sabato 28 febbraio 2015

GLI AMICI SI TOCCANO (di don Fabio Bartoli)


Leggete questa pagina dal Signore degli Anelli, è il momento emozionante in cui Sam ritrova Frodo che credeva essere stato ucciso dagli orchi:

“Era nudo, e giaceva come privo di sensi su di un cumulo di luridi cenci: teneva alto il braccio, coprendosi la testa, e sul suo fianco vi era una brutta ferita da frusta. «Frodo! Caro signor Frodo!», gridò Sam quasi accecato dalle lacrime. «Sono Sam, sono arrivato!». Sollevò leggermente il padrone stringendoselo al petto. Frodo aprì gli occhi.

«Allora non stavo sognando quando udii cantare laggiù e cercai di rispondere. Eri tu?»

«Ero proprio io, signor Frodo, avevo quasi perduto la speranza. Non riuscivo a trovarvi.»

«Ebbene, ora ci sei riuscito, Sam, caro Sam» disse Frodo, appoggiandosi alle sue braccia e chiudendo gli occhi come un bambino i cui incubi notturni sono stati allontanati da una mano o da una voce amata.

Sam sentì che avrebbe potuto rimanere per sempre così, in un’eterna felicità; ma non era permesso. Non era sufficiente per lui aver ritrovato il padrone, doveva ancora cercare di salvarlo.”

Un’emozione così intensa, descritta da Tolkien con una vivacità imbarazzante, non può che essere comunicata con il tatto, nessun altro dei sensi offre strumenti adeguati a lasciar passare tanto amore. E infatti anche Frodo e Sam si abbandonano in questo lungo abbraccio che avrebbe potuto essere, dice Tolkien, per sempre.

Non trovate imbarazzante una manifestazione di sentimenti così aperta? Non c’è qualcosa di eccessivo, di patetico? Ma dai, l’abbraccio di un amico che diventa un momento di felicità eterna? D’accordo, non è un momento qualunque, anzi è forse il momento più alto di questa bellissima storia di amicizia che è il Signore degli Anelli, e tuttavia credo che al nostro gusto moderno queste parole possano suonare melense, quasi imbarazzanti, come se esponessero una parte di noi che preferiremmo tenere nascosta. Tanto che non manca chi interpreta l’amicizia tra Frodo e Sam in chiave omosessuale.

A me sembra che la gente abbia sviluppato una sorta di fobia del contatto fisico. Sarà perché passiamo ore e ore pressati come sardine nella Metro, abbracciati a perfetti sconosciuti, sarà perché le emozioni forti ci fanno paura e le desideriamo al tempo stesso, sarà per una sorta di pansessualismo imperante, per cui ogni contatto fisico viene interpretato in chiave erotica, sarà perché non siamo più capaci di immaginare un amore che non sia possesso, che non voglia in fin dei conti soddisfarsi con l’altro, ma mi sembra che nessuno più si faccia toccare volentieri. Specialmente tra maschi. Le donne tutto sommato ancora si toccano abbastanza tra loro, probabilmente perché più di noi sono in contatto con i loro sentimenti. Così, ad esempio, non sarà strano vedere due donne tenersi per mano, molto più raro vederlo fare a due uomini.

Credo che questo abbia a che fare con l’idea che la manifestazione dei sentimenti sia una debolezza, se alle donne quindi è concesso “in default” di apparire deboli, l’uomo non può permetterselo mai. L’uomo è un guerriero, un combattente, non dovrebbe perdere tempo in queste frivolezze…

Ma chi l’ha detto che deve essere per forza così? Chi l’ha detto che mostrare i propri sentimenti è segno di debolezza? A me al contrario sembra un segno di grande forza e sicurezza interiore. È vero, chi va incontro all’altro a braccia aperte si rende feribile, chi offre una carezza rischia di ricevere una pugnalata in cambio, ma proprio per questo chi fa il primo passo mostra di non avere paura, chi si rende feribile mostra di non temere le ferite. Solo chi è davvero umile sa mostrare la propria fragilità perché pensa di non aver niente da perdere.

Ma il male maggiore che la perdita del contatto porta con sé è la perdita della tenerezza e questo mi sembra essere il problema vero delle nostre relazioni; di niente il nostro tempo ha bisogno come della tenerezza. È sempre più evidente infatti che un mondo spietato, regolato solo da rapporti di forza ha costruito una società disumana, inadatta alla vita. La vera profezia è stabilire rapporti nuovi, basati sulla debolezza e quindi sull’esaltazione dell’altro. Perché a questo mira la tenerezza, alla promozione dell’altro, a dirgli “tu sei prezioso, tu vali”. È indispensabile allora che gli amici ricomincino a toccarsi.

