martedì 5 maggio 2015

Sono pieni di illusioni i miei fianchi: commento al salmo 37 (38) (di Agostino d'Ippona)

Signore, nel tuo sdegno non mi rimproverare e non correggermi nella tua ira.
Perché le tue frecce si son confitte in me ed hai aggravato su di me la tua mano.
Non v'è sanità nella mia carne di fronte al volto della tua ira.
Non c'è pace per le mie ossa dinanzi ai miei peccati
Non v'è sanità nella mia carne di fronte al volto della tua ira.
Sono debole e umiliato oltremodo
Ruggivo per il gemito del mio cuore
E dinanzi a te sta ogni mio desiderio: Ed il mio gemito non ti è nascosto
Il cuore mio si è turbato. E mi ha abbandonato la mia forza. E la luce dei miei occhi non è con me
I miei amici e i miei parenti si sono avvicinati e si sono posti contro di me
e i parenti sono stati lontani e facevano violenza coloro che cercavano la mia vita
Coloro che cercavano il mio male, hanno detto vanità. E tutto il giorno meditavano inganni
Ma io come sordo non udivo e come muto che non apre la sua bocca
Sono divenuto come uomo che non ode e non ha repliche nella sua bocca
Perché in te, o Signore, ho sperato, tu mi esaudirai, o Signore, Dio mio
Non sia mai che esultino contro di me i miei nemici; e già nel vacillare del mio piede, han detto grandi cose contro di me.
Perché io sono pronto alle sofferenze e il mio dolore è sempre dinanzi a me.
Perché io confesso la mia ingiustizia e sto in pena per il mio peccato
Ma i miei nemici vivono; e sopra di me si sono rafforzati, e si sono moltiplicati coloro che mi odiano ingiustamente
Mi denigravano coloro che rendono male per bene, perché ho perseguito la giustizia.
Non mi abbandonare, o Signore Dio mio, non ti allontanare da me.
Accorri in mio aiuto, o Signore della mia salvezza.



1. In modo opportuno risponde alle parole che abbiamo cantato: Confesso la mia iniquità, m'angustio per il mio peccato 1, la donna di cui abbiamo letto nel Vangelo. Il Signore infatti, vedendo i suoi peccati, la chiamò cane, dicendo: Non è bene gettare ai cani il pane dei figli 2. Ma ella, che aveva appreso a confessare la sua iniquità e a preoccuparsi per il suo peccato, non negò quel che disse la Verità; ma, confessata la sua miseria, molto di più impetrò misericordia, preoccupandosi per il proprio peccato. Aveva infatti chiesto che venisse risanata la figlia sua, quasi significando nella figlia la sua vita. Fate dunque attenzione mentre, per quanto possiamo, spieghiamo e commentiamo tutto il salmo. Il Signore sia presente nei nostri cuori, in modo che possiamo salutarmente ritrovare qui le nostre parole e pronunziarle come le avremo ritrovate, senza difficoltà nel ritrovarle e senza errore nel proferirle.

2. [v 1.] Ecco il titolo: Salmo di David, per la commemorazione del sabato. Cerchiamo le cose che sono state scritte per noi riguardo al santo profeta David, dalla cui stirpe nacque il nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne 3; e tra le buone cose che di lui conosciamo attraverso le Scritture non troviamo che egli abbia alcuna volta commemorato il sabato. Perché infatti se ne sarebbe così ricordato, conformemente a quella osservanza dei Giudei secondo la quale rispettavano il sabato; perché se ne sarebbe così ricordato, dal momento che esso necessariamente sopravveniva alla fine dei sette giorni? Era da osservare, non da ricordare. Ci si ricorda, infatti, solo di ciò che non sta presente. Ad esempio, in questa città tu ti ricordi di Cartagine, dove sei stato una volta; ed oggi ti ricordi di ieri, oppure dell'anno scorso, o di qualche anno anteriore, o di qualche cosa che hai fatto, o di qualche luogo, ove sei stato, o di qualche fatto cui sei stato presente. Che significa dunque, fratelli miei, questa commemorazione del sabato? quale anima si ricorda in questo modo del sabato? e che cos'è questo sabato? Perché è nel pianto che lo si ricorda. Nel leggere il salmo, avete udito e di nuovo udrete, scorrendone ancora il testo, quanto grande sia la tristezza, il gemito, il pianto, la miseria. Ma è felice chi è sventurato in questo modo. Per questo anche il Signore nel Vangelo ha chiamato beati coloro che piangono 4. Come beato, se piange? Come beato, se è misero? Dirò di più: sarebbe misero se non piangesse. Tale dunque riconosciamo anche questi che qui si ricorda del sabato, questo sconosciuto che piange; volesse il cielo che fossimo anche noi questo sconosciuto! C'è dunque qualcuno che soffre, che geme, che piange, ricordandosi del sabato. Il sabato è la pace. Senza dubbio questo sconosciuto si trovava in qualche inquietudine, se gemendo si ricordava della pace.

Signore, nel tuo sdegno non mi rimproverare e non correggermi nella tua ira.
Domine ne in furore tuo arguas me: neque in ira tua corripias me.

3. [v 2.] Orbene, questi narra e raccomanda a Dio l'inquietudine per cui soffre, temendo qualcosa di più grave dello stato in cui si trovava. In effetti, che si trova nel male lo dice apertamente, e non c'è bisogno di interpretare, né di ricorrere a sospetti o a congetture; dalle sue parole risulta chiaro in qual male si trovi, non c'è bisogno che noi indaghiamo, ma che comprendiamo ciò che dice. E se non temesse qualcosa di peggio di ciò da cui era stretto, non comincerebbe col dire: Signore, nel tuo sdegno non mi rimproverare e non correggermi nella tua ira. Accadrà infatti che alcuni siano corretti nell'ira di Dio, e siano rimproverati nel suo sdegno. E forse non tutti coloro che sono rimproverati si correggeranno; accadrà invece che taluni saranno salvi nell'essere corretti. Accadrà certamente cosi, perché si parla di correzione; ma [di correzione] come attraverso il fuoco. Accadrà pure che vi saranno alcuni che sono rimproverati e non si correggeranno. Infatti rimprovera il Signore coloro cui dice: Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere e le altre cose che ivi proseguendo incolpa alla disumanità e alla sterilità dei malvagi che stanno alla sua sinistra, ai quali è detto: Andate nel fuoco eterno, che è stato preparato per il diavolo e gli angeli suoi 5. Temendo costui questi più gravi mali, lasciando da parte la stessa vita, nelle cui sofferenze piange e geme, prega e dice: Signore, non mi rimproverare nel tuo sdegno. Che io non sia tra coloro cui dirai: Andate nel fuoco eterno, che è stato preparato per il diavolo e gli angeli suoi. E non mi correggere nella tua ira, in modo da purificarmi in questa vita e da rendermi tale da non aver ormai più bisogno del fuoco della correzione, come accade per coloro che si salveranno, ma attraverso il fuoco. E perché avviene questo, se non perché qui edificano sopra il fondamento legno, erba e paglia? Se avessero edificato invece oro, argento e pietre preziose, sarebbero sicuri dall'uno e dall'altro fuoco; non solo da quello eterno che eternamente tormenterà gli empi, ma anche da quello che correggerà coloro che saranno salvi attraverso il fuoco. Sta scritto: Ma anche egli sarà salvo, tuttavia come attraverso il fuoco 6. E poiché è detto sarà salvo, è disprezzato quel fuoco. Pertanto, anche se essi saranno salvi attraverso il fuoco, tuttavia quel fuoco sarà più doloroso di qualsiasi cosa l'uomo possa patire in questa terra. E voi sapete quante sofferenze i malvagi hanno patito sulla terra, e quante ne possono subire: tuttavia tante ne hanno subite quante ne possono patire anche i buoni. Che cosa infatti ha sopportato, a causa delle leggi, qualunque malfattore, ladro, adultero, scellerato, sacrilego, che non abbia sopportato il martire nel confessare Cristo? Molto più sopportabili sono dunque le sofferenze terrene: e tuttavia voi vedete che gli uomini, pur di non subirle, sono pronti a fare qualunque cosa tu gli comandi. Quanto sarebbe meglio se facessero ciò che Dio comanda, in modo da non dover subire quelle altre ben più gravi sofferenze!

Perché le tue frecce si son confitte in me ed hai aggravato su di me la tua mano.
Quoniam sagittae tuae infixae sunt mihi: et confirmasti super me manum tuam.

4. [v 3.] Orbene, perché costui chiede di non esser rimproverato nello sdegno, e di non esser corretto nell'ira? È come se dicesse a Dio: Poiché già sono molte e grandi le sofferenze che subisco, ti prego che tu non le accresca. E comincia ad enumerarle, per soddisfare Dio, offrendo le sofferenze che patisce, onde non subirne di peggiori: Perché le tue frecce si son confitte in me ed hai aggravato su di me la tua mano.

Non v'è sanità nella mia carne di fronte al volto della tua ira.
Non est sanitas in carne mea a facie irae tuae

5. [v 4.] Non v'è sanità nella mia carne di fronte al volto della tua ira. Finora parlava delle sofferenze che qui subiva; ed ora già parla dell'ira del Signore, e quindi della vendetta del Signore. Di quale vendetta? Quella che ricevette in Adamo. In lui infatti si è vendicato, altrimenti invano Dio avrebbe detto: Di morte morirai 7, o invano patiremmo alcuna cosa in questa vita, dovuta a quella morte che meritammo per il primo peccato. Portiamo infatti un corpo mortale (che certamente non lo sarebbe), ricolmo di tentazioni, pieno di affanni, oppresso da dolori corporali, schiacciato dal bisogno, mutevole, debole anche quando è sano, perché non è mai completamente sano. Perché diceva: Non v'è sanità nella mia carne, se non perché quella che è detta salute in questa vita, non lo è affatto per coloro che comprendono bene, e si ricordano del sabato? Infatti, se non avete mangiato, la fame vi tormenta. Questa è certamente una infermità naturale, perché, a causa della vendetta, la natura si è fatta per noi condanna. Ciò che per il primo uomo era condanna, per noi è natura. Ecco perché l'Apostolo dice: Fummo anche noi per natura figli dell'ira, come gli altri 8. Per natura figli dell'ira, perché portiamo il peso della vendetta. Ma perché dice fummo? Perché nella speranza non lo siamo più: ma lo siamo nella vita presente. Diciamo dunque meglio che siamo nella speranza, perché siamo certi di questa speranza. Non è infatti incerta la nostra speranza, quasi dubitassimo di essa. Ascolta la gloria stessa [annunciata] nella speranza. In noi stessi - dice - gemiamo aspettando l'adozione, la redenzione del nostro corpo 9. E che dunque? Non ancora sei stato redento, o Paolo? non ancora per te è stato pagato il prezzo? non è stato dunque versato quel sangue? e non è esso stesso il prezzo di tutti noi? Certo che lo è. Ma sta' attento a quanto dice: Perché nella speranza siamo stati salvati; ma la speranza che si vede non è speranza. Infatti, chi già vede una cosa, che spera più? Ma se speriamo ciò che non vediamo, con pazienza aspettiamo 10. E che cosa aspetta con pazienza? La salvezza. La salvezza di che cosa? Del corpo stesso: perché così ha detto: la redenzione del nostro corpo 11. Se aspettava la salute del corpo, non era salute quella che aveva. Sei affamato e la sete fa venir meno, se non viene il soccorso. Il rimedio per la fame è il cibo, il rimedio per la sete è la bevanda, il rimedio per la stanchezza è il sonno. Elimina questi rimedi e guarda un po' se non vengono meno le cose esistenti. Se, sottratti questi rimedi, non vi fossero infermità, ci sarebbe la salute. Ma se in te c'è qualcosa che può ucciderti, se non mangi, ebbene, non gloriarti della tua salute, ma gemendo aspetta la redenzione del tuo corpo. Rallegrati perché sei stato redento: ma non ancora nella realtà, sibbene nella speranza. E se non gemerai nella speranza, non perverrai alla realtà. Questa che abbiamo ora non è dunque sanità, e per questo dice: Non c'è sanità nella mia carne, di fronte al volto della tua ira. E cosa sono le frecce che sono state infisse? Chiama frecce la condanna stessa, il castigo, e forse anche i dolori che qui è inevitabile patire, nell'anima e nel corpo. Anche il santo Giobbe parla di queste frecce, e, mentre era immerso nel dolore, disse che era trafitto dalle frecce del Signore 12. Siamo soliti tuttavia designare con frecce anche le parole del Signore; ma forse che questi che parla potrebbe dolersi di esser stato ferito in tal modo da esse? Le parole del Signore sono frecce che suscitano amore, non dolore. O forse è perché l'amore stesso non può essere senza dolore? Tutto ciò infatti che amiamo e non possediamo, necessariamente ci è causa di dolore. Ama e non soffre colui che possiede ciò che ama: ma colui che ama - come ho già detto - e non possiede ancora l'oggetto del suo amore, inevitabilmente, geme nel dolore. Donde quello che dice in persona della Chiesa, la Sposa di Cristo nel Cantico dei Cantici: Perché io sono ferita d'amore 13. Dice di essere ferita dall'amore: perché amava qualcosa e non ancora lo possedeva; e perciò soffriva, perché non ancora aveva. Dunque se si doleva, era ferita: ma da questa ferita era innalzata alla verace salute. Chi non è stato ferito da tale ferita, non può pervenire alla vera salute. Dunque costui sarà sempre ferito da tale ferita? Possiamo perciò anche intendere che le saette infisse sono le tue parole che si sono infisse nel mio cuore, parole che hanno fatto sì che io mi ricordi del sabato; ma questa commemorazione del sabato, che non è ancora possesso, fa sì che io non possa ancora gioire, e debba riconoscere che né nella carne c'è la sanità, né lo posso dire, se paragono questa sanità a quella salute che avrò nella pace eterna, quando questo corpo corruttibile rivestirà l'incorruttibilità 14, e mi avvedo che, a paragone di quella salute, questa sanità è malattia.

Non c'è pace per le mie ossa dinanzi ai miei peccati
Non est pax ossibus meis a facie peccatorum meorum.

6. Non c'è pace per le mie ossa dinanzi ai miei peccati. Si suole chiedere di chi sia questa voce; ed alcuni ritengono che si tratti della voce di Cristo, dato che nel salmo si dicono certe cose che si riferiscono alla Passione di Cristo; ad esse giungeremo tra breve e vedremo che si riferiscono proprio alla Passione di Cristo. Ma come avrebbe potuto dire, Colui che non aveva nessun peccato 15, le parole: Non c'è pace per le mie ossa al cospetto dei miei peccati? Noi non possiamo intendere queste parole, se non riconoscendo che si tratta del Cristo pieno e totale, cioè Capo e Corpo. Quando il Cristo parla, talora parla solo in persona del Capo, che è Egli stesso, il Salvatore, nato da Maria Vergine; tal'altra in persona del suo Corpo, che è la santa Chiesa diffusa in tutto il mondo. Anche noi siamo nel suo Corpo, se la nostra fede in Lui è sincera, la nostra speranza sicura e la nostra carità ardente; siamo nel suo Corpo, e siamo le sue membra, e siamo perciò noi a parlare qui, come dice l'Apostolo: Perché noi siamo le membra del suo Corpo 16; concetto questo che l'Apostolo ripete in molti passi. Se dicessimo infatti che queste non sono parole di Cristo, neppure sarebbero parole di Cristo queste altre: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? 17 Eppure anche in quel salmo leggi: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? lontano dalla mia salvezza le parole delle mie colpe 18; così come qui leggi: al cospetto dei miei peccati, là trovi: le parole delle mie colpe. Dato che certamente Cristo è senza peccato e senza colpa, dobbiamo contestare che le sue [ultime] parole siano quelle stesse del salmo? Sarebbe molto incomprensibile e contraddittorio che quel salmo non si applicasse a Cristo, dato che in esso troviamo tanti aperti riferimenti alla sua Passione, quasi come se la si leggesse nel Vangelo. Leggiamo infatti in esso le parole: Si sono divisi i miei abiti, e sulla mia veste hanno gettato la sorte 19. E perché il Signore stesso, dall'alto della croce, ha pronunziato con la sua bocca il primo verso di questo salmo, ed ha detto: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? 20 Che cosa ha voluto farci intendere, se non che quel salmo tutto intero si riferiva a lui, in quanto Egli stesso ne pronunziava l'inizio? Non v'è quindi dubbio che le parole che seguono, laddove egli dice: Le parole dei miei peccati, sono voce di Cristo. E donde derivano allora i peccati, se non dal Corpo, che è la Chiesa? Chi parla dunque è il Corpo ed il Capo di Cristo. Perché parla come se fosse uno solo? Perché saranno, dice, due in una carne sola. È questo un grande mistero, aggiunge l'Apostolo, e io lo dico riguardo al Cristo e alla Chiesa 21. Onde ancora egli stesso, allorché parla nel Vangelo rispondendo a coloro che gli ponevano la questione sul ripudio della sposa, dice: Non avete letto che Dio al principio li fece maschio e femmina, e l'uomo abbandonerà il padre e la madre e si unirà alla sua sposa, e saranno due in una carne sola? Dunque non più due, ma una sola carne 22. Se Egli stesso ha detto non più due, ma una sola carne, che c'è di strano se ci sono una sola carne, una sola lingua e le stesse parole, in quanto di una sola carne, del Capo e del Corpo? Ascoltiamo dunque il Cristo in quanto è uno, ma tuttavia ascoltiamo il Capo come Capo, e il Corpo come Corpo. Non si dividono le persone, ma si distingue la dignità; poiché il Capo salva, mentre il Corpo è salvato. Manifesti il Capo la misericordia, pianga il Corpo la sua miseria. Al Capo spetta purificare, al Corpo confessare i peccati; una sola tuttavia è la voce, quando non sta scritto quando è il Corpo che parla, e quando il Capo; ma noi, nell'ascoltare la voce, operiamo la distinzione, mentre Egli parla come se fosse uno solo. Perché non dovrebbe dire: miei peccati, Colui che ha detto: Ho avuto fame, e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; fui pellegrino, e non mi avete accolto; fui malato e prigioniero, e non mi avete fatto visita? Sicuramente il Signore non fu mai in carcere. Perché non direbbe questo, Colui il quale, allorché gli vien detto: Quando ti abbiamo visto affamato ed assetato, o in carcere e non ti abbiamo assistito? risponde, parlando a nome del suo Corpo: Quando non lo avete fatto ad uno di questi miei piccoli, è a me che non lo avete fatto? 23 Perché non dovrebbe dire: al cospetto dei miei peccati, Colui che disse a Saulo: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? 24 Eppure Egli in cielo non soffriva più alcuna persecuzione. Ma allo stesso modo in cui là il Capo parlava per il Corpo, così anche qui il Capo dice le parole del Corpo, mentre udite ancora la voce del Capo. Ebbene, anche quando udite le parole del Corpo, non separatene il Capo; né quando udite le parole del Capo separate il Corpo; perché non sono più due, ma una sola carne.

7. Non c'è sanità nella mia carne di fronte al volto della tua ira. Ma per caso, si è adirato ingiustamente con te Dio, o Adamo, o genere umano: ingiustamente si è adirato Dio! Perché, riconoscendo la tua stessa pena, tu, uomo già stabilito nel Corpo di Cristo, hai detto: Non c'è sanità nella mia carne di fronte al volto della tua ira. Mostra la giustizia dell'ira di Dio affinché non sembri che tu scusi te stesso e accusi Lui. Prosegui, e di' donde viene l'ira del Signore. Non c'è sanità nella mia carne di fronte al volto della tua ira; non c'è pace per le mie ossa. Ripete quel che ha detto: Non c'è sanità nella mia carne, significa infatti non c'è pace per le mie ossa. Non ripete invece di fronte al volto della tua ira, ma spiega quale è la causa dell'ira di Dio: Non c'è pace - dice - per le mie ossa, per la presenza dei miei peccati.

Perché le mie iniquità hanno sollevato il mio capo, come una pesante fascina hanno gravato su di me.
Quoniam iniquitates meae supergressae sunt caput meum: et sicut onus grave gravatae sunt super me.

8. [v 5.] Perché le mie iniquità hanno sollevato il mio capo, come una pesante fascina hanno gravato su di me. Qui premette la causa, e fa seguire l'effetto; poiché ha detto donde deriva il suo stato: Le mie iniquità hanno sollevato il mio capo. Perché nessuno è superbo se non l'iniquo, e la superbia fa sollevare il capo. In alto si solleva chi erge il capo contro Dio. Avete udito quando è stato letto il passo dell'Ecclesiastico: Il principio della superbia dell'uomo è l'apostatare da Dio 25. Colui che per primo non ha voluto dare ascolto al comandamento, ha sollevato per la sua iniquità il capo contro Dio. E poiché le iniquità hanno sollevato il suo capo, che cosa gli ha fatto Dio? Come fascina pesante hanno gravato su di me. È caratteristico della leggerezza sollevare il capo, come se non portasse nulla colui che erge il capo. Poiché dunque è leggero ciò che può ergersi, riceve il peso onde sia schiacciato. Si rovescia infatti il peso sul suo capo e la sua ingiustizia discende sulla sua testa 26. Come fascina pesante hanno gravato su di me.

Sono imputridite ed hanno esalato cattivo odore le mie piaghe: a causa della mia follia.
Putruerunt, et corruptae sunt cicatrices meae: a facie insipientiae meae.

9. [v 6.] Sono imputridite ed hanno esalato cattivo odore le mie piaghe. Già più non è sano chi ha delle piaghe. Ed aggiungi che tali piaghe sono imputridite ed hanno esalato cattivo odore. Perché hanno esalato cattivo odore? Perché sono imputridite. E chi non sa in che modo questo sia spiegabile riguardo alla vita umana? Se uno ha sano l'olfatto dell'anima, sentirà in qual modo puzzano i peccati. A questo puzzo dei peccati si opponeva quell'odore di cui parla l'Apostolo: Siamo il buon odore di Cristo per Dio, in ogni luogo, per coloro che si salvano 27. Ma in qual modo, se non per la speranza? In che modo se non nel ricordarci del sabato? Una cosa infatti noi piangiamo in questa vita, ed un'altra ci ripromettiamo da quella. Ciò che si piange, puzza; ciò che si spera, profuma. Se non fosse dunque per quel tale odore che ci invita, mai ci ricorderemmo del sabato. Ma poiché possediamo tale profumo per mezzo dello Spirito stesso, tanto che allo Sposo nostro diciamo: Corriamo dietro l'odore dei tuoi unguenti 28, distogliamo l'olfatto dai nostri fetori, e, volgendoci a quel profumo, finalmente respiriamo. Ma se non emanassero fetore per noi le nostre colpe, mai confesseremmo tra i gemiti: Sono imputridite ed hanno esalato cattivo odore le mie piaghe. Perché? A causa della mia stoltezza. Prima aveva detto: davanti ai miei peccati; ed ora dice: a causa della mia follia.

Sono afflitto dalle miserie, e curvato fino alla fine: Tutto il giorno me ne andavo contristato
Miser factus sum, et curvatus sum usque in finem: tota die contristatus ingrediebar.

10. [v 7.] Sono afflitto dalle miserie, e curvato fino alla fine. Perché fu incurvato? Perché si era esaltato. Se sei umile, sarai esaltato; se ti esalti, sarai umiliato: non mancherà certo a Dio il peso onde schiacciarti. Ed il peso sarà quello, la fascina dei tuoi peccati, che calerà sul tuo capo, e ti curverai. Che significa infatti esser curvo? Non potersi alzare. Così il Signore trovò quella donna che da diciotto anni era curva: non poteva infatti alzarsi 29. E tali sono coloro che hanno il cuore rivolto alla terra. Ma, poiché quella donna incontrò il Signore ed Egli la risanò, chi è curvo ascolti: in alto il cuore. Tuttavia, in quanto è curvo, ancora geme. È curvo infatti colui che dice: Perché il corpo che si corrompe appesantisce l'anima, e la dimora terrena deprime colui che pensa molte cose 30. Fra queste cose gema, per ricevere quelle altre; si ricordi del sabato, per meritare di giungere al sabato. Perché quello che celebravano i Giudei era un segno. Segno di che cosa? Di quello che ricorda colui che dice: Sono afflitto dalle miserie e curvato fino alla fine. Che significa: fino alla fine? Fino alla morte. Tutto il giorno me ne andavo contristato. Tutto il giorno, cioè senza sosta. Questo significa durante tutto il giorno: per tutta la vita. Ma da quando se ne è accorto? Da quando ha cominciato a ricordarsi del sabato. Vuoi che non cammini nella tristezza, mentre si ricorda di ciò che non possiede? Tutto il giorno me ne andavo contristato.

Perché l'anima mia è ricolma di illusioni e non c'è sanità nella mia carne
Quoniam lumbi mei impleti sunt illusionibus: et non est sanitas in carne mea.

11. [v 8.] Perché l'anima mia è ricolma di illusioni e non c'è sanità nella mia carne. Dove sta tutto l'uomo, c'è anima e carne. L'anima è piena di illusioni, la carne non ha salute: che cosa rimane di cui allietarsi? Non è forse inevitabile contristarsi? Tutto il giorno me ne andavo contristato. Sia dunque in noi la tristezza, finché la nostra anima non si sarà spogliata delle illusioni, e il nostro corpo non si sarà rivestito della salute. La vera salute è l'immortalità. Come mi basterebbe il tempo, se volessi dire quante sono le illusioni dell'anima? Quale è l'anima che non ne soffre? Brevemente vi spiego in qual modo la nostra anima sia piena di illusioni. Oppressi da tali illusioni, talvolta a stento ci è possibile pregare. Per quanto si riferisce ai corpi, noi sappiamo pensare solo per immagini: e spesso sopravvengono quelle che non cerchiamo, e vogliamo da questa passare a quella, e da quella a quell'altra; e quando vuoi tornare a ciò che pensavi, ed abbandonare quello che pensi ora, ecco ti imbatti in qualche altra cosa; vuoi ricordare ciò di cui ti eri dimenticato e non ti viene in mente, mentre magari ti viene in mente ciò che non desideri. Dov'è finito ciò di cui ti sei scordato? E perché ti viene in mente più tardi, quando più non lo cerchi? Mentre invece lo cerchi, ti vengono in mente al suo posto innumerevoli altri pensieri, che non cercavi. