sabato 17 agosto 2013

Conferenza di Courage/EnCourage 2013

Di ritorno dalla Conferenza di Courage/EnCourage 2013 svoltasi a Chicago (25-28 luglio) avrei voluto subito condividere l’entusiasmo ed il senso di profonda guarigione interiore che quest’esperienza mi ha trasmesso. Complice tuttavia un po’ di jet lag e gl’impegni della vita quotidiana mi accingo solo ora a scriverne un breve resoconto.
St Mary of the Lake, Mundelein

Il seminario di Saint Mary of the Lake a Mundelein, una località appena fuori Chicago, è un posto speciale per l’importanza simbolica che riveste per il cattolicesimo americano e per lo splendido scenario naturalistico in cui è iscritto. Gli stabili in mattoni rossi, come i solidi arredi interni, risalgono agli anni ’20 del secolo appena trascorso. Se non fosse per l’internet point interno, sembra quasi che il tempo si sia fermato a quell’epoca. La chiesa principale, dedicata all’Immacolata, sorge in cima ad una collina che, degradando in terrazze fiorite e pontili che imitano i bracci del colonnato di piazza San Pietro arriva a lambire un lago dai profili irregolari. Il complesso è circondato da un bosco di abeti in cui è facile avvistare picchi e scoiattoli, nelle frequenti radure fanno poi capolino cervi e cerbiatti abituati alla presenza umana.

In questo scenario si è svolta la XXV Conferenza di Courage, l’unico apostolato ufficialmente approvato dalla Chiesa Cattolica, per la cura pastorale delle persone con attrazione per lo stesso sesso e dei loro cari. L’evento coincide con le parole di Papa Francesco che ribadiscono la necessità per la Chiesa di accogliere le persone che provano un’attrazione omosessuale e che desiderano vivere cristianamente offrendo loro una pastorale fondata sulla Verità di Cristo, come ci viene proposta dalla Sua Chiesa.

Nell’arco di poche ore il college si popola di alcune centinaia di persone, numero destinato ad aumentare nell’arco dei quattro giorni tanto da gremire la chiesa principale da oltre 700 posti durante la messa celebrata dal cardinale di Chicago Francis George, accompagnato da numerosi vescovi, sacerdoti e diaconi provenienti da tutti gli Stati Uniti per queste giornate di formazione pastorale ed incontro.

Di queste intense giornate mi resta impresso il clima di grande allegria e fratellanza: gli interventi hanno sempre avuto un tono ironico che alleggeriva la serietà dei temi trattati, momenti di condivisione e vita spirituale (c’era la messa anche in spagnolo, confessioni, preghiera comunitaria) si alternavano a continue occasioni di socializzazione con ragazzi provenienti da tutti gli Stati Uniti e da altri 13 paesi (Italia inclusa), culminati nella festa di sabato sera. Ancora sento l’effetto “sanante” dell’abbraccio virile di Luis, Brian, Stefano…

Il primo intervento è affidato al professor J. Budziszewski che ha parlato sul perché esista il sesso, fondandosi sul diritto naturale. Il suo discorso si è articolato intorno a quattro temi 1. Occorre rispettare la nostra configurazione sessuale 2. La facoltà sessuale ha uno scopo che è la procreazione 3. La procreazione richiede il matrimonio e la vita comune 4. L’unione sponsale ha le sue leggi: la gioia coniugale si fonda sul dono di sé e non sul piacere sessuale, i fini unitivo e procreativo della sessualità sono naturalmente inscindibili a pena di distorcerne il valore e significato. Questi principi sono alla base della morale tradizionale. 

Il domenicano p. Emmerich Vogt, O.P. ha parlato di come lavorare e vivere i (dodici) passi con la sacra scrittura e i santi. La brillante e spiritosa relazione ha messo in luce la necessità di rivolgere verso noi stessi la nostra attenzione senza cercare di trovare negli altri o nel mondo le cause del nostro malessere. Superare la presunzione di volere che il mondo sia come dovrebbe essere, come noi pensiamo che debba essere invece di accettare la realtà per quello che Dio permette che sia. Il lavoro sulle aspettative (“rancori premeditati”) consente di superare una delle principali cause di collera ed apre la strada al dominio di sé.

La psichiatra suor Marysia Weber, R.S.M. ha parlato della diffusione della pornografia via internet, dei danni da questa causata e della necessità della purificazione della memoria. 

Molto appassionanti gli interventi di chi si è convertiti o è tornato al cattolicesimo. La giornalista Dawn Eden ha parlato su come guarire le ferite sessuali con l’aiuto dei santi, dando la sua testimonianza di persona con Sindrome da Stress Post Traumatico  rinata nella fede cattolica.

Il Dr. Bill Consiglio, ritornato alla fede cattolica, ha parlato di come tutto concorra al bene, per coloro che amano Dio (Rm 8:28) e della necessità della Fede per avere un punto di osservazione più elevato che ci consenta di vedere dove si trova l’uscita del labirinto dell’omosessualità.

Andy Comiskey, il fondatore di Desert Stream e del programma Living Waters, recentemente convertitosi ha tenuto un workshop nel quel ha parlato di come stia cambiando il suo programma in accordo con il magistero della Chiesa cattolica ed ha risposto alle obiezioni del pubblico circa il rischio di creare una falsa identità ex-gay o pseudo-eterosessuale speculare a quella gay con conseguenti effetti iatrogeni di non autoaccettazione.

P. Paul Scalia, presidente del consiglio dei direttori, ha tenuto un intervento esilarante sulla necessità di temere (rispettare) il Signore per non avere paura.

P. Paul Check ha parlato della gioia del Signore, quella gioia che il mondo non da ma che non può neanche togliere e che sarà la nostra forza; ha messo in guardia dallo scontro che ci attende rilevando (non senza ironia e citando il beato J. H. Newman) che si tratta di una lotta impari perché noi abbiamo dalla nostra parte Gesù e la sua Santa Madre!

La conferenza si è conclusa con la messa celebrata dal direttore internazionale p. Paul Check che nell’omelia ha parlato della necessità di resistere saldi nella fede difronte alla tempesta che ci prepariamo ad affrontare.

Trascrivo la preghiera letta prima di ogni intervento della Conferenza.
La tempesta nel mare di Galilea (Rembrandt 1633)

O Signore, fa' di me uno strumento della tua Pace:
Dove è odio, fa' ch'io porti l'Amore.
Dove è offesa, ch'io porti il Perdono.
Dove è discordia, ch'io porti l'Unione.
Dove è dubbio, ch'io porti la Fede.
Dove è errore, ch'io porti la Verità.
Dove è disperazione, ch'io porti la Speranza.
Dove è tristezza, ch'io porti la Gioia.
Dove sono le tenebre, ch'io porti la Luce.
O Maestro, fa' ch'io non cerchi tanto:
Essere consolato, quanto consolare.
Essere compreso, quanto comprendere.
Essere amato, quanto amare.
Poiché è
Dando, che si riceve;
Perdonando, che si è perdonati;
Morendo, che si resuscita a Vita Eterna.

giovedì 1 agosto 2013

“Amare nella differenza”, la “questione omosessuale” (di mons. Reig Pla)

Tratto da www.courageitalia.it

Amare nella differenza
La presente pubblicazione, Amare nella differenza, è il risultato di un Simposio su La questione omosessuale organizzato a Roma, a settembre del 2008, dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su Matrimonio e Famiglia. Questo simposio, a cui ho avuto la felice opportunità di partecipare insieme ad alcuni dei miei collaboratori in questo campo, è stato realizzato accogliendo una esplicita richiesta della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Ora, nel presentare l’edizione spagnola, sento una gran gioia, poiché constato che la provvidenza di Dio si realizza nella storia. Il problema che ci impegna è globale, ma, di sicuro non vi è dubbio che la Spagna e l’America Latina, in particolare, abbiano bisogno di una grande luce per affrontare questo delicato tema. Fino a qualche anno fa, erano soprattutto alcuni adulti che soffrivano dolorosamente per le ferite in questa materia; oggi molti giovani, adolescenti e compresi bambini tra i cinque e i dodici anni sono vittime dello sconcerto diffuso – in modo pianificato e sistematico – nelle famiglie, nelle scuole, nei mezzi di comunicazione e, in generale, in tutto l’ambito pubblico; lo strumento per la suddetta distruzione è chiamato “ideologia di genere”. Quindi, offrire l’opportunità di leggere in spagnolo gli atti di questo simposio sarà di grande aiuto a tutti gli ispanofoni del mondo che desiderano aiutare o essere aiutati in questa materia. In ogni caso, su questo tema, come su molti altri, non dobbiamo essere ingenui, ci troviamo di fronte alla “ambizione distruttiva del piano di Dio”, “una mossa del padre della menzogna che pretende confondere e ingannare i figli di Dio”. Amando tutti, compresi quelli che ci considerano nemici, dobbiamo ricordare sempre che “La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.” (Ef 6,12); da ciò l’importanza della preghiera e del primato della grazia.
 L'amore del Cristo infatti ci possiede (2 Cor 5,14)
In questo momento considero mio dovere principale come vescovo della Chiesa Cattolica, ricordare alcuni fondamenti generali e specifici riguardanti questo tema. Non partiamo da zero nello studiare e approfondire tale questione. Le Scritture, la Tradizione e il Magistero ci forniscono i mezzi per poter avanzare con sicurezza. Il rispetto di Dio e l’intangibile dignità dei suoi figli esigono mostrare la verità, nella carità, in tutto il suo splendore, senza ambiguità né restrizioni, senza occultare nulla. Con l’animo da buon samaritano, con l’olio della misericordia, tanto i pastori quanto i fedeli, desideriamo accogliere tutti nel rifugio della Chiesa, perché nessuno si senta escluso, poiché Gesù stesso “ha preso le nostre infermità” (Mt 8,17) e ha affermato: “io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2,17). Perciò, assistiti dalla grazia di Dio, e sempre con lo spirito di misericordia, ogni figlio fedele della Chiesa come “vero profeta non obbedisce ad altri che a Dio e si mette al servizio della verità, pronto a pagare di persona. È vero che Gesù è il profeta dell’amore, ma l’amore ha la sua verità. Anzi, amore e verità sono due nomi della stessa realtà, due nomi di Dio”; “L'amore del Cristo infatti ci possiede” (2 Cor 5,14) nel dare una risposta buona e vera a tutti coloro che soffrono.
Fondamenti generali
Senza gli appropriati fondamenti generali e specifici riguardanti questo tema – che uniscono amore e verità – l’approfondimento in ciò che si riferisce all’attrazione affettivo-sessuale verso lo stesso sesso (ASS) dai diversi campi della conoscenza (antropologia, filosofia, teologia, sociologia, diritto, politica, medicina, psicologia, psichiatria, spiritualità, etc.) è destinato a fallire, rischiando di provocare, inoltre, gravi errori dottrinali e pastorali con dolorose e deleterie conseguenze nelle persone concrete. Riguardo ai fondamenti generali bisogna sottolineare almeno tre di essi. Primo: mettere in evidenza l’unità sostanziale corpo-spirito. Non siamo solo corpo o solo spirito. Siamo uno spirito incarnato; il corpo non è una protesi della persona, è sacramento della persona, lo spirito è reso visibile dal corpo. Secondo: la differenza sessuale non è un incidente, è costitutiva della persona. Siamo persona-uomo o persona-donna per volontà di Dio, e da questa differenza siamo chiamati all’amore. Il nostro corpo ha una dimensione nuziale, è creato per il dono, per amare, e nell’ambito del matrimonio si manifesta l’amore nell’abbraccio coniugale aperto alla possibilità del dono di una nuova vita. Terzo: come conseguenza del peccato originale, tutti siamo vittime della concupiscenza, ovvero, di un’inclinazione verso il male che permane negli esseri umani anche dopo il battesimo; perciò, è necessaria la redenzione del cuore, la grazia di Gesù Cristo che ci rende capaci di amare e perdonare. Oltre all’unità nell’essere (persona), abbiamo bisogno dell’unità nell’operare ( integrazione dei dinamismi fisici, psichici e spirituali).
Fondamenti specifici
Riguardo ai fondamenti più specifici, dobbiamo far presente, almeno, quindici affermazioni del Magistero de la Chiesa che, ineludibilmente devono guidare gli studi di approfondimento su tutto ciò che si riferisce all’attrazione sessuale verso lo stesso sesso.
1. Uomini e donne con attrazione sessuale verso lo stesso sesso “devono essere accolti con rispetto e delicatezza; a loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione”. (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358)
2. La particolare inclinazione della persona omosessuale, “benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l'inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata”. (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali – Homosexualitatis problema, 1 ottobre 1986, n. 3)
3. Gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso: “Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni,la Tradizione ha sempre dichiarato che « gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ».Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati”. (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2357)
4. Il significato morale del corpo e dei suoi comportamenti. “Una dottrina che dissoci l'atto morale dalle dimensioni corporee del suo esercizio è contraria agli insegnamenti della Sacra Scrittura e della Tradizione: tale dottrina fa rivivere, sotto forme nuove, alcuni vecchi errori sempre combattuti dalla Chiesa, in quanto riducono la persona umana a una libertà spirituale, puramente formale. Questa riduzione misconosce il significato morale del corpo e dei comportamenti che ad esso si riferiscono (cf. 1 Cor 6,19)”. “Infatti, corpo e anima sono indissociabili: nella persona, nell'agente volontario e nell'atto deliberato, essi stanno o si perdono insieme”. (EnciclicaVeritatis Splendor, 49.)
5. Sull’imputabilità. “L'ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l'imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave”. (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1860)
6. C’è speranza, è possibile superarle difficoltà personali. “Certo, nell'azione pastorale, questi omosessuali devono essere accolti con comprensione e sostenuti nella speranza di superare le loro difficoltà personali”. (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE Dichiarazione Persona humana, su alcune questioni di etica sessuale, 29 dicembre 1975, n. 8)
7. I vescovi e le forme specializzate di cura pastorale con la collaborazione delle scienze psicologiche, sociologiche e mediche. “I vescovi si premureranno di sostenere con i mezzi a loro disposizione lo sviluppo di forme specializzate di cura pastorale per persone omosessuali. Ciò potrebbe includere la collaborazione delle scienze psicologiche, sociologiche e mediche, sempre mantenendosi in piena fedeltà alla dottrina della Chiesa”. (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali – Homosexualitatis problema, 1 ottobre 1986, n. 17)
8. Importanza della individuazione anticipata. “I genitori, da parte loro, quando avvertissero nei figli, in età infantile o adolescenziale, l'apparire di tale tendenza o dei relativi comportamenti, si facciano aiutare da persone esperte e qualificate per portare tutto l'aiuto possibile”. (PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA Documento Sessualità umana: verità e significato, Orientamenti educativi in famiglia, 8 dicembre 1995, n. 104)
9. Appropriata terapia. “Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione”; “Sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana” (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2358-2359). “Molti casi, specialmente quando la pratica di atti omosessuali non si è strutturata, possono giovarsi positivamente di un'appropriata terapia”. (PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA Documento Sessualità umana: verità e significato, Orientamenti educativi in famiglia, 8 dicembre 1995, n. 104)
10. Su la non discriminazione. “La «tendenza sessuale» non costituisce una qualità paragonabile alla razza, all’origine etnica, ecc. rispetto alla non discriminazione. Diversamente da queste, la tendenza omosessuale è un disordine oggettivo e richiama una preoccupazione morale”. (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, 23 luglio 1992, n10)
11. Sulle cosiddette “unioni di fatto” tra persone dello stesso sesso o sull’equiparazione legale con il matrimonio. “In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell'equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest'ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all'applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all'obiezione di coscienza”. “Nelle unioni omosessuali sono del tutto assenti quegli elementi biologici e antropologici del matrimonio e della famiglia che potrebbero fondare ragionevolmente il riconoscimento legale di tali unioni. Esse non sono in condizione di assicurare adeguatamente la procreazione e la sopravvivenza della specie umana. L'eventuale ricorso ai mezzi messi a loro disposizione dalle recenti scoperte nel campo della fecondazione artificiale, oltre ad implicare gravi mancanze di rispetto alla dignità umana, non muterebbe affatto questa loro inadeguatezza. Nelle unioni omosessuali è anche del tutto assente la dimensione coniugale, che rappresenta la forma umana ed ordinata delle relazioni sessuali. Esse infatti sono umane quando e in quanto esprimono e promuovono il mutuo aiuto dei sessi nel matrimonio e rimangono aperte alla trasmissione della vita”. (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 5, 7)
12. Sulla possibilità di adozione di bambini da parte di coppie dello stesso sesso. “Come dimostra l'esperienza, l'assenza della bipolarità sessuale crea ostacoli allo sviluppo normale dei bambini eventualmente inseriti all'interno di queste unioni. Ad essi manca l'esperienza della maternità o della paternità. Inserire dei bambini nelle unioni omosessuali per mezzo dell'adozione significa di fatto fare violenza a questi bambini nel senso che ci si approfitta del loro stato di debolezza per introdurli in ambienti che non favoriscono il loro pieno sviluppo umano. Certamente una tale pratica sarebbe gravemente immorale e si porrebbe in aperta contraddizione con il principio, riconosciuto anche dalla Convenzione internazionale dell'ONU sui diritti dei bambini, secondo il quale l'interesse superiore da tutelare in ogni caso è quello del bambino, la parte più debole e indifesa”. (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 7)
13. Sul comportamento dei politici cattolici dinnanzi a legislazioni favorevoli alle unioni tra persone dello stesso sesso. “Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria”. (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 10)
14. Circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali. “La Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l'omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay. Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne. Non sono affatto da trascurare le conseguenze negative che possono derivare dall'Ordinazione di persone con tendenze omosessuali profondamente radicate”. “Sarebbe gravemente disonesto che un candidato occultasse la propria omosessualità per accedere, nonostante tutto, all’Ordinazione. Un atteggiamento così inautentico non corrisponde allo spirito di verità, di lealtà e di disponibilità che deve caratterizzare la personalità di colui che ritiene di essere chiamato a servire Cristo e la sua Chiesa nel ministero sacerdotale”. (Istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri, 4 novembre 2005, n. 2-3) “L'ordinazione al diaconato o al presbiterato di uomini omosessuali o con tendenza omosessuale è assolutamente sconsigliabile e imprudente e, dal punto di vista pastorale, molto rischiosa. Una persona omosessuale o con tendenza omosessuale non è, per tanto, idonea a ricevere il sacramento dell'Ordine sacro”. (Parere della CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO sull’ordinazione delle persone omosessuali, Prot. N. 886/02/0, 16 maggio 2002)
15. Sui gruppi di pressioni interni ed esterni alla Chiesa. “Oggi un numero sempre più vasto di persone, anche all'interno della Chiesa, esercitano una fortissima pressione per portarla ad accettare la condizione omosessuale, come se non fosse disordinata, e a legittimare gli atti omosessuali. Quelli che, all'interno della comunità di fede, spingono in questa direzione, hanno sovente stretti legami con coloro che agiscono al di fuori di essa. Ora questi gruppi esterni sono mossi da una visione opposta alla verità sulla persona umana, che ci è stata pienamente rivelata nel mistero di Cristo. Essi manifestano, anche se non in modo del tutto cosciente, un'ideologia materialistica, che nega la natura trascendente della persona umana, così come la vocazione soprannaturale di ogni individuo. I ministri della Chiesa devono far in modo che le persone omosessuali affidate alle loro cure non siano fuorviate da queste opinioni, così profondamente opposte all'insegnamento della Chiesa. Tuttavia il rischio è grande e ci sono molti che cercano di creare confusione nei riguardi della posizione della Chiesa e di sfruttare questa confusione per i loro scopi. Anche all'interno della Chiesa si è formata una tendenza, costituita da gruppi di pressione con diversi nomi e diversa ampiezza, che tenta di accreditarsi quale rappresentante di tutte le persone omosessuali che sono cattoliche. Di fatto i suoi seguaci sono per lo più persone che o ignorano l'insegnamento della Chiesa o cercano in qualche modo di sovvertirlo. Si tenta di raccogliere sotto l'egida del Cattolicesimo persone omosessuali che non hanno alcuna intenzione di abbandonare il loro comportamento omosessuale. Una delle tattiche usate è quella di affermare, con toni di protesta, che qualsiasi critica o riserva nei confronti delle persone omosessuali, delle loro attività e del loro stile di vita, è semplicemente una forma di ingiusta discriminazione. È pertanto in atto in alcune nazioni un vero e proprio tentativo di manipolare la Chiesa conquistandosi il sostegno, spesso in buona fede, dei suoi pastori, nello sforzo volto a cambiare le norme della legislazione civile. Il fine di tale azione è conformare questa legislazione alla concezione propria di questi gruppi di pressione, secondo cui l'omosessualità è almeno una realtà perfettamente innocua, se non totalmente buona. Benché la pratica dell'omosessualità stia minacciando seriamente la vita e il benessere di un gran numero di persone, i fautori di questa tendenza non desistono dalla loro azione e rifiutano di prendere in considerazione le proporzioni del rischio, che vi è implicato. La Chiesa non può non preoccuparsi di tutto questo e pertanto mantiene ferma la sua chiara posizione al riguardo, che non può essere modificata sotto la pressione della legislazione civile o della moda del momento. Essa si preoccupa sinceramente anche dei molti che non si sentono rappresentati dai movimenti pro-omosessuali, e di quelli che potrebbero essere tentati di credere alla loro ingannevole propaganda. Essa è consapevole che l'opinione, secondo la quale l'attività omosessuale sarebbe equivalente, o almeno altrettanto accettabile, quanto l'espressione sessuale dell'amore coniugale, ha un'incidenza diretta sulla concezione che la società ha della natura e dei diritti della famiglia, e li mette seriamente in pericolo”. (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali – Homosexualitatis problema, 1 ottobre 1986, nn. 8-9)
 Stabiliti alcuni dei principi generali, e particolari in questo caso che, come ho già spiegato, non devono essere elusi, voglio affrontare ora tre temi che mi sembrano importanti: la questione della terminologia; l’importanza della “appropriata terapia”; la cosiddetta “ideologia di genere” e le teorie “Queer” e “Cyborg”.
La terminologia
La parola “omosessualità” è già di per se contraddittoria nella sua etimologia. Il prefisso “omo” proviene dal greco antico “omos” (stesso), e “sessualità” dal latino “sexus-secare” (separazione). In altre parole, il concetto di sessualità parla di separazione, di differenza, non è conciliabile con ciò che si vuole esprimere attraverso il vocabolo “omosessualità”. Non vi è dubbio che i termini omosessuale, eterosessuale, bisessuale, transessuale, ecc., costituiscano un artificio della lingua, una costruzione politica, ideologica, che ha due obbiettivi, che certamente sono stati raggiunti: a) far credere alla popolazione e alla comunità scientifica che l’essere uomo non implica, come intrinseco a tale condizione, l’essere chiamato alla “complementarietà affettiva e sessuale” con la donna, e viceversa. L’idea che trasmettono questi termini è che l’attrazione sessuale verso l’altro sesso sia un “accidente” affettivo-sessuale che può accadere o no, a seconda dei casi; e certamente, tanto “naturale” quanto qualsiasi altra opzione; e b) l’altro obbiettivo è tentare di dare identità ontologica (con tutte le implicazioni antropologiche, filosofiche, sociali, giuridiche, mediche, incluse quelle teologico-spirituali che da esso deriverebbero) alle diverse esperienze personali (sentimenti, attrazioni sessuali di diversa indole, ecc.). Le evidenze scientifiche (genoma XY o XX) e antropologiche dimostrano che, rispetto al sesso, possiamo soltanto delineare come esistenti due identità: persona-uomo e persona-donna. Non esiste l’identità omosessuale, ne esiste qualsiasi altra identità delle cosiddette LGBTQIA o altre. In ogni caso, e sempre nel rispetto delle persone, si potranno dare un ampia gamma di esperienze personali, ma nient’altro. Siamo d’innanzi a un tranello del linguaggio che dobbiamo smascherare, poiché dall’ingegneria semantica sta avvenendo la decostruzione della persona e della civiltà. Sfortunatamente, la maggior parte delle strutture di potere nel mondo si sono messe al servizio di questo processo di demolizione che, in fondo, non è nuovo (cf. Rom 1,20-32). La prima decisione, di fronte a queste evidenze, deve essere smettere di utilizzare questi termini per quanto difficile ci risulti; esistono molteplici opzioni a seconda dei casi, naturalmente tutte esse devono essere scrupolosamente rispettose delle persone, ad esempio: invece del concetto “omosessuale” possiamo utilizzare l’espressione “persona (uomo o donna) con attrazione per lo stesso sesso (ASS)” che non qualifica nessuno ma che descrive un’esperienza personale; invece del termine “transessuale”, possiamo utilizzare l’espressione “persona (uomo o donna) con rassegnazione legale del sesso”; invece di “atti omosessuali” l’espressione classica di “atti contro-natura”, ecc. Ovviamente bisogna evitare di aggiungere al concetto di uomo o al concetto di donna la qualifica “eterosessuale”, risulta ridondante e ingannevole, come abbiamo detto. Le battaglie della lingua si combattono su tutti i fronti decisivi per la continuità della nostra civiltà: la persona, l’inizio e la fine di una vita, il matrimonio, la famiglia e l’educazione. Bisogna stare allerta in tutti questi campi nei confronti della massiva manipolazione alla quale siamo sottomessi dalle lobbies e dalla maggior parte delle strutture di potere.
La questione della “appropriata terapia”
Sino ad oggi due sono state le risposte più comuni che, da istanze intra ecclesiali, si sono date a queste attrazioni sessuali. Prima: ciò che stabilisce il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2358-2359), come abbiamo ricordato precedentemente: “Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione”. “Sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana”. Seconda: nei casi di dissenso dottrinale si invitava la persona coinvolta ad “accettarsi” e ad abbandonarsi alle sue pulsioni, sollecitandolo a tentare di essere il meno promiscuo possibile. La prima delle risposte è l’unica pienamente conforme con la dignità della persona e il Magistero della Chiesa, è inevitabile, fondamentale, conditio sine qua non per progredire verso la verità e il bene; ma, sfortunatamente il vero significato della castità è stato, in certe occasioni, mutilato.
Come detto precedentemente, la particolare inclinazione della persona omosessuale è “oggettivamente disordinata”; per questo non basta  non usare della genitalità, è moralmente obbligatorio disporre tutti i mezzi legittimi per correggere tale inclinazione “oggettivamente disordinata”, d’altro canto faremmo passare per buona una gravissima vulnerabilità che per il bene della persona e di chi gli è vicino dobbiamo combattere. La castità, intesa come dominio di se stessi e virtù per imparare ad amare, attraversa tutte le dimensioni della persona (comprese l’inclinazione erotica, l’immaginazione, ecc.) perché la sessualità è costitutiva della persona. Se non fosse possibile reindirizzare la tendenza “oggettivamente disordinata” della ASS, la persona vedrebbe seriamente ostacolata la propria vocazione all’amore. Infatti non è difficile trovare persone sposate e sacerdoti con ASS, i quali ad un certo punto della propria vita sono stati invitati a scegliere, vivendo in una castità compresa erroneamente; nel tempo molti hanno iniziato a vivere una “doppia vita” con conseguenze distruttive per loro stessi e per chi gli è vicino. In particolare nel caso dei sacerdoti e religiosi questa cattiva prassi è stata una delle cause che ha provocato una delle maggiori crisi della Chiesa negli ultimi anni. Pertanto, per poter portare avanti, in modo completo, senza riduzionismi, ciò che è proposto dalla Chiesa nel Catechismo è necessario offrire e accettare una “appropriata terapia”. Quando parliamo di “appropriata terapia” ci riferiamo alla “terapia integrale” secondo l’ “antropologia adeguata” insegnata dal beato Giovanni Paolo II e che affronta tutti i dinamismi della persona (fisici, psichici e spirituali). Alla Chiesa, nella sua missione pastorale, competono specificatamente solo gli aspetti morali e spirituali nella sua azione, ovvero: accoglienza, accompagnamento e “terapia spirituale” in tutti i suoi aspetti (sacramenti, direzione spirituale, orientamento, ecc.). Gli altri aspetti sono competenza di medici, psicologi, e psichiatri a seconda della volontà degli interessati e il bene oggettivo della persona. Ma attenzione, questo non significa che la Chiesa non comprenda gli aspetti che riguardano il corpo e la psiche. Al contrario, da sempre la Chiesa ha favorito, nel limite delle sue possibilità che specialisti qualificati in ogni materia clinica si prendano cura di tutti coloro che lo richiedano liberamente, specialmente i più poveri e bisognosi; è ciò che viene fatto, ad esempio, negli ospedali cattolici di tutto il mondo o nei già citati Centri diocesani di orientamento familiare. Anche nelle loro università e negli altri istituti accademici, la Chiesa stimola gli scienziati ad investigare in tutti campi della scienza, compresi quelli della psichiatria e psicologia. Per questo, alle persone attratte dallo stesso sesso che liberamente lo sollecitino, la Chiesa offre nelle parrocchie assistenza spirituale da parte di sacerdoti e catechisti, ecc., e nei centri di orientamento familiare (COF) “terapia integrale”, ovvero una “terapia del cuore” che comprende l’assistenza spirituale e l’orientamento, e si procede a discrezione degli specialisti e con il consenso informato dei diretti interessati (se sono minori con il consenso dei loro genitori o tutori), a una terapia psicologica o/e psichiatrica. Questi “itinerari di libertà e speranza” permettono la maturazione affettivo-sessuale, nella mascolinità e femminilità, degli uomini e delle donne che li percorrono. L’esperienza dimostra che, senza dubbio, è possibile la speranza.
Per quanto riguarda gli aspetti giuridici – nell’ambito civile – della “terapia spirituale”, l’assistenza dei sacerdoti e catechisti alle persone con ASS e l’accompagnamento dei consulenti non genera alcun problema, poiché protetti dal diritto alla libertà religiosa e di coscienza. Riguardo a medici, psichiatri, psicologi, ecc. che assistono le persone con ASS, la protezione morale del loro lavoro la offre – come per gli altri casi – la verità oggettiva spiegata dal Magistero della Chiesa; ma dispongono, secondo le norme civili, di protezione legale per fare il proprio lavoro in questo ambito? Per rispondere a questa domanda bisogna ricordare un po’ di storia: le enormi pressioni della lobby gay, estranee ad ogni considerazione scientifica, ottennero che nel 1973 l’Associazione Americana di Psichiatria (APA) sopprimesse l’ “attrazione sessuale per lo stesso sesso” (ASS) dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM). Due anni dopo, l’Associazione Americana di Psicologia approvò anch’essa la soppressione. Successivamente, nel 1990, di nuovo la pressione della lobby gay e di molte altre istituzioni, propiziò che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dipendente dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), escludesse l’ASS dalla sua Classificazione Internazionale delle malattie (ICD). Detto questo, tutt’ora i professionisti della psichiatria e psicologia possono offrire legalmente il proprio aiuto alle persone con ASS che liberamente lo richiedono con la copertura medico-legale che offre l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nella sua Classificazione Internazionale ICD-10 e in particolare nella sua sezione F66.1; in essa si descrive l’ “orientamento sessuale egodistonico” e si contempla la possibilità di “cercare un trattamento”. Occorre infine segnalare come, anche se con imprecisioni rilevanti e errori, alcuni documenti, poco diffusi, dell’ambito della lobby gay cominciano a riconoscere che è possibile un cambiamento e il diritto individuale di cambiare.
“L’ideologia di genere” e le teorie “Queer” e “Cyborg”
Come abbiamo già ricordato, il problema dell’attrazione sessuale verso lo stesso sesso non è nuovo. Invece, l’azione pianificata e sistematica per promuovere tutto ciò è più recente, anche se affonda le proprie radici in errori millenari. Si tratta della distruzione dell’antropologia cristiana, affinché da li tutto sia possibile. L’armatura argomentativa che sostiene questo processo di distruzione è chiamata “ideologia di genere”. Papa Benedetto XVI la descrive in questo modo: “Il Gran Rabbino di Francia, Gilles Bernheim […] ha mostrato che l’attentato, al quale oggi ci troviamo esposti, all’autentica forma della famiglia […] giunge ad una dimensione ancora più profonda. Se finora avevamo visto come causa della crisi della famiglia un fraintendimento dell’essenza della libertà umana, ora diventa chiaro che qui è in gioco la visione dell’essere stesso, di ciò che in realtà significa l’essere uomini. Egli cita l’affermazione, diventata famosa, di Simone de Beauvoir: “Donna non si nasce, lo si diventa” (“On ne naît pas femme, on le devient”). In queste parole è dato il fondamento di ciò che oggi, sotto il lemma “gender”, viene presentato come nuova filosofia della sessualità. Il sesso, secondo tale filosofia, non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. Secondo il racconto biblico della creazione, appartiene all’essenza della creatura umana di essere stata creata da Dio come maschio e come femmina. Questa dualità è essenziale per l’essere umano, così come Dio l’ha dato. Proprio questa dualità come dato di partenza viene contestata. Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: “Maschio e femmina Egli li creò” (Gen 1,27). No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma finora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere su questo. Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più. L’uomo contesta la propria natura. Egli è ormai solo spirito e volontà. La manipolazione della natura, che oggi deploriamo per quanto riguarda l’ambiente, diventa qui la scelta di fondo dell’uomo nei confronti di se stesso. Esiste ormai solo l’uomo in astratto, che poi sceglie per sé autonomamente qualcosa come sua natura. Maschio e femmina vengono contestati nella loro esigenza creazionale di forme della persona umana che si integrano a vicenda. Se, però, non esiste la dualità di maschio e femmina come dato della creazione, allora non esiste neppure più la famiglia come realtà prestabilita dalla creazione. Ma in tal caso anche la prole ha perso il luogo che finora le spettava e la particolare dignità che le è propria. Bernheim mostra come essa, da soggetto giuridico a sé stante, diventi ora necessariamente un oggetto, a cui si ha diritto e che, come oggetto di un diritto, ci si può procurare. Dove la libertà del fare diventa libertà di farsi da sé, si giunge necessariamente a negare il Creatore stesso e con ciò, infine, anche l’uomo quale creatura di Dio, quale immagine di Dio viene avvilito nell’essenza del suo essere. Nella lotta per la famiglia è in gioco l’uomo stesso. E si rende evidente che là dove Dio viene negato, si dissolve anche la dignità dell’uomo. Chi difende Dio, difende l’uomo”.
Non è tutto, “l’ideologia di genere” si evolve con rapidità nel suo processo verso la totale decostruzione della persona, quindi esige la trasgressione permanente. In questo itinerario verso il nulla, si proclama che l’identità è variabile (a seconda del tempo, dello spazio, delle circostanze, ecc.): siamo dinnanzi alla “teoria queer” che pretende decostruire qualsiasi ordine “eteronormativo” e pertanto anche le “classiche” categorie LGBT. Si tratta di distruggere tutto. Si afferma che i modi o pratiche sessuali non possono essere sottomesse ad alcuna normativa. Inoltre, le pratiche sessuali trasgressive devono essere utilizzate come armi di potere politico. Più in là: la teoria “Cyborg” (organismo cibernetico, ibrido di macchina e organismo) propugna l’emancipazione del corpo, eliminare la natura, un postumanismo; nell’ambito della sessualità provocherebbe, minimo, una tragica spersonalizzazione e l’avvento di nuove, insospettabili e distruttive addizioni.
Conclusione
Dobbiamo ringraziare tutti coloro che sono coinvolti in questa edizione in lingua spagnola per il loro amore per chi soffre e il loro lavoro: la Congregazione per la Dottrina della Fede, il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su Matrimonio e Famiglia, gli autori e traduttori degli articoli e la casa editrice Biblioteca de Autores Cristianos (BAC) che si occupa della sua edizione e pubblicazione. A tutti: grazie infinite! Non siamo soli, è Cristo stesso che guida la sua Chiesa e difende i suoi figli, specialmente i più vulnerabili, i più deboli, coloro che più soffrono. Rivolgiamo a lui il nostro sguardo e chiediamo alla Santissima Vergine Maria e al suo sposo san Giuseppe che intercedano per il mondo e affidiamo loro i frutti che possano derivare dalla pubblicazione di questa edizione in spagnolo, affinché tutti ricevano da Gesù Cristo il dono di poter essere e amare secondo la sua volontà.
Juan Antonio Reig Pla, vescovo di Alcalà de Henares (Madrid)
Traduzione dallo spagnolo a cura di Courageitalia.it  (C) tutti i diritti riservati
Testo originale www.forumlibertas.com

sabato 20 luglio 2013

NOZZE GAY/ Philippe Ariño: io, omosessuale, vi spiego perché la Chiesa ha ragione (di Maddalena Boschetto)

Philippe Ariño
Che Philippe Ariño sia un tipo decisamente controcorrente è un dato di fatto. Francese, nato nel 1980 da una famiglia profondamente cattolica, professore di spagnolo, saggista, blogger, omosessuale dichiarato da quando aveva 17 anni: fin qui la sua biografia non sembrerebbe diversa da quella di altri suoi coetanei, se non fosse che, due anni fa, Philippe lascia il compagno con cui stava dal 2009. “Da allora ho abbracciato la via della continenza che la Chiesa chiede alle persone omosessuali", racconta senza giri di parole in un mondo “sessocentrico” in cui i vocaboli “astinenza” e “castità” appaiono relitti di un passato morto e sepolto alla maggior parte delle persone, qualsiasi sia il loro orientamento sessuale. Nel suo blog L'Araignée du desert, il “ragno del deserto” ci tiene a precisare di non voler essere etichettato con “un ex gay” come il “Luca era gay e adesso sta con lei” cantato da un discutibile Povia, ma semplicemente come una persona che si è sentita pienamente accolta per quello che è. Un semplice “ragno”, potrebbe dire qualcuno, per tornare alla metafora del titolo, ma un ragno amato.


In molti accusano la Chiesa di essere “omofoba” mentre tu dici di esserti sentito accolto e di aver voluto addirittura intraprendere il cammino della continenza. Perché?
Prima di iniziare il percorso che propone la Chiesa non ero felice, e vedevo che non lo erano nemmeno molte delle persone che mi stavano intorno e ho deciso, per la prima volta, di obbedire a quello che la Chiesa chiede alle persone omosessuali. Da quel momento ho scoperto non solo un'unità che non avevo mai avuto prima, ma soprattutto mi sono sentito amato senza dover rinnegare quello che sono.

Quindi non hai dovuto cambiare per essere accolto?
No, mi è bastato fidarmi della Chiesa e questa cosa mi ha -paradossalmente- permesso di accettarmi come pienamente omosessuale: non ha cancellato quello che sono, ma lo ha esaltato.

In che modo?
Ho capito che la mia vera identità è quella di uomo e di figlio di Dio, e questo è l'essenziale, poi viene il mio desiderio affettivo, che non nego, perché esiste, ma la Chiesa, dividendolo dalla pratica, lo riconosce e non mi forza a rinnegarlo. Ma non è più il fulcro attorno al quale ruota la mia vita: per la prima volta mi sono sentito veramente felice e responsabile.

Quindi hai visto un cambiamento reale nella tua vita?
Sì, ho visto in me un'esplosione di vita: nelle amicizie, nei rapporti e nella spiritualità ma persino a livello artistico e professionale. Mi sono accorto che quando una persona si riduce a identificarsi nel suo desiderio omosessuale si annienta, allontanandosi da se stesso e dagli altri, mentre la continenza permette di essere pienamente me stesso ma al contempo libero dalla violenza e dalla schiavitù della pratica fisica.

Perché dici che mettere in pratica l'omosessualità sia qualcosa di violento?
La pratica omosessuale è violenta perché annulla completamente la differenza oggettiva tra i sessi che invece la Chiesa è ormai l'unica a far notare. Tutto il dibattito in materia, da sempre, è incentrato sulla dicotomia omosessuale-eterosessuale ma in questo modo si distoglie lo sguardo dal dato principale: prima deve esserci il fatto di essere uomo o donna, una diversità indiscutibile tra corpi, poi l'orientamento sessuale.

La legge da poco approvata in Francia che equipara i matrimoni tra uomo e donna a quelli tra persone dello stesso sesso dimentica le differenze di cui parli.
Certo: i politici hanno cavalcato il fatto che la gente non sappia abbastanza in materia di omosessualità per fare dei diritti dei gay la loro bandiera, in modo da ingraziarsi una fetta dell'elettorato. Ma la legge di Hollande è in realtà violentissima, perché banalizza la differenza tra i sessi mettendo tutte le coppie allo stesso livello.

In che senso dici che è una legge “banalizzante”?
Paradossalmente, la legge contro l'omofobia per eccellenza è la più omofoba di tutte: è come se fosse un “contentino” per le coppie omosessuali che ora possono scimmiottare qualcosa che loro, per natura, non potranno mai essere. È una sorta di presa in giro che aggiunge una lacerazione alla ferita di quanti vivono con coscienza la loro vita e, infatti, al di là della apparenze, non sono pochi dal fronte Lgbt che non hanno preso bene la notizia.

Lo stesso ragionamento pensi possa valere per l'America, dove la legislazione ha aperto ai matrimoni per tutti?
Esattamente. Nell'ossessione di equiparare i diritti, si è cancellato con un colpo di spugna ciò che non potrà mai essere uguale. Il risultato sarà solo confusione, nella quale l'unica visione corretta delle cose è quella fornita dalla Chiesa, che trascende il concetto di orientamento sessuale e va dritto all'essenziale, cioè all'essere maschio o femmina.

(Maddalena Boschetto)

martedì 16 luglio 2013



giovedì 18 luglio 2013

FALSE SPERANZE

Beato Giovanni Paolo II
"Come uomini che hanno “parole di verità e la potenza di Dio” (2Cor 6,7), come autentici maestri della legge di Dio e pastori compassionevoli, voi avete anche giustamente affermato: “Il comportamento omosessuale... in quanto distinto dall’orientamento omosessuale, è moralmente disonesto”. Nella chiarezza di questa verità, voi avete esemplificato l’effettiva carità di Cristo; voi non avete tradito coloro i quali, a motivo dell’omosessualità, si trovano di fronte a difficili problemi morali, come invece sarebbe successo se, in nome della comprensione e della compassione, o per qualunque altra ragione, aveste suscitato una falsa speranza per qualunque fratello o sorella. "

Saluto del Beato Giovanni Paolo II ai vescovi degli Stati Uniti d'America, Chicago 5 ottobre 1979

domenica 23 giugno 2013

L’orgoglio: vivaio di tutti i peccati (di Gilles Jeanguenin)

http://padregilles.blogspot.it/
La nostra epoca ha visto le più ambiziose realizzazioni tecnologiche e le più importanti scoperte in molti ambiti della scienza: penso in particolare ai progressi vertiginosi della medicina che hanno permesso di salvare tante vite umane. Ciononostante, l’anima umana rischia di perdersi nei meandri di una società sempre più secolarizzata: infatti quando il genio umano non riconosce più il posto di Dio nella creazione e nella vita dell’uomo, l’umanità corre, immancabilmente verso le peggiori aberrazioni e atrocità. L’orgoglio diventa causa e fine dell’agire di chi rifiuta di riconoscere in Dio il suo creatore e salvatore. L’orgoglioso non ascolta nessuno: ascolta solo se stesso! Quel “rospo tutto gonfio d’orgoglio” – secondo l’espressione di san Francesco – non tiene conto dei consigli ricevuti; non accetta il minimo rimprovero; sopporta unicamente la compagnia dei suoi adulatori e, se per disgrazia viene contraddetto, va su tutte le furie o si isola in un silenzio altezzoso e sprezzante. Permaloso, egli si adombra sia per un sì sia per un no e, se è disapprovato, diventerà sicuramente nemico di chi lo contraddice!

San Francesco di Sales eccedeva in pazienza e carità nei confronti delle persone orgogliose e ribelli. Forte della sua dotta esperienza delle anime, dà un consiglio prudente con una punta di umorismo:

“Bisogna fare attenzione a trattare quelle anime con dolcezza, per timore che mordano, perché hanno i denti! Sono in preda a passioni così violente, che quando vengono contrastate si ribellano.”

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La carità ben ordinata comincia da se stessi

Abbiamo detto che l’orgoglio è l’amore smisurato di sé. Ma possiamo amarci di un amore che non sia macchiato di orgoglio o d’egoismo? Le parole del Signore “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Mc 12,31; Lv 19,18) si riferiscono chiaramente all’amore e al rispetto che dobbiamo a noi stessi e se ci detestiamo, quale amore possiamo offrire agli altri? Nessuno può essere felice e costruire la propria vita se non si ama: in realtà laddove manca tale amore, nasce il disprezzo di sé con una schiera di frustrazioni. Non è raro vedere anime generose, che si dedicano completamente al prossimo, essere incapaci di apprezzarsi e prendersi cura di se stesse. Solamente chi impara ad amarsi può amare gli altri, senza esaurirsi in un altruismo eccessivo. Chi si conosce, si accoglie e si accetta; compie anche un grande atto di umiltà e di carità verso di sé.

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L’umiltà è l’unico antidoto radicale contro l’orgoglio. Il santo vescovo di Ginevra, anche se con un linguaggio un po’ arcaico, ci ha fornito le principali linee direttrici. Questa umiltà salesiana, fatta di dolcezza e di tenerezza, conduce l’uomo alla sorgente dell’amore divino senza che egli debba rinunciare a se stesso* [* Il cristiano non rinuncia a essere se stesso ma a essere per se stesso: abbiamo spesso confuso!]. Non è disprezzandosi che l’uomo si rende amabile agli occhi di Dio, ma soltanto con l’umiltà e l’accettazione di ciò che è in verità. L’uomo deve, pertanto, rifiutare il peccato che avvilisce e sfigura il suo cuore.

La vera umiltà non invischia l’uomo nel suo fango, ma piuttosto ne esalta la dignità, rendendolo simile al suo modello: Gesù Cristo. È umiliandosi sul legno della croce, infatti, che il Figlio di Dio salva il mondo dal peccato e dalla morte eterna. Francesco di Sales, quale vero maestro spirituale, ci educa al dono totale di sé cercando di piacere solo a Dio, per la sua maggior gloria.

Accogliamo dunque le nostre piccole umiliazioni quotidiane – quelle non volute ne cercate da noi – con uno spirito di fede e di abbandono a Cristo, perché, come dice bene Francesco, “nulla può nuocere a coloro che mettono tutta la loro volontà nell’amare Dio, amandolo sopra ogni cosa e in tutte le cose”


Preghiera di san Francesco di Sales

O padre, tu che rivesti il cielo di tante stelle, e la terra di tanti fiori, dammi la veste nuziale della carità, affinché possa presentarmi alle tue nozze; l’abito dell’obbedienza, affinché obbedisca ai tuoi comandamenti e alle tue leggi; il vestito dell’umiltà, affinché sia piacevole ai tuoi occhi.
Rivestimi dei ricchi vestiti delle virtù infuse; dammi la perfetta fede, la sicura speranza, l’ardente carità.



Tratto da Gilles Jeanguenin: Guarire le ferite dell’anima con san Francesco di Sales pp. 58-61

martedì 14 maggio 2013

La dura battaglia della Chiesa per la castità (di Mauro Piacenza)


Il Cardinale Mauro Piacenza
Pubblichiamo il testo della lezione tenuta martedì 10 maggio 2011 dal cardinale prefetto della congregazione per il Clero alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Torino su invito dei seminaristi di tutte le diocesi piemontesi alla presenza dell’episcopato della regione, dei formatori e dei docenti.


Cari confratelli, carissimi seminaristi,
Sono particolarmente lieto di essere tra voi quest’oggi, in occasione della Giornata regionale dei seminaristi piemontesi e vi ringrazio per il cordiale invito. Il tema che mi avete proposto è quanto mai attuale e ritengo debba caratterizzare, in maniera sostanziale, ogni percorso formativo al sacerdozio ministeriale, poiché l’educazione della sfera affettiva non è mai separata, né separabile, dagli altri ambiti della formazione intellettuale, spirituale e pastorale. Svolgerò questa mia relazione in due punti fondamentali e cercherò di trarre delle conclusioni dall’analisi condotta.

La situazione attuale
Sarebbe quanto meno imprudente approcciare l’importante tema della formazione affettiva, senza considerare la vera e propria rivoluzione accaduta nella società occidentale e, per letale contagio, un po’ in tutto il mondo, dagli anni Settanta in poi. L’aver separato, all’interno della sessualità, l’aspetto unitivo da quello fecondo, e aver, pertanto, ridotto uno degli atti antropologicamente più rilevanti al suo aspetto meramente istintivo, ha prodotto conseguenze devastanti, non soltanto sul piano morale – il che già sarebbe di inaudita gravità –, ma, con il passare dei decenni, anche sul piano psicoantropologico.
E’ impensabile affrontare il tema della formazione affettiva in seminario, senza partire dalla lucida consapevolezza che, anche indipendentemente dalla loro volontà, tutti coloro che sono nati dopo gli anni Settanta-Ottanta, sono cresciuti in un clima culturale pansessualista e ipereroticizzato, nel quale i poteri forti del mondo, che intendono piegare la libertà degli uomini a vari indecorosi interessi, non hanno risparmiato alcun mezzo, inclusi i messaggi subliminali, instillati fin dalla più tenera età, perfino in taluni cartoni animati, per ottenere la “destrutturazione” dell’aspetto psicoaffettivo della personalità umana e, con essa, la sottomissione dell’uomo ai propri istinti. A quella che potremmo chiamare la rivoluzione sessuale post sessantottina, deve essere sommata, poi, l’invadenza dei mezzi di comunicazione sociale, soprattutto la televisione e, più recentemente, Internet, i quali hanno portato in ogni casa, anzi in ogni stanza e luogo, immagini prima mai visibili che rimangono impresse, fin dalla più tenera età, nella memoria, nella fantasia e perfino nell’inconscio delle persone, le quali si ritrovano ad agire in maniera molto più difficilmente controllata e controllabile.
Se il peccato delle origini ha reso sempre particolarmente fragile la dimensione psicosessuale dell’uomo, tali recenti gravi mutazioni ne hanno determinato il vero e proprio stravolgimento, inserendosi non più soltanto nella sfera privata o della tentazione, ma divenendo costume diffuso, perfino cultura condivisa, al punto da far apparire come “estraneo” al giudizio comune ogni altro comportamento. Tale situazione, che potrebbe, a un primo impatto, apparire come “apocalittica”, descrive, in realtà, non tanto gli atteggiamenti morali, quanto piuttosto la reale situazione culturale, nella quale, anche coloro che sentono la chiamata al celibato e al sacerdozio ministeriale, sono profondamente immersi e dalla quale, in fondo, provengono.
Ancora, in tale contesto socioculturale, è purtroppo necessario riconoscere quella che definirei la “caduta di significato” della affettività, in generale, e della sessualità, in particolare. Mi spiego. L’aver artificialmente svincolato l’aspetto unitivo da quello fecondo, ha irrimediabilmente ridotto l’ampia sfera dell’affettività al solo esercizio della genitalità, privandola di quel contesto di definitività che le è proprio e, per conseguenza, ne ha prima, semplicemente, “alleggerito” l’importanza e oggi, ormai, l’ha decisamente banalizzata. Tale situazione è riscontrabile soprattutto nella superficialità con cui, non di rado, vengono compiuti determinati atti o gesti, i quali, per loro natura, presupporrebbero una maturità e una definitività che, nella stragrande maggioranza dei casi, non sono riscontrabili, e ciò senza il ben che minimo turbamento delle coscienze. Non è un mistero che, in taluni ambiti, alcuni giovani vivano un esercizio completo della genitalità, con la disinvoltura con cui ci si può stringere una mano, presentandosi!
Emerge con chiarezza come una tale situazione culturale esiga l’attento discernimento dei formatori, i quali sono chiamati a distinguere, in maniera netta, tra chi proviene da un’educazione tradizionalmente cristiana e consapevolmente impegnata, nella retta comprensione dell’affettività e della sessualità, e chi, invece, proviene dal mondo-mondo, vi è totalmente immerso, e perciò non è immaginabile, pur con l’aiuto della Grazia, che improvvisi atteggiamenti radicalmente diversi. 
Tale giudizio non implica necessariamente la creazione di percorsi formativi differenziati, né comporta l’impossibilità di giungere a quello stabile equilibrio richiesto dall’impegno celibatario, previo alla sacra Ordinazione, ma certamente domanda una progressiva e radicale assunzione di consapevolezza, sia da parte del candidato, sia da parte dei formatori, non disgiunta da una buona dose di umile realismo e da un cammino quanto mai serio e impegnato, poiché non si tratta soltanto di vincere dei vizi e di acquisire delle virtù, ma di combattere e vincere, in se stessi, quella che è una struttura antropologica mutuata dalla cultura dominante e da essa continuamente riproposta. Bisogna essere veramente liberi! Si crea una situazione di osmosi con tale cultura dominante e, se non si è vigili si finisce con l’essere anestetizzati attraverso una sorta di flebo che “goccia-goccia” mondanizza. 
Un tale contesto disorientato e disorientante non ha conseguenze unicamente nella sfera psicosessuale, ma investe l’intero ambito relazionale delle persone. Il crescere in un contesto iper eroticizzato, nel quale, quasi inconsciamente, si respira una sessualità disordinata, ha conseguenze anche sull’agire quotidiano delle persone e sul loro ordinario relazionarsi. 
Il vero dramma, poi, in questo contesto è costituito dal fatto che anche gli stessi soggetti, vittime, consapevoli o meno, della generale deriva psicoaffettiva, vivono in una radicale insoddisfazione, unicamente determinata proprio dalla distonia tra ciò per cui l’uomo è stato creato, con il conseguente profondo significato della sua affettività, e quanto egli attualmente vive.
Il cuore dell’uomo è fatto per la definitività. Qualunque sia la vocazione, verginale o sponsale, a cui Dio lo chiama, è unicamente la definitività a determinarne il reale appagamento. Immagine e somiglianza di Dio Amore infinito, l’uomo avverte, tra i propri bisogni elementari, quello della verità, della libertà, della bellezza, della giustizia, dell’amore e, sintesi di tutti – oggi così poco adeguatamente compreso, anche se tentativamente cercato, e talora perfino preteso –, quello della felicità! Ciascuno percepisce come il soddisfacimento di questi bisogni domandi, anzi postuli, la totalità. Nessuno accetterebbe, serenamente e supinamente, di essere “un po’” giusto, o “un po’” libero. Ciascuno domanda che tali bisogni antropologici universali abbiano compimento pieno, sia esperienzialmente, sia cronologicamente parlando; tale pienezza è ciò che, nel linguaggio condiviso, si descrive con il termine “definitività”. La Scrittura ci insegna a resistere “saldi nella fede” a colui che “come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (1Pt 5,8-9), anche quando tale esperienza fosse quella del nostro uomo vecchio. La fragilità, talvolta estrema, delle unioni matrimoniali e l’incapacità di tanti giovani ad assumere decisioni definitive, non hanno radici differenti dalla difficoltà a vivere un’affettività ordinata e a maturare l’accoglienza serena della Vocazione verginale. Se, in ogni epoca, è stato complesso vivere la perfetta continenza per il Regno dei Cieli e il conseguente celibato, a causa della fragilità della natura umana, paradossalmente, nella nostra epoca, appare particolarmente arduo, poiché la rete delle comunicazioni veicola un pansessualismo violento, capace di distorcere la percezione stessa della sfera affettiva, sessuale e relazionale.

La formazione affettiva al sacro celibato
Come immaginare un percorso formativo efficace per candidati al sacerdozio, che giungano da un tale contesto culturale? Da dove partire e verso dove andare per evitare, per quanto sia umanamente possibile, errori, che potrebbero rivelarsi drammaticamente fatali per il futuro sacerdote? Dopo una premessa di metodo, articolerò questo secondo punto della conferenza, che è quello centrale del tema assegnatomi, in tre sottopunti, dinamicamente integrati tra loro, ma che, per efficacia didattica, preferisco distinguere, per poi mostrarne l’intima relazione. Prenderemo in esame, successivamente, le dimensioni: 1. della purificazione della memoria, 2. dell’educazione del presente vissuto affettivo e, infine, 3. dell’attesa orante del dono del sacerdozio e della relativa grazia di stato da esso derivante, così essenziale per vivere il sacro celibato. Quanto fin qui detto, se ancora ce ne fosse bisogno, ci ricorda l’importanza della formazione affettiva e la radicale serietà con la quale essa domanda di essere affrontata.
Non è tollerabile che, nel tempo della formazione, si censuri o si affronti, solo tangenzialmente e superficialmente, la questione affettiva. Nel rispetto più rigoroso della necessaria e canonicamente riconosciuta distinzione tra foro interno e foro esterno, è necessario che la dimensione affettiva sia messa a tema esplicitamente con i superiori del seminario e, nel caso ciò non avvenga spontaneamente, dai superiori del seminario. Certamente ciò implica che essi siano persone affettivamente mature, riconciliate con se stesse e con la propria dimensione psicoaffettiva, non frustrate e, perciò, almeno non tendenti a proiettare sugli altri i propri nodi non risolti. E’ necessario che abbiano integrato i propri eventuali problemi psicoaffettivi, per poter accompagnare gli altri in questo cammino di maturità. Pertanto, è necessario che la scelta dei formatori sia particolarmente ponderata e tenga conto, non solo, delle competenze teologiche e pastorali, ma anche, e forse soprattutto, della maturità psicoaffettiva e dell’equilibrio armonico generale della persona.
Pur nel riconoscimento dell’indispensabile dimensione della responsabilità personale nel percorso educativo, è sempre necessario mantenere chiara la distinzione tra educatori ed educandi, tra coloro ai quali è stato chiesto, dal Vescovo, di occuparsi della formazione dei futuri sacerdoti, e i candidati all’ordinazione. Ogni equivoco, in tale ambito, sarebbe foriero di gravi conseguenze, non da ultime, l’inefficacia della stessa azione educativa.

La purificazione della memoria
Accennavo, prima, a come sia indispensabile distinguere, tra i candidati, coloro che provengono da una formazione motivatamente cristiana, e dunque sono stati presumibilmente educati al reale significato dell’affettività umana, e quelli che, totalmente immersi nel mondo e nelle sue abitudini affettivo sessuali, si sono convertiti, sono stati chiamati e hanno bussato alla porta del seminario. Per entrambi, è tuttavia necessario compiere un veritiero e integrale percorso di purificazione della memoria, sia dal punto di vista spirituale, sia sotto il profilo morale e psicologico.
Non è possibile purificare la memoria, senza “fare memoria”. Evitando il rischio di rimanere impantanati nelle paludi dei ricordi e delle conseguenti reazioni sensibili a essi, è necessaria, almeno nel foro interno, una disarmata narrazione della propria storia affettiva, per presentarla a Dio, nella sua bellezza e nella sua problematicità, nei suoi frutti e nelle sue cadute, nei suoi errori sporadici e accidentali, o nei suoi limiti strutturali e reiterati. “Fare memoria” significa favorire quel sano realismo, senza il quale è semplicemente impossibile ogni autentico cammino di guarigione! “Fare memoria” significa permettere, almeno al superiore di foro interno – il direttore spirituale –, di conoscere realmente la storia personale del candidato, di raccogliere quanti più elementi possibile sul suo percorso, per poter impostare un cammino spirituale davvero efficace, cioè capace di accompagnare a una sufficiente integrazione della dimensione affettiva e ad una presumibile fedeltà all’impegno celibatario. Cari amici, piuttosto che tacere aspetti fondamentali e rilevanti delle proprie esperienze affettive, è meglio parlarne con qualcuno, anche di esterno al seminario, con i cosiddetti confessori invitati o con un sacerdote di propria fiducia, i quali, se necessario, possano progressivamente aiutare a mettere a tema, eventualmente, fosse opportuno esplicitare, onde evitare che l’aver taciuto su elementi essenziali, arrivi ad inficiare la stessa rettitudine di intenzione.
La purificazione della memoria, che ha una sua fase iniziale e fondamentale nel tempo della formazione seminaristica, ma che dura per l’intera esistenza terrena, domanda e, in certo modo, implica una radicale umiltà. Sant’Ignazio di Loyola, nei suoi Esercizi spirituali, ci è maestro nell’arte del discernimento degli spiriti, intimamente legata alla purificazione della memoria. Ciascuno può fare esperienza di come la fragilità della natura umana e il limite della memoria possano permettere, talvolta perfino in maniera ostinata, il permanere di immagini e di ricordi, che, anche se sottoposti al “potere delle chiavi” e alla divina Misericordia, e perciò distrutti da Dio, continuano a insidiare e talvolta ad assediare la vita spirituale.
La cultura contemporanea, poi – come detto – tende letteralmente a “imbottire” i giovani di immagini, e dunque di “memorie” un tempo inimmaginabili. E’ sufficiente passeggiare per le vie di qualunque città, per essere sottoposti a un vero e proprio linciaggio di immagini, per non parlare, poi, della televisione e, ancor più, di Internet. Dall’esperienza dello studio delle tristi cause di dispensa dagli oneri decorrenti dall’ordinazione, mi pare di poter evincere che, nel cattivo uso per mezz’ora di Internet, si possa vedere ciò che, in passato, nemmeno in un’intera esistenza, era dato di incontrare! Se i candidati al sacerdozio provengono da questo tipo di esperienza, è indispensabile che essi stessi scelgano e siano aiutati a compiere un taglio davvero radicale, ma che è indispensabile, anche solo per immaginare la possibilità di una fedeltà all’impegno celibatario. Tutte le memorie non purificate nel tempo della formazione e le cattive abitudini non vinte, tornano al pettine, determinando seri problemi di equilibrio psicoaffettivo e, talvolta, dolorosissime situazioni spirituali, morali e psicologiche.
La purificazione della memoria potrebbe apparire, così, un’opera impossibile, ma noi sappiamo, cari amici, che nulla è impossibile a Dio! In tal senso, l’opera essenziale di tale purificazione, compiuta e fermamente perseguita dall’intelligenza, dalla libertà e dalla volontà umane, è perfezionata dalla grazia soprannaturale, che giunge a noi specialmente attraverso un’intensa vita spirituale e sacramentale. Ciò che potrebbe apparire impossibile ai nostri occhi, è reso possibile dall’intervento costante ed efficace di Dio, il Quale, se cava dei figli di Abramo anche dalle pietre, può plasmare uomini equilibrati, integrati, riconciliati con la memoria del proprio passato e casti, anche in questo tempo, così disorientato e disorientante dal punto di vista psico-affettivo!

Educazione del presente vissuto affettivo
L’Esortazione apostolica “Pastores dabo vobis”, al n. 44, afferma: “Poiché il carisma del celibato, anche quando è autentico e provato, lascia intatte le inclinazioni dell’affettività e le pulsioni dell’istinto, i candidati al sacerdozio hanno bisogno di una maturità affettiva capace di prudenza, di rinuncia a tutto ciò che può insidiarla, di vigilanza sul corpo e sullo spirito, di stima e di rispetto nelle relazioni interpersonali con uomini e donne”. Con un linguaggio straordinariamente realistico e, per certi versi, “nuovo” ai documenti pontifici, il Beato Giovanni Paolo II ci ha consegnato un pilastro della formazione affettiva al celibato. Le inclinazioni dell’affettività e le pulsioni dell’istinto non vengono cancellate o modificate dal carisma del celibato, il quale – afferma il testo – le lascia intatte! E’ pertanto necessario educare il proprio presente affettivo, sia nella dimensione delle inclinazioni, sia in quella delle pulsioni, perché non accada di immaginare un futuro sacerdotale che, sotto il profilo psicoaffettivo-sessuale, sia radicalmente differente dal proprio presente seminaristico. E’ necessario perciò comprendere come l’importantissimo tempo del seminario sia dato anche per lavorare sul proprio equilibrio psicoaffettivo, per integrarne inclinazioni e pulsioni, e per scegliere e affilare quelle “armi” essenziali alla lotta, che dura tutta la vita. La consapevolezza che il carisma del celibato è un dono soprannaturale dello Spirito, impone che, nella formazione a esso, si riconosca il primato assoluto della grazia.
Se è necessario riconoscere e prudentemente utilizzare gli apporti delle scienze umane, in particolare la psicologia, a patto che facciano riferimento a una concezione antropologica veramente cristiana, è doveroso ammettere non pochi errori compiuti, in tale ambito, nei decenni passati.
Si è talvolta pensato di poter delegare alla scienze umane ciò che, invece, competeva ai formatori, essenziali mediatori dell’azione misteriosa e soprannaturale di Dio; si è pensato che la psicologia potesse essere la panacea di “tutti” i mali per “tutti” i candidati al sacerdozio, imponendo, talora senza discernimento, indiscriminatamente a tutti, di farvi ricorso, senza la doverosa distinzione tra le cosiddette nevrosi fisiologiche – che tutti abbiamo – e quelle patologiche, che domandano un intervento di carattere clinico; si è creduto di poter far internalizzare i valori evangelici, incluso il celibato, non grazie all’incontro personale, affascinante e vivificante con Cristo – come è ovvio –, ma attraverso vari processi di destrutturazione della personalità e presunte, mal riuscite sue ristrutturazioni, inclusive dei supposti menzionati valori…
Le cause di dispensa dagli oneri derivanti dalla sacra Ordinazione, incluso il celibato, documentano questi tragici errori nell’abuso o nell’uso errato delle scienze umane, nella formazione al sacerdozio ministeriale. Se usate con i dovuti criteri e laddove si mostrasse utile, allora tali scienze umane risulterebbero provvide.
Il dono del carisma celibatario fiorisce, è progressivamente accolto e matura, fino a definire la stessa personalità psicologica del sacerdote, unicamente nel rapporto intimo, prolungato, reale e interpersonale con Gesù di Nazaret, Signore e Cristo! Solo l’intimità orante con il Signore, la progressiva immedesimazione con la Sua Vita, con le Sue parole, con i Suoi pensieri – “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5) – permette di accogliere e di vivere il celibato, non come un elemento estraneo alla propria persona, da sopportare faticosamente, ma come la ridefinizione di sé, che nasce dall’incontro con Cristo e dal cambiamento e dalla vita nuova, che tale incontro genera.
Il celibato è, per eccellenza, quel nuovo orizzonte, che forse mai prima avevamo immaginato, e che l’incontro con Cristo ha radicalmente disvelato.
Tra l’altro – tutti ne facciamo esperienza – alla vocazione sacerdotale corrisponde, misteriosamente ma realmente, una straordinaria fioritura dell’umano. Che cosa sarebbe, infatti, la nostra umanità senza Cristo, senza la vocazione che Egli ci ha donato? Insieme alla chiamata al sacerdozio ministeriale, il Signore permette una fioritura della nostra umanità, una sua purificazione, un’inattesa e straordinaria dilatazione, perché essa diventi progressivamente capace di accogliere, definitivamente, un tale straordinario carisma e di viverlo come suprema testimonianza a Cristo, nella quotidianità dell’esistenza ministeriale.
Il mondo – anche nel tempo drammatico degli scandali, vergognosi e contro i quali è necessario agire con tutte le nostre forze, sia dal punto di vista della formazione, che sotto il profilo della penitenza e preghiera riparatoria, come pure e seriamente sotto il profilo disciplinare e penale – non attacca il nostro agire “sociale”, né le nostre opere caritative; esso non può tollerare la testimonianza della castità per il Regno dei Cieli e la conseguente azione educativa, che da essa scaturisce.
Se sempre ricca di fascino è, poi, la vita monastica, quando è veramente tale, non dimentichiamo mai, cari amici, che, paradossalmente, la testimonianza di un sacerdote secolare, cioè immerso nel suo tempo e nella sua società, per certi aspetti può essere ancora più dirompente. Noi non siamo monaci separati dal mondo, ai quali guardare con occhio sentimentalista, siamo uomini pienamente inseriti nel nostro tempo, “nel” mondo ma non “del” mondo, e testimoniamo, con la nostra scelta celibataria, che Dio c’è, che chiama a Sé gli uomini, che può dare significato all’intera esistenza e che vale la pena spendere, per Lui, la nostra vita!
L’intimità divina, condizione imprescindibile della formazione celibataria, si coltiva, innanzitutto – dicevo – nella orazione, nella quale dobbiamo essere totalmente immersi; “Conversatio nostra in Coelis est”; diversamente in terra ci si agita ma si realizza nulla! Formarsi a una radicale fedeltà alla santa Messa quotidiana, all’Ufficio divino, all’adorazione eucaristica, all’orazione mentale anch’essa quotidiana, alla preghiera del santo Rosario, che quotidianamente affida a Maria il proprio sacerdozio, è il “quoziente minimo” per poter anche solo sperare di vivere il celibato. Un sacerdote che non preghi, che non avverta l’urgenza di celebrare quotidianamente l’Eucaristia, superando le infondate teorie del “digiuno eucaristico” e gli scandalosi “giorni liberi”, nei quali pare di essere liberi anche dal rapporto con Cristo – che cosa triste per un sacerdote liberarsi da Cristo! –, ben difficilmente potrà vivere serenamente ed efficacemente il proprio celibato. Nel tempo del seminario è necessario formarsi a queste dimensioni indispensabili della vita presbiterale, domandando alla grazia soprannaturale che esse non siano soltanto delle buone e virtuose abitudini, ma divengano vera e propria struttura psico-antropologico-spirituale, nella quale la stessa identità personale è definita. 
Il sacerdote non solo celebra la santa Messa, ma in essa si identifica, poiché, progressivamente ma realmente, la santa Messa diviene la sua vita, ed egli “è” la santa Messa che celebra! In questa dimensione chiaramente soprannaturale, alla quale progressivamente ci si educa e si viene educati, ogni pensiero, ogni parola e, ovviamente, ogni atto in distonia con la grandezza della propria vocazione, devono essere evitati, certamente, per la loro valenza peccaminosa, ma anche – e direi soprattutto – per l’infelicità che generano nella loro totale inadeguatezza alla verità, sia del sacerdozio, sia delle azioni ministeriali che il sacerdote compie.
Le scienze umane possono costituire un valido aiuto per conoscere, almeno a grandi linee, le fondamentali dinamiche della psiche e dell’affettività, ma il più bravo degli psicologi può dire quali problemi ci sono, può prestare un aiuto veramente prezioso, ma certamente non può risolverli. Solo Cristo salva l’uomo nella sua interezza!
Due elementi mi paiono ancora essenziali nell’educazione del proprio presente affettivo: il rapporto con il mondo e il ruolo della formazione intellettuale.
Nel rapporto col mondo – già ampiamente descritto nel primo punto della presente relazione –, appare con preoccupante evidenza come, troppo spesso, nella formazione seminaristica si verifichino impressionanti ingenuità. Se negli anni Cinquanta-Sessanta era, per certi versi e per taluni, necessario aprirsi al mondo o, per lo meno, mostrare nuovamente, in modo comprensibile al mondo, tutta la bellezza del cristianesimo, oggi si è immersi nel rischio diametralmente opposto: quello di essere totalmente immersi nel mondo.
Ritengo che, nelle attuali circostanze, sia semplicemente impossibile percorrere un serio e impegnato cammino di formazione alla perfetta castità per il Regno dei Cieli, se non si è capaci di vivere quel taglio radicale con il mondo, che è, soprattutto e innanzitutto, un taglio con la sua mentalità. Del resto solo così si può servire la società. Può un seminarista avere le stesse identiche abitudini di quando era un giovane animatore della parrocchia o un giovane universitario nel mondo? Può, in quelle fughe che a volte diventano i tirocini pastorali, frequentare gli stessi luoghi, con gli stessi atteggiamenti?
Non si tratta, qui, carissimi amici, di irrigidirsi in atteggiamenti bacchettoni o incapaci di autentiche relazioni interpersonali; si tratta semplicemente di fuggire le occasioni prossime di peccato e di non esporre sistematicamente e reiteratamente la propria psiche, la propria emotività e il proprio corpo a situazioni che, inevitabilmente, rendono ancora più difficile la perfetta continenza per il Regno dei Cieli.
L’ultimo aspetto riguarda l’importanza della formazione teologica, anche nel cammino di educazione al celibato sacerdotale. Una sana cristologia, fedele al dato scritturistico, alla Tradizione e al Magistero ininterrotto, deve porre in luce la straordinarietà dell’umanità di Gesù Cristo e la bellezza dell’essere configurati a Lui, e quindi anche alla Sua umanità perfettamente casta, con l’Ordinazione sacerdotale. Una ecclesiologia che non voglia tradire la verità, non può ridurre i sacerdoti a “funzionari di Dio”, ma deve riconoscerne, all’interno di un contesto tutto soprannaturale, il misterioso e necessario compito distinto, essenzialmente e non soltanto per grado, da quello battesimale e in relazione alla promozione di questo.
Sono profondamente persuaso che una certa fragilità teologica, diffusa in non pochi ambiti accademici, abbia ben gravi responsabilità, anche nella tenuta delle Vocazioni sacerdotali, le quali, senza adeguate ragioni – come è logico –, non reggono l’urto violento e persistente del mondo.
E concludo questo approfondimento sull’educazione del presente vissuto affettivo, sottolineando ancora una volta il primato assoluto e incontrovertibile della grazia nella formazione al celibato. Guardiamo alla Misericordia, compresa, celebrata nel sacramento della Riconciliazione e continuamente invocata. Essa è la prima “medicina” per guarire dai limiti della concupiscenza e vivere, in modo progressivamente sempre più perfetto, quella continenza per il Regno dei Cieli, così strettamente legata al ministero presbiterale, tanto da indurre la chiesa a scegliere i suoi sacerdoti solo tra coloro che ne hanno ricevuto il carisma. Ciò che appare impossibile alle sole forze umane, è reso sperimentalmente possibile dalla grazia, alla quale continuamente senza limiti, è necessario affidarsi.

L’attesa orante del dono del sacerdozio
La comunità del seminario ha il suo modello supremo nel Cenacolo di Gerusalemme, nel quale gli Apostoli, fatta l’esperienza di Gesù Risorto e stretti intorno a Lui, vivono in attesa orante del dono dello Spirito, uniti alla Beata Vergine Maria. Se il momento dell’Ordinazione sacerdotale è l’effusione dello Spirito, che rende capaci di parlare lingue nuove, di annunciare il Regno efficacemente, di guarire con la potestà sacramentale e di compiere ogni altro atto di Ministero autentico, allora il Seminario vive, si nutre, cammina e cresce come vero e proprio Cenacolo. Come, nel Cenacolo, tutti gli Apostoli hanno fatto l’esperienza di un rapporto personale con Gesù e Lo hanno visto Risorto, così ciascun seminario deve essere una comunità di uomini che hanno incontrato Gesù Cristo e la cui vita è stata cambiata da quell’incontro; uomini che hanno fatto l’esperienza del Risorto, che vivono la chiesa come il popolo eletto da Dio e come il Suo vero Corpo, che oggi cammina nel tempo e nella storia.
Quel gigante di santità e anche di sapienza umana che è San Benedetto, nella sua Regola, invita, senza dubbio alcuno, ad allontanare dal monastero chiunque vi entrasse per ragioni diverse dalla ricerca di Dio. Credo che la stessa chiarezza e fermezza debba essere utilizzata nel discernimento sull’ingresso e sulla permanenza nella comunità del Cenacolo che è il seminario. 
Tutti i limiti possono essere abbracciati, sopportati e supportati dalla comunità del seminario, che è, per sua natura, una comunità formativa e di transizione – anche gli Apostoli non sono rimasti tutta la vita nel Cenacolo –, ma la mancanza di retta intenzione e il permanere in seminario per ragioni differenti da quella di cercare e servire Dio e la sua chiesa, non può essere tollerata, perché impedisce ogni autentico cammino di conversione e reale formazione. La comunità del Cenacolo, e quindi il seminario, è una comunità orante. Il sacerdote è e deve essere un uomo orante! Una comunità seminaristica che non avesse al proprio centro la dimensione della preghiera, ben difficilmente riuscirebbe ad assolvere al proprio compito.
La preghiera non è un’interruzione delle cose da fare, ma, al contrario, si interrompe talvolta la preghiera per fare delle cose, e anche nelle altre opere è necessario custodire uno spirito orante. La riforma del clero, da più parti auspicata, non potrà che essere frutto della radicale riscoperta della dimensione soprannaturale del Ministero e del conseguente primato del rapporto orante con Dio. Primato che, nella stessa preghiera ufficiale del seminario, deve trasparire chiaramente: per la fedeltà alla Liturgia, così come la chiesa determina che venga celebrata, per la cura di ogni gesto, atteggiamento. In ciò non ci può essere nulla di formalistico. La giusta forma, inoltre, aiuta la custodia e la veicolazione della sostanza. 
Accanto alla preghiera della chiesa, costituita non solo dalla santa Messa e dall’Ufficio divino, ma anche dall’Adorazione eucaristica, dal santo Rosario e da ogni pio esercizio, che sostenga e alimenti la fede, la comunità del seminario è chiamata a educare i futuri sacerdoti anche alla preghiera personale, al silenzio, alla meditazione e agli spazi di reale intimità divina.
Trattandosi di una “educazione”, essa non può essere lasciata unicamente alla responsabilità o alla creatività personali, ma devono essere proposti momenti di silenzio e di Adorazione eucaristica, che, pur conservando il carattere della libertà, in ordine all’adesione, sono sistematicamente inseriti nel cammino quotidiano o ebdomadario. La mia personale esperienza è che l’inserimento di un’ora di adorazione eucaristica quotidiana nel percorso formativo, ha straordinari effetti sul cammino dei seminaristi, crea una consuetudine con il Signore che, nel tempo del ministero, sostiene e aiuta ad avvertire la nostalgia dello “stare con Gesù”, sospingendo la libertà a ricercare costantemente tali momenti.
L’attesa orante del dono del sacerdozio, poi, orienta l’intera preghiera. Non si prega indipendentemente dalla vocazione ricevuta, ma, partendo da essa, ci si pone davanti al signore quasi pregustando le dolcezze del ministero. Pregustando la celebrazione della santa Messa, l’amministrazione della divina Misericordia, pregustando quell’intimità divina che, con l’ordinazione presbiterale, diviene ontologica e alla quale siete chiamati a prepararvi interiormente. Dal punto di vista umano nulla s’improvvisa e dal punto di vista divino nulla si anticipa. In tal senso devono essere superati quei timori, anch’essi datati anni Settanta, di eccessiva “prossimità” alle cose di Dio. E’ necessario svegliarsi, la storia è andata avanti! Se oggi c’è un autentico problema, da tenere sempre ben presente, è quello della fragilità e dell’identità sacerdotale che, anche a causa di non poche fluttuazioni teologiche, non è sufficientemente delineata e, soprattutto, solo raramente coincide con la stessa identità psicologica del candidato.
San Giovanni Maria Vianney, modello dei sacerdoti, che abbiamo imparato a conoscere meglio anche grazie all’Anno Sacerdotale, è esemplare proprio per la totale immedesimazione con il proprio ministero. Condizione – questa – dell’efficacia apostolica, ma anche della pace interiore, della serenità e, soprattutto, del senso di piena realizzazione del sacerdote, al servizio di Dio, della chiesa e degli uomini.


Conclusioni
Al termine di questo lungo percorso, possiamo trarre alcune conclusioni, che, sebbene non definitive, possono orientare il percorso della formazione affettiva nel tempo del seminario. Per semplicità e chiarezza, le delineerò a mo’ di elenco.
1. La memoria tematizzata del proprio concreto vissuto psicoaffettivo e sessuale, costituisce un elemento fondamentale di un cammino, che voglia realmente essere fruttuoso, soprattutto nella coscienza vigilante e costruttivamente critica della contemporanea, problematica situazione culturale, nella quale lo spostamento dall’oggettività della conoscenza al più arbitrario soggettivismo, con il relativismo che ne deriva, è all’ordine del giorno.
2. Nella formazione affettiva, è necessario riconoscere il primato assoluto della Grazia, senza la quale non è nemmeno immaginabile una vita realmente casta. Tale primato si riconosce e si vive nel primato della dimensione spirituale, fatta di preghiera e di vita sacramentale, e nella progressiva delineazione, anche psicologica, della personalità presbiterale.
3. E’ necessario che la comunità del seminario trovi il giusto equilibrio tra l’anelito missionario, che non deve trasformarla in una comunità centrifuga, e l’essere realmente, come il Cenacolo di Gerusalemme, stretta intorno a Gesù, con Maria, in attesa del dono dello Spirito per la missione, ma mai chiusa su se stessa.
4. L’identificazione, fin dal tempo del seminario, con il Ministero che, a suo tempo, verrà affidato, favorisce il giusto orientamento della formazione affettiva. A differenza delle epoche precedenti, oggi il seminarista è la figura giuridicamente più fragile dell’intero corpo ecclesiale, poiché non è chierico fino al diaconato – per una giusta salvaguardia della sua libertà –, pur vivendo tutti i doveri di disciplina e obbedienza propri dello stato clericale. Tale debolezza giuridica non deve determinare una situazione d’incertezza, come se l’essere seminaristi non coincidesse già, in maniera prospettica, con un determinato stato di vita, impegnato, per lo meno, a rendere testimonianza a Cristo con l’impegno di formazione e di offerta della propria vita, nella perfetta continenza per il Regno dei Cieli.
5. La formazione teologica, ha un ruolo fondamentale anche nella formazione affettiva. Deve evitare di perdersi tra le opinioni dei vari teologi, restando fedele a quanto chiesto da Sapientia christiana, nella quale si indica lo studio delle Sacre Scritture, della Tradizione bimillenaria della chiesa e dell’ininterrotto Magistero, come ossatura irrinunciabile del ciclo istituzionale. Evitare il relativismo teologico e proporre la dottrina certa, contribuisce in modo determinante alla configurazione di una stabile personalità presbiterale e, con essa, a una motivata formazione affettiva.
Anche la corretta ermeneutica dei testi del Concilio Vaticano II, secondo quella riforma nella continuità, più volte indicata sia dal Beato Giovanni Paolo II, sia dal Santo Padre Benedetto XVI, è indispensabile fattore per una crescita ecclesiale serena e autentica, capace di superare, eliminandoli sul nascere, i motivi delle contrapposizioni (tutte mondane e politiche) tra “innovatori” e “conservatori”, che tanta infezione hanno portato e portano al corpo ecclesiale.
6. Il seminarista di oggi sarà il sacerdote di domani! Se è vero che, dal giorno dell’Ordinazione sacerdotale in poi, si impara a essere e a vivere da sacerdoti, è altrettanto vero che, soprattutto dal punto di vista della formazione affettiva, nulla può essere improvvisato. E’ più prudente, e moralmente esigibile da se stessi, attendere qualche tempo in più per domandare l’Ordinazione presbiterale, piuttosto che attentare a essa, senza aver risolto questioni fondamentali della propria affettività. In questo campo, come in quello dottrinale, occorre provata maturazione e non semplicemente assenza di impedimenti. Affido alla Beata Vergine Maria, Madre tenerissima dei sacerdoti, queste riflessioni, nella sicura speranza che, guardando a Lei, esempio sublime di affettività riconciliata, capace di autentico, profondo e fecondo amore, nella perfetta castità, possiamo camminare nella via splendida del Sacerdozio, che ci fa, a titolo del tutto speciale, suoi figli.
San Giovanni Maria Vianney, modello dei sacerdoti, che abbiamo imparato a conoscere meglio anche grazie all’Anno Sacerdotale, è esemplare proprio per la totale immedesimazione con il proprio ministero. Condizione – questa – dell’efficacia apostolica, ma anche della pace interiore, della serenità e, soprattutto, del senso di piena realizzazione del sacerdote, al servizio di Dio, della chiesa e degli uomini.

Fonte: Il Foglio - 16/05/2011