giovedì 17 gennaio 2013

IL RECUPERO NON AVVIENE NELL'ARCO DI UNA NOTTE

Posso recuperarmi un giorno alla volta

“I Dodici Passi [...] sono un processo di recupero progressivo, radicato nel nostro vivere quotidiano." 
Testo base NA pag. 111

Dopo un certo periodo di recupero, potremmo trovarci di fronte a problemi personali apparentemente schiaccianti, con sensazioni di rabbia e di disperazione. Quando ci accorgiamo di quello che sta succedendo, potremmo gemere: “Ma ho lavorato così duramente. Pensavo di essere...“ Recuperato, forse? Non proprio. 

Abbiamo sentito ripetere continuamente che il recupero è un processo in corso e che non guariremo mai.

Eppure, talvolta pensiamo che se lavoriamo abbastanza i passi, se preghiamo abbastanza, se continuiamo a frequentare le riunioni, potremmo eventualmente... Beh, se non proprio essere “guariti”, essere almeno “qualcosa”. 

E noi siamo “qualcosa”. Stiamo recuperando dalla dipendenza attiva. Non importa se siamo passati attraverso il processo dei passi, ci sarà sempre qualcosa di più. Quello che non ci siamo ricordati o che pensavamo non fosse importante nel nostro primo inventario, si ripresenterà sicuramente più tardi. Useremo ancora i passi per confrontarci con quello che ci turba.

Più usiamo i passi e più crediamo in essi, poiché possiamo vederne i risultati. Passiamo dalla rabbia e dal risentimento al perdono, dal diniego all’onestà e all’accettazione, dalla sofferenza alla serenità. Il recupero non avviene nell’arco di una notte e il nostro non sarà mai completo. Ma ogni giorno porta una nuova guarigione e la speranza per il domani.

Solo per oggi: Oggi farò quello che posso per il mio recupero e manterrò la speranza nel progressivo processo di recupero.

LA VIRTU' ANGELICA ( di A. Tanquerey)

Ave Maria

da A. Tanquerey Compendio di Teologia Ascetica e Mistica

Della Castità

1100.   1° Nozione. La castità ha per fine di reprimere tutto ciò che vi è di disordinato nei diletti della voluttà. Ora questi diletti non hanno che un solo fine, di propagar la specie umana trasmettendo la vita con l'uso legittimo del matrimonio. Fuori di questo, ogni voluttà è strettamente proibita.

La castità è meritamente detta virtù angelica perché ci avvicina agli angeli che sono puri per natura. È virtù austera, perché non si giunge a praticarla se non disciplinando e domando il corpo e i sensi con la mortificazione. È virtù delicata, perché ogni minima debolezza volontaria l'appanna; e quindi pure difficile, perché non si può conservare se non lottando generosamente e costantemente contro la più tirannica delle passioni.

1101. Gradi.
1) Ha molti gradi: il primo consiste nel badare attentamente di non acconsentire a pensiero, immaginazione, sensazione od azione contrari a questa virtù.

2) Il secondo mira ad allontanare immediatamente ed energicamente ogni pensiero, immagine, o impressione, che potesse offuscare lo splendore di questa virtù.

3) Il terzo, che generalmente non si acquista se non dopo lunghi sforzi nella pratica dell'amor di Dio, consiste nell'essere talmente padroni dei sensi e dei pensieri che, quando si è obbligati a trattar questioni riguardanti la castità, si fa con tanta calma e tranquillità come se si trattasse di qualsiasi altro argomento.

4) Vi sono infine di quelli che, per un privilegio speciale, giungono a non aver più alcun moto disordinato, come si narra di S. Tommaso dopo la vittoria da lui riportata in una pericolosa circostanza.

[…]
II. Della continenza o del celibato.

1107.   La continenza assoluta è un dovere per tutte le persone che non sono unite dai vincoli di legittimo matrimonio. Onde dev'essere praticata da tutti prima del matrimonio come pure da coloro che si trovano nel santo stato di vedovanza. Ma vi sono inoltre anime elette chiamate a praticar la continenza per tutta al vita, o nello stato religioso o nel sacerdozio o anche nel mondo. È bene fissare a queste persone regole speciali per la conservazione della perfetta purità.

La castità è virtù fragile e delicata che non può conservarsi se non è protetta da altre virtù; è una cittadella che per la sua difesa ha bisogno di forti avanzati. Questi forti sono quattro:

1° l'umiltà, che produce la diffidenza di sé e la fuga delle occasioni pericolose;
2° la mortificazione, che, combattendo l'amor del piacere, coglie il male alla radice;
3° l'applicazione ai doveri del proprio stato, che previene i pericoli dell'ozio;
4° l'amor di Dio, che, appagando il cuore, l'impedisce d'abbandonarsi a pericolosi affetti.
Chiusa nel centro di questo quadrilatero, l'anima può non solo respingere gli assalti del nemico ma anche perfezionarsi nella purità.

L'UMILTÀ CUSTODE DELLA CASTITÀ

1108.   Questa virtù genera tre principali disposizioni che ci affrancano da molti pericoli: la diffidenza di sé e la confidenza in Dio; la fuga delle occasioni pericolose; la sincerità in confessione.

A) La diffidenza di sé accompagnata dalla confidenza in Dio. Molte anime infatti cadono nell'impurità per la loro superbia e presunzione. Lo nota S. Paolo parlando dei filosofi pagani, i quali, gloriandosi della loro sapienza, scivolarono in ogni sorta di turpitudini: "Propterea tradidit illos Deus in passiones ignominiae".

La qual cosa viene così spiegata dall'Olier: "Dio che non può soffrire la superbia in un'anima, la umilia fino in fondo; e sollecito di farle conoscere la sua debolezza e mostrarle che non ha potere alcuno da sé per resistere al male e mantenersi nel bene... permette che sia travagliata da quelle orribili tentazioni e che talora vi soccomba sino in fondo, essendo esse le più vergognose di tutte, e lasciando maggior confusione. Quando invece si è persuasi di non poter essere casti da sé, si ripete a Dio quell'umile preghiera di S. Filippo Neri: "O mio Dio, non vi fidate di Filippo, che altrimenti vi tradirà".

1109.   a) Cotesta diffidenza dev'essere universale. 1) È necessaria a coloro che già commisero colpe gravi, perché la tentazione tornerà e, senza la grazia, sarebbero esposti a ricadere; e non meno necessaria è a coloro che serbarono l'innocenza, perché un giorno o l'altro la crisi verrà, tanto più formidabile in quanto che essi non hanno ancora esperienza della lotta. 2) Deve perseverare sino alla fine della vita: Salomone non era più giovane quando si lasciò vincere dall'amore delle donne; vecchioni erano i due che tentarono la casta Susanna; il demonio che ci assale nell'età matura è tanto più terribile perché si credeva di averlo vinto; e l'esperienza insegna che, fino a tanto che ci resta un pochino di calore vitale, il fuoco della concupiscenza, che cova sotto la cenere, si riaccende talora con novello ardore. 3) È necessaria anche alle anime più sante: il demonio ha più brama di far cader loro che non le anime volgari, e tende quindi più perfide insidie. Lo notò S. Girolamo, concludendone che non bisogna fidarsi né dei lunghi anni passati nella castità né della propria santità o del proprio senno.

1110.   b) Diffidenza però che dev'essere accompagnata da assoluta confidenza in Dio. Dio infatti non permetterà che siamo tentati sopra le nostre forze; non ci chiede l'impossibile: a volte ci dà immediatamente la grazia di resistere alle tentazioni, a volte la grazia di pregare onde ottener grazia più efficace.

Bisogna quindi, dice l'Olier, "ritirarsi interiormente in Gesù Cristo, per trovare in lui la forza di resistere alla tentazione... Egli vuole che siamo tentati, perché, avvertiti così della nostra debolezza e del bisogno che abbiamo del suo aiuto, ci ritiriamo in lui per attingervi la forza che ci manca". Se la tentazione si fa più violenta, bisogna gettarsi in ginocchio e levando le mani al cielo invocar l'assistenza di Dio: "Dico, aggiunge l'Olier, che bisogna alzare le mani al cielo, non solo perché questa positura è già una preghiera presso Dio, ma anche perché bisogna dar per espressa penitenza di non toccarsi mai durante questo tempo e di soffrire piuttosto tutti i martirii interni e tutte le noie della carne e anche del demonio, anziché toccarsi".

Prese tutte queste precauzioni, si può fare infallibile assegnamento sull'aiuto di Dio: "Fidelis est Deus qui non patietur vos tentari supra id quod potestis, sed faciet etiam cum tentatione proventum". -- Onde non bisogna paventar troppo la tentazione prima che arrivi, perché sarebbe il mezzo di attirarla; né quando ci assale, perché, appoggiandoci su Dio, siamo invincibili.

1111.   B) La fuga delle occasioni pericolose.
a) La mutua simpatia che corre tra le persone di diverso sesso, causa alle persone votate al celibato occasioni pericolose; bisogna quindi sopprimere gl'incontri inutili, e allontanarne i pericoli quando quest'incontri sono necessari. Ecco perché la direzione spirituale delle donne non deve farsi che in confessionale, come abbiamo già detto, n. 546. -- Due cose dobbiamo tutelare: la nostra virtù e la nostra riputazione; l'una e l'altra esigono sommo riserbo.

b) I fanciulli che hanno esteriore grazioso, indole allegra e affettuosa, possono essi pure riuscire occasione pericolosa: si guardano volentieri, si accarezzano, e, se non si sta attenti, si trascorre a familiarità cheturbano i sensi. È avviso che non si deve trascurare, è una specie d'ammonimento che Dio ci dà, onde farci capire che è tempo di fermarci, e che si è anzi già andati troppo oltre. -- Rammentiamoci che questi fanciulli hanno angeli custodi che contemplano la faccia di Dio; che sono templi vivi della SS. Trinità e membra di Cristo. Sarà allora più facile trattarli con santo rispetto, pur mostrando loro molto affetto.

1112.   c) In generale l'umiltà ci fa schivare il desiderio di piacere, causa, ahimé! di molte cadute. Cotesto desiderio, che nasce nello stesso tempo dalla vanità e dal bisogno d'affetto, si manifesta col culto esagerato della persona, con le minuziose cure del vestire, con un contegno lezioso ed affettato, con un modo di parlare sdolcinato, con sguardi carezzevoli, con l'abitudine di complimentar le persone per le loro doti esteriori. È un fare che dà subito nell'occhio, specialmente in un giovane chierico, in un sacerdote o in un religioso. Ne va presto di mezzo la riputazione; e Dio voglia che si corregga prima che ne vada anche la virtù!

1113.   C) L'umiltà poi ci dà pure verso il direttore quell'apertura di cuore tanto necessaria per schivare i tranelli del nemico.

Nella regola tredicesima sul discernimento degli spiriti, S. Ignazio giustamente dice che:
"quando il nemico della natura umana si fa con le sue astuzie e coi suoi artifizi a ingannare un'anima giusta, vuole che essa l'ascolti e che serbi il segreto. Ma se quest'anima svela tutto a un illuminato confessore, o ad altra persona spirituale che conosca le fallacie e le astuzie del nemico, ne resta assai dolente, perché sa che tutta la sua malizia resterà impotente, dacché i suoi tentativi vennero scoperti e messi in piena luce".
Savio consiglio che si applica soprattutto alla castità: quando si è solleciti di svelare con candore ed umiltà le tentazioni al direttore, si viene avvisati per tempo dei pericoli che si possono incorrere, si adoperano i mezzi da lui suggeriti, e una tentazione svelata è tentazione vinta. Ma se, confidando nei propri lumi, non se ne dice nulla sotto pretesto che non è peccato, si cade facilmente nei tranelli del seduttore.

LA MORTIFICAZIONE CUSTODE DELLA CASTITÀ

Abbiamo già esposto la necessità e le principali pratiche della mortificazione, n. 755-790. Richiamiamo qui quanto più direttamente si riferisce al nostro argomento. Poiché il veleno dell'impurità s'insinua attraverso tutte le fessure, bisogna saper mortificare i sensi esterni, i sensi interni, gli affetti del cuore.

1114.   A) Il corpo, come abbiamo detto, n. 771 e ss., ha bisogno d'essere disciplinato e occorrendo castigato per star sottomesso all'anima: "castigo corpus meum et in servitutem redigo, ne forte cum aliis prædicaverim ipse reprobus efficiar".

Deriva da questo principio la necessità della sobrietà, talvolta anche del digiuno o di qualche esercizio esteriore di penitenza; come pure la necessità, in certe occasioni, massime in primavera, di un regime emolliente onde calmare l'ebollizione del sangue e gli ardori della concupiscenza. Nulla dev'essere trascurato per assicurare il dominio dell'anima sul corpo. -- Via il sonno troppo prolungato; in generale non è bene rimanere a letto il mattino, quando uno è sveglio e non può più ripigliar sonno.

Nel corpo ogni senso ha bisogno d'essere mortificato.

1115.   a) Il santo uomo Giobbe aveva fatto patto cogli occhi di non lasciarli correre su persone che gli potessero cagionar tentazioni: "Pepigi fœdus cum oculis meis, ut ne cogitarem quidem de virgine". L'Ecclesiastico premurosamente raccomanda di non fissar gli occhi sulle giovani e di stornare lo sguardo dalla donna elegante: "perché molti sono sedotti dalla sua bellezza e la passione vi s'infiamma come il fuoco". Consigli molto ben fondati in psicologia: lo sguardo eccita la fantasia e accende il desiderio, il desiderio poi sollecita la volontà, e se questa consente, il peccato entra nell'anima.

1116.   b) La lingua e l'udito si mortificano col riserbo nelle conversazioni. Riserbo che spesso manca anche tra le persone cristiane: l'abitudine di leggere romanzi e di frequentare il teatro fa che si parli troppo liberamente di molte cose che si dovrebbero tacere; si tien dietro volentieri ai piccoli scandali mondani; talora si ride e si scherza su argomenti più o meno scabrosi. Una certa morbosa curiosità fa che si prenda gusto a queste storielle o piacevolezze; la fantasia se ne pasce rappresentandosi minutamente le scene descritte; i sensi si commuovono e spesso la volontà finisce col prendervi colpevole diletto. Ha dunque ragione S. Paolo di biasimare le cattive compagnie come fonte di depravazione: "corrumpunt mores bonos colloquia prava" 1116-1. Ed aggiunge: "Via le parole disoneste, le buffonerie, gli scherzi grossolani, che son tutte cose sconvenienti". L'esperienza infatti dimostra che anime pure furono pervertite dalla morbosa curiosità eccitata da conversazioni imprudenti.

1117.   c) Il tatto poi è pericoloso in modo particolare, n. 879.

L'aveva ben capito il Perreyve, il quale scriveva: "più che altro, o Signore, io vi consacro le mani; ve le consacro fino allo scrupolo. Queste mani riceveranno fra tre giorni la consacrazione sacerdotale. Fra quattro giorni, avranno toccato, tenuto, portato il vostro corpo e il vostro sangue. Voglio rispettarle, venerarle come gli strumenti sacri del vostro servizio e dei vostri altari"... Quando infatti si pensa che il mattino si è tenuto tra le mani il Dio d'ogni santità, si è più disposti ad astenersi da tutto ciò che potrebbe macchiarne la purità. Grande riserbo dunque verso se stesso; verso gli altri si usino pure le ordinarie cortesie, ma si badi a non metterci alcun sentimento appassionato che tradisca disordinato affetto. A un prete che chiedeva se convenisse toccare il polso a una moribonda, S. Vincenzo rispose: "Bisogna guardarsi bene dall'usare questa pratica, perché lo spirito maligno se ne potrebbe servire per tentare il vivo e anche la moribonda. Il diavolo in quei momenti fa strale [sic] di ogni legno per assalire un'anima... Non v'immischiate mai di toccar nessuna donna né nubile né maritata, sotto qualsiasi pretesto".

1118.   B) I sensi interni non sono meno pericolosi degli esterni, e anche quando chiudiamo gli occhi,ricordi importuni e insistenti immaginazioni continuano a perseguitarci. Se ne lamentava S. Girolamo nella solitudine, dove, non ostante l'ardore del sole e la povertà della cella, si vedeva trasportato dalla fantasia in mezzo alle delizie di Roma. Onde raccomanda insistentemente di scacciar subito queste immaginazioni: "Nolo sinas cogitationes crescere... Dum parvus est hostis, interfice; nequitia, ne zizania crescant, elidatur in semine". Bisogna soffocar il nemico prima che diventi adulto e schiantar la zizzania prima che cresca; altrimenti l'anima viene invasa e assediata dalla tentazione, e il tempio dello Spirito Santo diventa covo di demoni: "ne post Trinitatis hospitium, ibi dæmones saltent et sirenæ nidificent".

1119.   A schivare queste pericolose immaginazioni, conviene lasciar la lettura di quei romanzi e di quelle opere teatrali che vivamente e realisticamente descrivono le passioni umane specialmente la passione dell'amore. Coteste descrizioni non fanno che turbar la fantasia e i sensi; e ritornano poi persistentemente dando alla tentazione forma più viva e più seducente e talora strappano il consenso. Ora, come osserva S. Girolamo, la verginità si perde non solo con gli atti esterni ma anche con gli interni: "Perit ergo et mente virginitas".

I Santi ci esortano pure a mortificar le immaginazioni e le fantasie inutili. Infatti l'esperienza insegna che nel vano fantasticare si insinuano presto immagini sensuali e pericolose, onde, chi vuole prevenirle, non deve volontariamente abbandonarcisi. Si riesce così a poco a poco a mettere l'immaginazione al servizio della volontà.

Cosa particolarmente necessaria al sacerdote, che, in virtù della stessa sua professione, riceve confidenze su materie delicate. È vero che ha le grazie particolari del suo stato per non compiacervisi, ma a patto che, uscito dal confessionale, non ritorni volontariamente su ciò che ascoltò; altrimenti la sua virtù subirà dura prova, e Dio non si è obbligato a soccorrere gl'imprudenti che vanno a cercare i pericoli: "qui amat periculum in illo peribit".

1120.   C) Il cuore ha pur bisogno di essere mortificato quanto la fantasia. È una delle più nobili ma anche delle più pericolose facoltà. Coi voti o col sacerdozio consacriamo il cuore a Dio e rinunziamo alle gioie della famiglia. Ma questo cuore resta aperto agli affetti, e se abbiamo grazie speciali per ben disciplinarlo, sono grazie di combattimento che richiedono da parte nostra vigilanza molta e sforzi molti.

Oltre ai pericoli comuni il sacerdote ne trova di particolari nell'esercizio del ministero. Senz'accorgersene uno si affeziona alle persone a cui si fa del bene; e queste da parte loro si sentono portate ad esprimerci la loro riconoscenza. Quindi mutui affetti, da principio soprannaturali, ma che, se non stiamo in guardia, diventano facilmente naturali, sensibili, invadenti. È cosa facile l'illudersi: "Spesso, dice S. Francesco di Sales, pensiamo di amare una persona per Dio e invece l'amiamo per noi stessi; diciamo di amarla per Dio ma in realtà l'amiamo per la consolazione che proviamo trattando con lei". Un celebre testo, attribuito a S. Agostino, ci mostra i vari gradi onde si passa dall'amore spirituali all'amore carnale: "Amor spiritalis generat affectuosum, affectuosus obsequiosum, obsequiosus familiarem, familiaris carnalem".

1121.   A schivare tanta sventura, bisogna esaminarsi ogni tanto e vedere se troviamo in noi qualcuno deisegni caratteristici di amicizia troppo naturale e sensibile.
Il P. di Valuy li compendia così:
"Quando il viso d'una persona comincia a cattivarsi gli occhi o l'indole sua simpatica commuove e fa palpitare il cuore. Saluti teneri, parole tenere, sguardi teneri, regalucci sempre crescenti... Certi scambievoli sorrisi più eloquenti delle parole; un certo fare libero che tende a poco a poco alla familiarità; favori e riguardi premurosi, offerte di servizio, ecc. Procurarsi conversazioni segrete dove nessun occhio e nessun orecchio dia noia; continuarle a lungo e ripeterle senza motivo. Parlar poco delle cose di Dio e molto di sé e della mutua amicizia. -- Lodarsi, adularsi, scusarsi a vicenda. -- Lagnarsi amaramente degli avvisi dei superiori, degli ostacoli che mettono a quei colloqui, dei sospetti che pare che abbiano... -- Nell'assenza della persona amica provare inquietudine e tristezze. -- Nelle preghiere venir distratti dalla sua memoria, raccomandarla talora a Dio con fervore straordinario, averne l'immagine profondamente scolpita nel cuore, pensarci il giorno, la notte, sognarla anche. -- Informarsi ansiosamente dov'è, che cosa fa, quando ritornerà, se non ha affetto per altri. -- Al suo ritorno sentir trasporti di gioia straordinaria. -- Soffrire una specie di martirio nel doversene di nuovo separare. Studiar mille astuzie per aver l'occasione di rivederla".

Non si confidi troppo sulla pietà delle persone con cui si è legati d'amicizia; perché quanto più sono sante, tanto più sono attraenti, "quo sanctiores sunt, eo magis alliciunt". D'altra parte queste persone pensano che l'affetto verso un sacerdote non abbia nulla di pericoloso e vi si abbandonano senza timore; bisogna quindi che il sacerdote sappia tenerle a rispettosa distanza.

L'APPLICAZIONE AGLI STUDI E AI DOVERI DEL PROPRIO STATO

1122.   Una delle più utili mortificazioni è la fuga dall'ozio, applicandosi con ardore agli studi ecclesiastici e al fedele adempimento dei doveri del proprio stato. Si rimuovono così i pericoli dell'ozio: multam malitiam docuit otiositas. Se a tentare chi è occupato c'è un demonio, a tentare chi è ozioso ce ne sono cento. Che si fa infatti quando non si è utilmente occupati? Si va fantasticando, si leggono libri leggeri, si fanno lunghe visite, si tengono conversazioni più o meno pericolose, l'immaginazione si riempie di vani fantasmi, il cuore s'abbandona ad affetti sensibili, e l'anima, aperta a tutte le tentazioni, finisce col soccombere. Invece, quando uno s'applica seriamente allo studio o alle opere del ministero, la mente si riempie di buoni e salutari pensieri, il cuore si volge a nobili e casti affetti; non si pensa che alle anime; e la stessa moltiplicità delle occupazioni ci mette nella fortunata necessità di non avere alcuna intimità con questa o con quella persona. Se in un dato momento la tentazione si presenta, la padronanza acquistata col lavoro assiduo sopra se stesso, aiuta a voltarle presto le spalle; lo studio, il ministero ci chiamano, onde si lasciano presto da parte le vane fantasie per attendere a cose reali che occupano il meglio della nostra vita.

1123.   Gran servizio si rende dunque ai seminaristi e ai sacerdoti insegnando loro ad amare lo studio, a fuggir l'ozio anche durante le vacanze, a sapere utilizzar tutti gli istanti della vita. Quando si può aiutarli a farsi un programma di studi per il ministero, a preparare un corso di istruzioni, a prendere interesse a qualche questione speciale, si rende loro un buon servizio. Se non si ha un programma formato prima, si corre pericolo di sciupare il tempo; con un programma ben fatto uno si mette al lavoro con molto maggior ardore e perseveranza.

L'AMORE ARDENTE PER GESÙ E PER LA SUA SANTA MADRE

1124.   Se il lavoro ci preserva la mente dai pericolosi pensieri, l'amor di Dio ci preserva il cuore dagli affetti sensibili, e ci risparmia così molte tentazioni.

Il cuore dell'uomo è fatto per amare; il sacerdozio o lo stato religioso non ci toglie questo lato affettivo della nostra natura, ma ci aiuta a renderlo soprannaturale. Se amiamo Dio con tutta l'anima, se amiamo Gesù sopra tutte le cose, sentiremo meno il desiderio d'espanderci nelle creature. È ciò che nota S. Giovanni Climaco: "Virtuoso è colui che ha talmente impresse nell'animo le celesti bellezze da non degnarsi neppure di gettar lo sguardo sulle bellezze della terra, onde non risente l'ardore di quel fuoco che infiamma il cuore altrui".

1125.   Ma per ottener questo effetto, l'amore di Gesù dev'essere ardente, generoso, predominante. Allora infatti produce un triplice vantaggio: 1) riempie talmente la mente e il cuore che poco più si pensa agli umani affetti; e se avviene talora che facciano capolino, si mettono bellamente alla porta con quelle parole di S. Agnese: "Ipsi sum desponsata cui Angeli serviunt, cujus pulchritudinem sol et luna mirantur". È chiaro che, di fronte a Colui che possiede la pienezza della beltà, della bontà e della potenza, tutte le creature scompaiono e perdono ogni attrattiva. 2) Ma poi Gesù, che non può soffrire idoli nel nostro cuore, ci rimprovererà vivamente gli affetti naturali se abbiamo la disgrazia di cadervi, e sotto la sferza dei suoi rimproveri saremo più forti a combatterli. 3) Infine egli stesso protegge con cura gelosa il cuore di coloro che si danno a lui; ci verrà quindi in aiuto al momento della tentazione, porgendoci forza contro le seduzioni delle creature.

Questo amore generoso per Gesù si attinge nell'orazione, nelle ferventi comunioni e nelle visite al SS. Sacramento; e vien reso abituale e permanente con quella vita di intima unione con Nostro Signore da noi descritta al n. 153.

1126.   Vi si aggiunge grande devozione alla Vergine Immacolata; nome che spira purità, onde pare che il solo fiducioso invocarlo metta già in fuga la tentazione. Se poi interamente ci consacriamo a questa Buona Madre (n. 170-176), allora ci vigila come cosa sua, come sua proprietà, e ci aiuta a respingere vittoriosamente anche le più tempestose tentazioni. Recitiamo dunque volentieri la preghiera O Domina tanto efficace contro le impure suggestioni, l'Ave maris stella, principalmente la strofa:

Virgo singularis,
Inter omnes mitis,
Nos culpis solutos,
Mites fac et castos.

Che se mai restassimo vinti nella lotta, non dimentichiamo che l'Immacolato Cuore di Maria è nello stesso tempo sicuro rifugio dei peccatori; che, invocandolo, troveremo la grazia del pentimento, seguita dalla grazia dell'assoluzione; e che nessuno meglio della Vergine fedele può garantirci la perseveranza.

L'ONESTÀ NELLE PAROLE E IL RISPETTO DOVUTO ALLE PERSONE (di san Francesco di Sales)

san Francesco di Sales
Dice S. Giacomo: Se uno non pecca in parole è un uomo perfetto. Fa scrupolosamente attenzione a non lasciarti sfuggire alcuna parola sconveniente; anche se non la dici con cattiva intenzione, coloro che l'odono, possono prenderla in tal senso. Se la parola sconveniente cade in un cuore debole, si estende e si allarga come una goccia d'olio su un lenzuolo; e qualche volta si impadronisce in modo tale del cuore da riempirlo di mille pensieri e tentazioni oscene.

Tu sai che il veleno per il corpo entra dalla bocca; quello per il cuore entra dall'orecchio e la lingua che lo propina è assassina, anche se il veleno propinato non consegue l'effetto perché ha trovato immunizzati i cuori degli uditori. Se gli altri non sono morti non è perché mancasse la volontà di uccidere.

Nessuno venga a dirmi che non ci pensa: Nostro Signore, che conosce i pensieri, ha detto che la bocca parla dell'abbondanza del cuore. Se il pensiero non ce lo mettiamo noi, sta pur certa che ce lo mette il diavolo e anche molto! il suo segreto: servirsi di cattive parole per trafiggere i cuori di chi gli capita a tiro.

Si dice che quelli che mangiano l'erba detta angelica, hanno sempre l'alito dolce e gradevole; coloro che hanno nel cuore l'onestà e la castità, che è una virtù angelica, usano sempre parole educate e pulite. Quanto alle cose indecenti e folli, l'apostolo non vuole nemmeno che se ne faccia il nome, e ci assicura che niente corrompe i buoni costumi quanto le conversazioni invereconde.

Se queste parole indecenti sono dette di nascosto, in modo studiato e sottile, sono ancora più velenose; infatti più un dardo è appuntito e più profondamente penetra nel corpo; così, più una parola cattiva è sottile e più penetra nei nostri cuori.

Coloro che pensano di essere gentiluomini perché usano tali parole nelle conversazioni, non hanno idea di che cosa sono le conversazioni; devono essere simili a sciami di api raccolte insieme per ricavare il miele da qualche dolce e virtuoso argomento, e non un mucchio di vespe che si uniscono per succhiare marciume.

Se qualche stupido ti dice parole indecenti, fa vedere che le tue orecchie non vogliono udirle: interessati ad altro o manifesta la tua ripugnanza in qualche modo; sarà la tua prudenza a indicarti quello opportuno.

Uno dei difetti peggiori dello spirito è quello di essere beffardo: Dio odia molto questo vizio e sappiamo che lo ha punito con castighi esemplari.

Nessun vizio è così contrario alla carità, e più ancora alla devozione, quanto il disprezzo e la derisione del prossimo.

La derisione e la beffa non vanno senza disprezzo; è per questo che è un peccato molto grave, e i moralisti hanno ragione di dire che la derisione è il modo peggiore di offendere il prossimo con parole; le altre offese salvano sempre, in una certa misura, la stima per la persona; la derisione invece non la risparmia in nulla.

Cosa molto diversa sono le battute scherzose tra amici; si fanno in allegria e gioia serena. Si tratta addirittura di una virtù cui i Greci davano il nome di eutrapelia: noi diciamo buona conversazione. È il modo di prendersi una onesta e amabile ricreazione sulle situazioni buffe cui i difetti degli uomini danno occasione.

Bisogna soltanto stare attenti a non passare dagli scherzi sereni alla derisione. La derisione provoca al riso per mancanza di stima e per disprezzo del prossimo; invece la battuta allegra e la burla scherzosa provocano al riso per la " trovata ", gli accostamenti imprevedibili fatti in confidenza e schiettezza amichevole; e sempre con molta cortesia di linguaggio.

S. Luigi quando le persone bigotte volevano parlargli di argomenti impegnativi dopo il pranzo, era solito dire: Ora non è tempo di dotte discussioni, ora è tempo di allegria e di scherzi; ciascuno dica quello che si sente. In tal modo andava incontro alla nobiltà che lo circondava per ricevere gentilezze da Sua Maestà. Filotea, l'importante è passare il tempo di ricreazione in modo tale da conservare per devozione il pensiero della santa eternità.


san Francesco di Sales FILOTEA. Introduzione alla vita devota TERZA PARTE (cap. XV - XXVIII) Contiene molti consigli per l'esercizio delle virtù 
Capitolo XXVII - L'ONESTÀ NELLE PAROLE E IL RISPETTO DOVUTO ALLE PERSONE http://www.floscarmeli.net

La resistenza al cambiamento


La resistenza al cambiamento

“Molti di noi si aggrappano alle paure, ai dubbi, al rancore, all’odio verso sé stessi, poiché vi è una specie didistorta sicurezza nella familiarità col dolore. Sembra più sicuro restare aggrappati a ciò che conosciamo piuttosto che mollare e muoverci verso l’ignoto”
Testo base NA pag. 39

Spesso abbiamo sentito dire che “quando il dolore di rimanere gli stessi diventa più grande del dolore del cambiamento, allora cambiamo”.

La paura ci può tenere lontani dal crescere, timorosi di rompere le relazioni umane, timorosi di cambiare attività, di andare a nuove riunioni, di cominciare nuove amicizie o di intraprendere qualcosa al di fuori del nostro ordinario.

Restiamo in situazioni che non possono più funzionare per la sola ragione che quello che ci è familiare ci sembra più sicuro di quello che non conosciamo.

Ogni cambiamento produce paura. “Che ne sarà di me se sarò solo per sempre?” potremmo pensare se prendiamo in considerazione di lasciare l’amante.

“Che fare se salta fuori che sono un incompetente?” ci chiediamo se programmiamo di cambiare attività. Possiamo trascurare le riunioni perché abbiamo degli obiettivi che crediamo più importanti.

La mente riesce a produrre centinaia di scuse per farci restare esattamente dove ci troviamo, paurosi di provare qualcosa di nuovo.

Vediamo che la maggior parte del dolore non deriva dal cambiamento, ma dalla resistenza al cambiamento. In NA impariamo che cambiare significa progredire nella vita.

Nuovi amici, nuove relazioni, nuovi interessi e nuove sfide sostituiranno quelle vecchie. Con tutte queste cose nuove nella vita, troviamo nuove gioie e nuovi amori.

Solo per oggi: Abbandonerò il vecchio, abbraccerò il nuovo e crescerò.

martedì 15 gennaio 2013

La bisessualità psichica (di Tony Anatrella)

bisessualità psichica

La bisessualità psichica
Il post-adolescente deve anche affrontare la bisessualità psichica, risultato delle sue identificazioni con i due sessi e non del fatto di essere allo stesso tempo uomo e donna, per poter così interiorizzare la propria identità sessuale e incamminarsi verso l’eterosessualità.

La bisessualità psichica è la capacità di entrare in relazione con l’altro sesso e di essere coerenti con la propria identità sessuale non solo nella vita sociale ma anche in quella affettiva. L’abbiamo già detto, durante la post-adolescenza la vita psichica inizia a interagire con la realtà esterna. 

Ma la società attuale confonde spesso le due sole identità sessuali esistenti, quella dell’uomo e quella della donna, con altre tendenze sessuali multiple o con pratiche sessuali riferibili alla frantumazione delle pulsioni. 

Non bisogna confondere l’identità con gli orientamenti sessuali, soprattutto quando questi ultimi sono in contraddizione con l’identità sessuale. 

In tale contesto non è facile trovare la propria identità e coerenza a livello sessuale, specialmente quando l’omosessualità è valorizzata e presentata come un’alternativa all’eterosessualità. 

L’elaborazione della bisessualità psichica rischia di risultarne compromessa e, siccome i rapporti tra uomini e donne si complicano al punto d’incoraggiare il celibato del tipo "ognuno a casa sua", il modello sociale dell’omosessualità viene banalizzato.

Molti adolescenti e post-adolescenti sono inquieti e instabili quando si trovano a dover affrontare la bisessualità psichica. Alcuni giovani a volte interpretano come omosessualità costituita e permanente la loro ambivalenza passeggera, frequente nell’adolescenza. 

Si credono omosessuali, senza desiderarlo né volerlo, e vivono a volte dei passaggi all’atto che li minano psicologicamente. 

Certo tutti gli individui sono stati portati a vivere identificazioni omosessuali per rafforzare la propria identità sessuale, a cominciare dal genitore dello stesso sesso; ma quando queste identificazioni si risolvono in un fallimento, rischiano di erotizzarsi e sfociano nell’omosessualità. 

Bisogna ricordare che la scelta dell’oggetto omosessuale, inerente alla vita psichica, non va confuso con l’omosessualità verso cui un soggetto può eventualmente orientarsi.

L’omosessualità non è una "variante" della sessualità umana paragonabile all’eterosessualità, ma l’espressione di una tensione conflittuale irrisolta nell’ambito di una tendenza che si discosta dall’identità sessuale.

L’educazione al senso dell’altro e al senso della differenza tra l’uomo e la donna è il punto nodale della scoperta del vero senso dell’alterità.



ABBANDONARE LA PROPRIA VOLONTA'


“Le paure diminuiscono e la fede comincia a crescere, via via che comprendiamo il vero significato della resa. Adesso non lottiamo più contro la paura, l’ira, la colpa, l’autocommiserazione e la depressione.”

Testo base NA pag. 31

La resa è l’inizio di una nuova vita.

Guidati principalmente dalla nostra volontà, continuavamo a chiederci se avevamo raggiunto tutti i nostri scopi, se avevamo manipolato nel modo giusto una certa persona per raggiungere i nostri fini, se avevamo per caso tralasciato qualche dettaglio nei nostri sforzi per controllare e manovrare il mondo.

A volte temevamo che i nostri schemi potessero fallire, ci sentivamo arrabbiati o auto commiserevoli se ciò accadeva oppure colpevoli quando li portavamo a compimento.

Era dura vivere di ostinazione, ma non conoscevamo nessun altro modo. Non che arrendersi sia sempre facile. Al contrario, arrendersi può essere molto difficile, specialmente all’inizio. Ora è più facile credere in Dio, un Potere capace di guidare la nostra vita, che credere solo in noi stessi con le nostre vite ingovernabili.

E più ci arrendiamo, più diventa facile. Quando affidiamo la nostra volontà e la nostra vita alla cura di un Potere Superiore, tutto ciò che dobbiamo fare è la nostra parte, nel modo più responsabile e coscienzioso di cui siamo capaci. Allora possiamo lasciare i risultati al nostro Potere Superiore.

Arrendendoci, agendo con fede e vivendo le nostre vite in accordo con i semplici principi spirituali di questo programma, possiamo smettere di preoccuparci ed iniziare a vivere.

Solo per oggi: Abbandonerò la mia volontà. Cercherò di conoscere la volontà di Dio nei miei riguardi e di trovare la forza di eseguirla. Lascerò i risultati nelle mani del mio Potere Superiore.

PERSONE GENEROSE E CHE FANNO DONO DI SE STESSE


Congregazione per la Dottrina della Fede: Lettera De pastorali personarum homosexualium cura, sulla Cura pastorale delle persone omossessuali (1 ottobre 1986) § 7

La Chiesa, obbediente al Signore che l'ha fondata e le ha fatto dono della vita sacramentale, celebra nel sacramento del matrimonio il disegno divino dell'unione amorosa e donatrice di vita dell'uomo e della donna.

È solo nella relazione coniugale che l'uso della facoltà sessuale può essere moralmente retto. Pertanto una persona che si comporta in modo omosessuale agisce immoralmente.

Scegliere un'attività sessuale con una persona dello stesso sesso equivale ad annullare il ricco simbolismo e il significato, per non parlare dei fini, del disegno del Creatore a riguardo della realtà sessuale.

L'attività omosessuale non esprime un'unione complementare, capace di trasmettere la vita, e pertanto contraddice la vocazione a un'esistenza vissuta in quella forma di auto-donazione che, secondo il Vangelo, è l'essenza stessa della vita cristiana.

Ciò non significa che le persone omosessuali non siano spesso generose e non facciano dono di se stesse, ma quando si impegnano in un'attività omosessuale esse rafforzano al loro interno una inclinazione sessuale disordinata, per se stessa caratterizzata dall'autocompiacimento.

Come accade per ogni altro disordine morale, l'attività omosessuale impedisce la propria realizzazione e felicità perché è contraria alla sapienza creatrice di Dio. Quando respinge le dottrine erronee riguardanti l'omosessualità, la Chiesa non limita ma piuttosto difende la libertà e la dignità della persona, intese in modo realistico e autentico.