

La castità ha la sua radice nel cuore, ma è il corpo la sua abitazione; ecco perché si perde a causa dei sensi esteriori del corpo e per i pensieri e i desideri del cuore. Guardare, ascoltare, parlare, odorare, toccare cose disoneste è impudicizia se il cuore vi si immerge e ci prende piacere. S. Paolo taglia corto: La fornicazione non deve nemmeno essere nominata tra di voi [Ef 5:3].

Le api evitano nel modo più assoluto di toccare le carogne, ma non basta: fuggono e non riescono nemmeno a sopportare il lezzo che ne emana. Nel Cantico dei Cantici, la Sposa dalle mani distilla mirra, profumo che preserva dalla corruzione; le sue labbra sono coperte di un nastro rosso, segno del pudore delle sue parole; i suoi occhi assomigliano a quelli di una colomba per la loro purezza; il suo naso è incorruttibile come i cedri del Libano. E' così l'anima devota deve essere: casta, pura, onesta di mani, di labbra, di orecchie, di occhi e di corpo.

A questo proposito ti riporto quello che dice il padre [del deserto] Cassiano, come uscito dalla bocca del grande S. Basilio, che disse un giorno, parlando di se stesso: Non ho mai conosciuto donne eppure non sono vergine. La castità si può perdere in tanti modi quanti sono i generi di impudicizie e di lascivie, che poi, secondo che sono grandi o piccole, l'indeboliscono, la feriscono, o la fanno morire del tutto. Certe familiarità, certe passioncelle leggere e un po' sensitive, a voler essere nel giusto, non ledono gravemente la castità; tuttavia la indeboliscono, la rendono malaticcia e offuscano il suo splendore. Ci sono poi altre familiarità e passioni, che non sono soltanto indiscrete, ma viziose; non soltanto leggere, ma disoneste; non soltanto sensitive, ma carnali; la castità da queste ne rimarrà sempre almeno ferita e paralizzata. Ho detto almeno, perché abitualmente muore e scompare del tutto quando le leggerezze e le lascivie danno alla carne il massimo del piacere voluttuoso, perché in tal caso, la castità perisce nel modo più indegno, perverso e infelice che si possa immaginare. E' peggio di quando si perde per fornicazione, adulterio e incesto, perché questi ultimi sono soltanto peccati, ma gli altri, dice Tertulliano, nel De pudicitia § IV, sono “mostri” di iniquità e di peccato.

Cassiano non crede, e io nemmeno, che S. Basilio si riferisca a queste sregolatezze, quando dice di non essere più vergine; penso che si riferisse soltanto ai cattivi pensieri di sensualità che, pur non avendo contaminato il corpo, avevano contaminato il cuore, della cui castità, abitualmente, le anime riservate sono molto gelose.

Nel modo più assoluto, Filotea, non frequentare le persone licenziose, soprattutto se in più, sono anche svergognate, il che avviene quasi sempre; sai perché? Sono come i caproni che, leccando i mandorli dolci, li rendono amari.

Quelle anime maleodoranti e quei cuori infetti non riescono a conversare con alcuno, poco importa di quale sesso, senza trascinarlo in qualche modo nell'impudicizia. Hanno il veleno negli occhi e nell'alito come i basilischi.

Frequenta piuttosto le persone caste e virtuose, pensa e leggi spesso cose sante, perché la Parola di Dio è casta e rende casti coloro che vi si compiacciono; sicché Davide la paragona al topazio, pietra preziosa, che ha la proprietà di calmare l'ardore della concupiscenza.

Tieniti sempre vicino a Gesù Cristo crocifisso; fallo spiritualmente con la meditazione e realmente con la santa Comunione: perché allo stesso modo che coloro i quali si coricano sull'erba detta "agnus castus" diventano casti e puri, se tu riposi il cuore su Nostro Signore, che è il vero Agnello casto e immacolato, scoprirai presto che la tua anima e il tuo corpo sono mondati da tutte le sozzure e le sensualità.

san Francesco di Sales FILOTEA. Introduzione alla vita devota TERZA PARTE (cap. XIII)http://www.floscarmeli.net