La tenerezza è per me la virtù più tipica e completa dell’uomo maturo, di chi è padrone dei propri sentimenti e non ha vergogna di mostrarli. Per dare tenerezza infatti occorre essere ben integrati in se stessi, bisogna aver spento in sé ogni egoismo e ogni violenza, altrimenti la nostra tenerezza non sarà credibile e verrà percepita come una forma raffinata di seduzione (e quindi in ultima analisi come una manipolazione, una forma di violenza). Dobbiamo scoprire la debolezza come valore, come opportunità e non come deficit, o non è forse vero ciò che dice Paolo: “quando sono debole è allora che sono forte”? Oppure “Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti”? E non è questa alla fin fine la grande profezia del Magnificat “Deposuit potentes et exaltavit humiles”?

Forse dipende dal fatto che siamo abituati ad una concezione intrusiva del contatto fisico, non rispettosa dell’altro e così ci sembra che chi ci tocca in qualche maniera voglia violare la nostra privacy e la nostra intimità, che il contatto esprima non tenerezza, ma potere, ma dobbiamo imparare a vincere le nostre paure se vogliamo riscoprire e godere di questa dimensione fondamentale dell’amore e dell’amicizia che è la tenerezza.

Non ogni contatto è sinonimo di possesso, così come il piacere di toccare ed essere toccati non è necessariamente un piacere sessuale. Toccare una persona amata, di qualsiasi amore, è sempre bello, perché dice il reciproco esserci, l’essere-uno-per-l’altro nella relazione, non ci si deve sentire in colpa se si prova piacere ad amare ed essere amati, perché siamo fatti per questo, l’uomo esiste per l’amore e se l’uomo è corpo la manifestazione dell’amore non potrà che passare attraverso il corpo.

Il male non consiste mai nel piacere, anzi, il piacere è in se stesso divino. Perfino il catechismo di S. Pio X dice che ultimamente siamo stati creati per godere e per godere di Dio addirittura, l’esperienza di Dio cioè è vista come il vertice del piacere! Il male semmai consiste nell’egoismo, cioè nella volontà di impossessarsi del piacere, finendo con l’usare l’altro come un oggetto finalizzato al mio godimento, e da questo punto di vista perfino Dio può essere trasformato in oggetto e la preghiera mutarsi in una sorta di raffinato autoerotismo. Questo avviene quando al centro non c’è più il Tu di Dio, ma la ricerca del proprio benessere spirituale.

Tornando al contatto quindi il problema non è di per sé il toccarsi, ma quando questo toccarsi non è “sensato”, quando cioè esprime qualcosa di diverso dall’amicizia. Così, ad esempio, sarebbe senza senso un contatto tra amici che coinvolgesse l’area genitale. Così ad esempio Sam e Frodo non si abbandonano alla dolcezza di quell’abbraccio, ma subito ritornano al loro compito, a quella missione che li unisce.

Come spesso accade con le fobie, però, l’oggetto temuto è anche l’oggetto desiderato, perché ciò che temiamo in effetti non è il contatto in sé, ma le emozioni che scatena dentro di noi, temiamo di non essere capaci di gestirle, di controllarle. Accade così che più ci neghiamo i contatti fisici, più le emozioni che ci provocano diventeranno violente e difficili da gestire. È come per il sesso: il moralismo in realtà agisce da amplificatore sul desiderio. Così proprio per imparare ad avere un rapporto sereno con la propria fisicità è bene abituarsi ai contatti fisici, esprimerli senza paura, purché siano sensati. Abbracci, carezze e altre forme di contatto diventeranno così via via più naturali e spontanei tra amici. Quando non hanno più paura della tenerezza gli amici amano toccarsi, perché amano condividere anche le proprie fragilità.

giovedì 5 febbraio 2015

La transessualità non può essere risolta chirurgicamente

Copertina di TIME magazine del 9 giugno 2014
(CNSNews.com) - Il dottor Paul R. McHugh, già capo al Dipartimento di Psichiatria presso il Johns Hopkins Hospital, è attualmente Professore Onorario di Psichiatria; ha affermato che il transessualismo è un “disturbo mentale” che merita trattamento, che il cambiamento di sesso è “biologicamente impossibile” e che le persone che promuovono l’intervento chirurgico di riassegnazione sessuale favoriscono un disturbo mentale.

Il Dottor McHugh, autore di sei libri e almeno 125 articoli medici di alta valenza scientifica, ha fatto le sue osservazioni in un recente commento sul Wall Street Journal in cui ha spiegato che la chirurgia transgender non è la soluzione per le persone che soffrono di un “disturbo di ‘supposizione’” - l’idea che la loro mascolinità o femminilità sia diversa da ciò che la natura ha loro assegnato biologicamente.

Ha anche citato un nuovo studio in cui si mostra che il tasso di suicidi tra le persone transgender che hanno fatto un intervento chirurgico di riassegnazione è 20 volte superiore al tasso di suicidi tra le persone non transgender. Il Dottor McHugh ha osservato inoltre come secondo gli studi della Vanderbilt University e della London Portman Clinic, il 70% -80% dei bambini che avevano manifestato sentimenti transgender, nel corso del tempo, hanno “spontaneamente perso questi sentimenti”.

Mentre l’amministrazione Obama, Hollywood, e i grandi media come la rivista Time promuovono il transessualismo come normale, ha detto il dottor McHugh, questi “responsabili politici e i media non fanno alcun favore né al pubblico né ai transgender, trattando le loro confusioni come un diritto da difendere piuttosto che come un disturbo mentale che merita comprensione, trattamento e prevenzione”.

“Questo intenso sentimento di dissociazione rispetto al proprio sesso biologico costituisce un disturbo psicologico per due motivi. Il primo è che l’idea di disallineamento del sesso è semplicemente sbagliata – non corrisponde con la realtà fisica. Il secondo è che può portare a risultati psicologici spaventosi”.

Il disturbo della persona transgender, ha detto il dottor McHugh, è rappresentato dalla "supposizione" della persona di essere diversa rispetto alla realtà fisica del suo corpo, della sua femminilità o mascolinità, come assegnata dalla natura. Si tratta di un disturbo simile a quello di una persona "pericolosamente magra" che soffrendo di anoressia, guardandosi allo specchio pensi di essere "sovrappeso".

Questa supposizione che il genere dipenda solo dalla mente, indipendentemente dalla realtà anatomica, ha portato alcune persone transgender a fare pressioni per una accettazione sociale e una affermazione della propria “verità personale” soggettiva, ha detto il dottor McHugh. Di conseguenza, alcuni Stati come la California, il New Jersey e il Massachusetts hanno approvato leggi per impedire agli psichiatri, “anche con il permesso dei genitori, di tentare di ripristinare sentimenti di genere naturali in un minorenne”.

I sostenitori pro-transgender non vogliono prendere atto degli studi che dimostrano che una percentuale tra il 70% e l’80% di questi bambini che esprimono sentimenti transgender “perdono spontaneamente quei sentimenti” nel corso del tempo. Inoltre, coloro che hanno effettuato un intervento chirurgico di riassegnazione del sesso, anche se si dicono soddisfatti dell’operazione, “tuttavia il loro successivo adattamento psicosociale non è stato migliore di coloro che non si sono sottoposti all’operazione”.

"E così alla Johns Hopkins abbiamo smesso di praticare interventi chirurgici di riassegnazione del sesso, in quanto produrre un paziente 'soddisfatto' ma ancora turbato ci è sembrato un motivo insufficiente per amputare chirurgicamente organi normali", ha detto il dottor McHugh. Il primario emerito di psichiatria alla Johns Hopkins ha anche messo in guardia dall' autorizzare o incoraggiare alcuni sottogruppi di persone trans, come i giovani “esposti alle suggestioni di un'educazione sessuale per cui 'tutto è normale' ”,  e i "counselor per la diversità" delle scuole che, come dei “santoni”, possono “spingere i giovani ad allontanarsi dalle loro famiglie e consigliano come confutare gli argomenti contrari alle operazioni di riassegnazione chirurgica del sesso”.

Il dr. McHugh ha anche detto che ci sono dei “medici che sbagliano”, che lavorano con bambini molto piccoli che sembra imitino il sesso opposto: gli somministrano “ormoni per ritardare l’età puberale e per far in modo che i successivi interventi di cambio di sesso siano meno onerosi – anche se i farmaci in questione bloccano la loro crescita e rischiano di provocare sterilità”.

Tali cure “rasentano l’abuso sui minori”, ha detto il dottor McHugh, visto che quasi l’80% di questi ragazzi, “risolveranno la loro confusione e cresceranno secondo il sesso assegnatogli dalla natura se non saranno soggetti a trattamento…”.

“Il cambiamento di sesso è biologicamente impossibile”, ha detto il dottor McHugh. Le persone che si sottopongono ad un intervento chirurgico per cambiare sesso non si trasformano da uomini in donne o viceversa. Piuttosto diventano uomini femminizzati o donne mascolinizzate. Pretendere che questo sia oggetto di diritti civili ed incoraggiare gl’interventi chirurgici significa in realtà promuovere e contribuire ad un disturbo psichico.

giovedì 29 gennaio 2015

La "teoria del gender": contro Dio, contro l'uomo (di Benedetto XVI)

Papa Benedetto XVI
"Il Gran Rabbino di Francia, Gilles Bernheim, in un trattato accuratamente documentato e profondamente toccante, ha mostrato che l’attentato, al quale oggi ci troviamo esposti, all’autentica forma della famiglia, costituita da padre, madre e figlio, giunge ad una dimensione ancora più profonda. Se finora avevamo visto come causa della crisi della famiglia un fraintendimento dell’essenza della libertà umana, ora diventa chiaro che qui è in gioco la visione dell’essere stesso, di ciò che in realtà significa l’essere uomini. Egli cita l’affermazione, diventata famosa, di Simone de Beauvoir: “Donna non si nasce, lo si diventa” (“On ne naît pas femme, on le devient”). In queste parole è dato il fondamento di ciò che oggi, sotto il lemma “gender”, viene presentato come nuova filosofia della sessualità. Il sesso, secondo tale filosofia, non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. Secondo il racconto biblico della creazione, appartiene all’essenza della creatura umana di essere stata creata da Dio come maschio e come femmina. Questa dualità è essenziale per l’essere umano, così come Dio l’ha dato. Proprio questa dualità come dato di partenza viene contestata. Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: “Maschio e femmina Egli li creò” (Gen 1,27). No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma finora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere su questo. Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più. L’uomo contesta la propria natura. Egli è ormai solo spirito e volontà. La manipolazione della natura, che oggi deploriamo per quanto riguarda l’ambiente, diventa qui la scelta di fondo dell’uomo nei confronti di se stesso. Esiste ormai solo l’uomo in astratto, che poi sceglie per sé autonomamente qualcosa come sua natura. Maschio e femmina vengono contestati nella loro esigenza creazionale di forme della persona umana che si integrano a vicenda. Se, però, non esiste la dualità di maschio e femmina come dato della creazione, allora non esiste neppure più la famiglia come realtà prestabilita dalla creazione. Ma in tal caso anche la prole ha perso il luogo che finora le spettava e la particolare dignità che le è propria. Bernheim mostra come essa, da soggetto giuridico a sé stante, diventi ora necessariamente un oggetto, a cui si ha diritto e che, come oggetto di un diritto, ci si può procurare. Dove la libertà del fare diventa libertà di farsi da sé, si giunge necessariamente a negare il Creatore stesso e con ciò, infine, anche l’uomo quale creatura di Dio, quale immagine di Dio viene avvilito nell’essenza del suo essere. Nella lotta per la famiglia è in gioco l’uomo stesso. E si rende evidente che là dove Dio viene negato, si dissolve anche la dignità dell’uomo. Chi difende Dio, difende l’uomo".

lunedì 5 gennaio 2015

UNA CONFERENZA SULLA CASTITÀ (di dom Cassian Folsom, osb)

San Benedetto ed il cespuglio di spine
Originariamente pubblicata su www.osbnorcia.org



CAPTATIO BENEVOLENTIAE
San Benedetto, nel capitolo 4 della Regola, dice qualcosa di molto strano. Egli esorta i suoi monaci ad amare la castità (castitatem amare RB 4,64). Che cosa significa?
Noi di solito amiamo solo ciò che ci attrae, e la castità, nella nostra cultura satura di sesso, ci appare piuttosto come non attraente, almeno a prima vista. Cosa può voler dire san Benedetto?
Nello stesso capitolo, san Benedetto usa un'espressione simile quando dice che i monaci devono amare il digiuno (ieiunium amare RB 4,13). Anche questo è davvero strano.
La costruzione simmetrica di questi due passaggi ci aiuta a comprendere entrambi. Il digiuno dal cibo o il digiuno dall’attività sessuale è una pratica ascetica. Noi non amiamo la sofferenza dell’ascetismo, ciò che amiamo è la gloriosa virtù che ne consegue. Analizziamo insieme queste domande.

INTRODUZIONE
Prima di tutto alcune osservazioni preliminari.
1.      Quando p. Moriarity mi ha chiesto di parlare di uno dei voti religiosi, per inaugurare la nostra celebrazione dell'Anno della Vita Consacrata, mi sono dovuto fermare a riflettere.

I tre voti: povertà, castità e obbedienza sono una tradizione che rimonta solo a partire dal XIII secolo o giù di lì. La più antica tradizione monastica non pensa alla vita religiosa esattamente in questi termini. I voti benedettini sono tre: l'obbedienza, la stabilità, e la conversatio (l’ "offerta speciale" monastica che include tutto il resto). La castità è semplicemente data per scontata, non è oggetto di un voto specifico. Anche la povertà, non costituisce un voto specifico. Nella santa Regola, san Benedetto non ha davvero una buona opinione dei beni privati, ma il monastero stesso possiede beni: immobili, edifici, utensili, laboratori, chiese, vasi sacri, e così via. Non è neanche remotamente come l'ispirazione di san Francesco.

Così, mi sono chiesto: di quale dei tre voti "tradizionali" dovrei parlare?
+ Povertà - no, perché l’idea monastica di povertà è molto diversa da quella francescana.
+ Obbedienza: probabilmente il più difficile dei voti (poiché implica la propria volontà) - ma che potrebbe non essere così interessante per un pubblico generico.
+ Castità: sicuramente il più controverso dei voti.

Ho pensato: sarò coraggioso ed affronterò il tema più controverso.

2.      Il mio punto di vista

Parlo come uomo celibe e descriverò la castità da questo punto di vista.

La vita spirituale di una donna nubile è destinata ad essere molto diversa, anche se la dinamica fondamentale è la stessa. Di questo dovrebbe parlarvi una suora.

Ma io mi sto rivolgendo a voi tutti - un pubblico misto di uomini e di donne, giovani e anziani, celibi e sposati. Che ruolo ha la castità nella vita matrimoniale? Qual è la differenza tra la castità coniugale e la castità nel celibato?

Per evitare confusione, dobbiamo proporre una definizione:
Castità: astenersi dall’attività sessuale
+ o temporaneamente
§  come si applica al non sposato che si sposerà in futuro
§  nel matrimonio cristiano
+ o permanentemente
§  chi resta celibe/nubile nel mondo
§  chi si consacra a Dio.
Aneddoto: Quando ero al liceo, la mia insegnante di biologia (la signora Zullo) parlando del sistema riproduttivo (insieme al sistema circolatorio, sistema scheletrico, ecc), osservava come questo - a differenza di altri sistemi del corpo - sia necessario per la vita della specie - ma non per la vita dell'individuo. Non necessario per l'esistenza fisica dell'individuo, ha aggiunto, ma forse per la vita emotiva e psicologica. Quando si tratta di castità celibataria, si tratta di una questione di integrazione, come vedremo.
Cominciamo la nostra riflessione con le categorie di vizio e virtù. Faccio qui affidamento sugli insegnamenti del mio santo patrono, san Giovanni Cassiano.



I. Vizio e virtù
Vizio
A. Lussuria (Concupiscenza)
Il vizio che si oppone alla virtù della castità è la lussuria, che possiamo definire come un desiderio disordinato per il piacere sessuale. Ci sono vari gradi di lussuria, dai semplici pensieri o immagini sessuali nella mente alla passione selvaggia come quella di uno stallone lussurioso o una cavalla in calore.
La lussuria nella mente è una cosa; la lussuria in atto è un’altra.
B. Lussuria in atto (Lo spirito di fornicazione)
C'è uno splendido sonetto shakespeariano [n. 129] che inizia: "Sciupio dello spirito nello sperpero della vergogna è la lussuria in atto..." Si noti la vergogna di cui Shakespeare scrive. Si tratta di un'esperienza universale.
Infatti, san Gregorio Magno scrive che quando la lussuria è soddisfatta arreca disgusto, ma quando sono dei santi desideri ad essere appagati, questi producono gioia.
San Giovanni Cassiano chiama questo potente impulso sessuale disordinato "lo spirito di fornicazione". Ci sono tre specie di "fornicazione" secondo Cassiano[1].
1. La prima avviene con l’accoppiamento dell’uno e dell’altro sesso
2. Il secondo si consuma senza un completo rapporto con la donna (masturbazione)
3. Il terzo consiste nel consumare l’atto della lussuria nel proprio animo e nel proprio pensiero. Di esso così parla il Signore nel Vangelo: "Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore" (Mt 5,28).
Queste distinzioni sono utili. Azioni lussuriose iniziano con pensieri lussuriosi. Da qui la disciplina ascetica di custodire i pensieri.
Perché Dio ha messo in noi questi potenti impulsi se non dovremmo dare loro libero sfogo? Per addestrare la nostra libertà, come vedremo.
Questo dicasi per una breve trattazione del vizio della lussuria. Che dire poi della virtù della castità?
Virtù
Prima di tutto, occorre fare una distinzione importante tra continenza e castità.
Cassiano: "Infatti altro significa essere continente, vale a dire (espresso in lingua greca), encratès, e altro significa essere casto e, per così dire, passare al possesso dell’integrità e dell’incorruzione, a quello stato cioè che (in greco) è detto hagnós"[2].
Qual è la differenza?
C. Continenza
La continenza ha a che fare con la disciplina e lo sforzo umano, che è sicuramente necessario, ma altrettanto sicuramente non sufficiente.
Columba Stewart[3]: "Una ferma determinazione potrebbe costringere il desiderio sessuale ad una tregua, ma non può mai produrre la purificazione interiore dovuta alla grazia. La paura può motivare la disciplina, ma solo l'amore può garantire la pace della castità.
La continenza implica una costante vigilanza su un corpo irrequieto, mentre la castità porta la tranquillità e la libertà ... [che è] il segno distintivo della perfezione monastica.
Così Cassiano contrappone il continuo rischio di sconfitta nella "lotta della continenza" con la pace duratura, che è la castità" (Stewart, p.71).
Lo stato di castità, quindi, è un dono della grazia. La continenza è lo sforzo umano per collaborare con la grazia.
Quando San Benedetto esorta i suoi monaci ad amare la castità, non intende dire di amare la lotta della continenza, ma amare quello stato di serena libertà in cui consiste la castità.
D. Castità
Siamo finalmente giunti alla castità. Che cos'è?
Ci sono sei gradi di castità secondo Cassiano[4].
1.      Il primo grado dunque della purezza comporta che il monaco, durante la veglia, non soccomba agli assalti della carne.
+ Cessazione dell'attività sessuale deliberata
+ Resistere alla fantasia sessuale, eccitazione sessuale

2.      Il secondo, che egli non si soffermi sui pensieri relativi a quei piaceri.
+ Libertà dai pensieri - cioè, non si sofferma o indugia su quei pensieri

3.      Il terzo è quello di non essere indotti alla concupiscenza, nemmeno per poco, dall’aspetto di una donna.
+ Libertà dai pensieri occasionali

4.      Il quarto è quello, in cui, pur essendo sveglio, il monaco non subisca nemmeno un semplice movimento della carne.
+ Libertà dall’eccitazione sessuale spontanea, senza compiacersi deliberatamente in una fantasia.

5.      Il quinto è quello di evitare che, qualora una trattazione culturale o una lettura necessaria alluda all’idea della generazione dell’uomo, anche il consenso più sottile all'azione voluttuosa pervada l’anima; è bene invece considerare il tutto con una visione del cuore tranquilla e pura al pari di un’operazione qualunque o di un ministero necessario al genere umano, e nulla riprendere da quel ricordo, come se la mente dovesse riferirsi ad una fabbricazione di mattoni o a qualunque altra operazione di officina.

6.      Il sesto grado della castità è quello di non lasciarsi ingannare anche nel sonno dalle illusive apparizioni di donne. Infatti, sebbene crediamo che simili fantasie suggestive non siano soggette a peccati, sono però un indizio di una concupiscenza annidantesi ancora nel fondo dell’animo.
+ "La castità arriva nel paese lontano dei sogni, calmando le fantasie erotiche, anche nel sonno" (Stewart, p. 76).
Questo mostra un alto grado di virtù.
Sintesi sulla castità nel pensiero di san Giovanni Cassiano
Amore di Dio:
"... la castità significa per Cassiano una tranquillità duratura che anticipa il Paradiso. La castità, come la purezza di cuore, riguarda certamente l'amore; e l'amore, nella visione di Cassiano è sempre relativo a Dio ... il punto di partenza [di Cassiano] ... è la convinzione che la vera patria dei credenti si trovi oltre l’orizzonte di questo mondo ... "(Stewart p.64).
L'amore del prossimo:
"La castità di Cassiano era anche una virtù sociale, in quanto dalla crescita della castità discende la possibilità di relazioni umane fondate davvero sull'amore, piuttosto che su un desiderio egoistico o una tronfia manipolazione..." (Stewart p.63). Lo sappiamo per esperienza.
Torniamo al monito di san Benedetto di amare la castità. Forse ora possiamo cominciare a comprendere cosa intenda.

II. EROS E AGAPE
Nel parlare di vizio e virtù, abbiamo iniziato con la lussuria/concupiscenza e finito con la castità: la virtù che porta a quell’amore disinteressato e che fa dono di sé, che noi chiamiamo carità.
Mi piacerebbe esplorare la stessa progressione (dalla lussuria all’amore) utilizzando delle categorie ed un linguaggio diverso - in modo da ottenere un quadro più completo.
Tali categorie sono eros e agape.
In questo caso mi baso sull’enciclica di Papa Benedetto XVI, Deus Caritas Est (d’ora in poi DCE)[5].

A. L'AMORE UMANO
Eros
Un altro termine per descrivere la lussuria (la passione sessuale disordinata) è eros, anche se le sue accezioni sono piuttosto differenti.
Papa Benedetto descrive eros, come inteso dai greci, come "l'ebbrezza, la sopraffazione della ragione da parte di una « pazzia divina » che strappa l'uomo alla limitatezza della sua esistenza e, in questo essere sconvolto da una potenza divina, gli fa sperimentare la più alta beatitudine" (DCE, 4).
Tuttavia, l'esperienza dei secoli mostra che "l'eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, « estasi » verso il Divino, ma caduta, degradazione dell'uomo. Così diventa evidente che l'eros ha bisogno di disciplina, di purificazione... (DCE, 4).
Papa Benedetto poi descrive la situazione attuale nella nostra cultura: "L'eros degradato a puro « sesso » diventa merce, una semplice « cosa » che si può comprare e vendere, anzi, l'uomo stesso diventa merce. In realtà, questo non è proprio il grande sì dell'uomo al suo corpo. Al contrario, egli ora considera il corpo e la sessualità come la parte soltanto materiale di sé da adoperare e sfruttare con calcolo" (DCE, 5).
È una ben triste situazione. Eros ha bisogno di essere redento. Se è riscattato, conduce all’agape.
Agape
La concezione biblica dell'amore: "In opposizione all'amore indeterminato e ancora in ricerca, questo vocabolo [la parola agape] esprime l'esperienza dell'amore che diventa ora veramente scoperta dell'altro, superando il carattere egoistico prima chiaramente dominante. Adesso l'amore diventa cura dell'altro e per l'altro. Non cerca più se stesso, l'immersione nell'ebbrezza della felicità; cerca invece il bene dell'amato: diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca" (DCE, 6).
Agape significa quindi un esodo, un uscire "dall'io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio..." (DCE, 6).
Sintesi
Papa Benedetto ci dà poi un’utile sintesi (è davvero un bravo professore!)
Eros: l’amore 'mondano'
Agape: l'amore fondato sulla fede e da essa plasmato.
Eros: amore ascendente: sforzo verso l'alto per quel "qualcosa" senza nome
Agape: amore discendente: l'amore divino che scende dall'alto
Eros: l'amore possessivo (amor concupiscentiae)
Agape: amore oblativo (amor benevolentiae)
Se tali distinzioni sono utili, Papa Benedetto ci ricorda come queste due forme di amore non possono mai essere completamente separate l'una dall'altra.
B. L'amore divino
Queste due categorie - agape e eros - possono essere applicate anche a Dio.
Dio mostra queste qualità dell'amore anche quando nella bibbia descrive il suo rapporto con noi, il suo popolo.
Eros
"Soprattutto i profeti Osea ed Ezechiele hanno descritto questa passione di Dio per il suo popolo con ardite immagini erotiche. Il rapporto di Dio con Israele viene illustrato mediante le metafore del fidanzamento e del matrimonio; di conseguenza, l'idolatria è adulterio e prostituzione" (DCE, 9).
Osea: "Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? ... Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione... " (Os 11, 8-9).
Il Cantico dei Cantici: ... "la ricezione del Cantico dei Cantici nel canone della Sacra Scrittura sia stata spiegata ben presto nel senso che quei canti d'amore descrivono, in fondo, il rapporto di Dio con l'uomo e dell'uomo con Dio" (DCE, 10).
Agape
Gesù Cristo è l'amore incarnato di Dio: un amore che è dono di sé, svuotamento (cf. il celebre Cantico di Filippesi 2,6-7: "Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini"):
"Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso ...
[qui si riferisce allo svuotamento o kenosis di Dio stesso, un concetto straordinario]
... nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo — amore [agape], questo, nella sua forma più radicale. Lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo, di cui parla Giovanni (cfr 19, 37), comprende ciò che è stato il punto di partenza di questa Lettera enciclica: « Dio è amore » (1 Gv 4, 8)" (DCE, 12).
Papa Benedetto XVI continua dicendo: questo amore agape è manifestato nel dono di sé dell'Eucaristia. "A questo atto di offerta Gesù ha dato una presenza duratura attraverso l'istituzione dell'Eucaristia, durante l'Ultima Cena" (DCE, 13).
"L'immagine del matrimonio tra Dio e Israele diventa realtà in un modo prima inconcepibile: ciò che era lo stare di fronte a Dio diventa ora, attraverso la partecipazione alla donazione di Gesù, partecipazione al suo corpo e al suo sangue, diventa unione" (DCE, 13) - nel banchetto di nozze dell'Agnello.



CONCLUSIONE
La divinizzazione dell'umano
1.      San Benedetto: anelare con tutta l'anima alla vita eterna (vitam aeternam omni concupiscentia spiritali desiderare RB 4,46). Questo è eros trasformato.
2.      San Giovanni Climaco[6]:
"ho visto anime impure impazzire furiosamente per amori carnali e, avendo tratto dall’esperienza d’amore una riflessione sulla penitenza, hanno trasferito lo stesso amore al Signore" (Gradino V.6 - 777A).

E ancora: "Un uomo casto è qualcuno che ha scacciato l'amore carnale (eros) mediante quello divino (eros), che ha usato il fuoco celeste per placare i fuochi della carne" (Gradino XV.2 - 880D).

In altre parole, l’eros decaduto, impuro deve essere scacciato, non mediante uno stato di frigido distacco, ma da un "eros divino"[7].

"Colui che è veramente innamorato s’immagina sempre il volto del suo amore e lo abbraccia dentro di sé pieno di gioia: non riesce a dare requie al proprio desiderio nemmeno durante il sonno, ma anche allora parla con l’oggetto del suo desiderio. Ciò che in genere avviene per i corpi avviene anche per ciò che è incorporeo. Un tale ferito dall’amore, diceva di se stesso, cosa che io ammiro: Io dormo per la necessità dettata dalla natura, ma il mio cuore veglia per l’abbondanza d’amore (Ct 5,2)" (Gradino XXX.6-7 - 1156D).
La grande sfida per noi è la divinizzazione dei nostri amori umani: la redenzione di eros e la piena fioritura di agape.
I padri monastici parlano di questo, e la loro saggezza ci sembra notevolmente contemporanea.
In conclusione: La castità non è solo per i monaci e i religiosi! Si tratta di una virtù potente, attraente, acquisita per grazia di Dio e con una lunga ascesi, che ci dà la libertà di amare.
Vedete ora, che cosa intenda san Benedetto quando ci esorta ad amare la castità? Si tratta di una virtù degna dell'uomo, perché lo solleva dallo stato animale alla condizione di figlio divinizzato di Dio.



[1] Giovanni Cassiano (san), Le Conferenze spirituali, Roma, Città Nuova Editrice, 2000, (Conf. V, xi, 4) vol. I pp. 217-218.
[2] Giovanni Cassiano (san), Le istituzioni cenobitiche, Abbazia di Praglia (PD), Edizioni scritti monastici, 2007, (Inst. VI, iv, 1) pp. 188-189.
[3] Columba Stewart, Cassian the Monk, Oxford, The Oxford University Press, 1998.
[4] Giovanni Cassiano (san), Le Conferenze spirituali, Roma, Città Nuova Editrice, 2000, (Conf. XII, vii, 2-4) vol. II pp. 46-47.
[5] Papa Benedetto XVI, Lettera Enciclica Deus Caritas Est, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2006.
[6]Giovanni Climaco (san), La scala del Paradiso, Paoline, 2007.
[7] Cfr. John Climacus, The Ladder of Divine Ascent, New York, Paulist Press, 1982, (Introduction) p. 31.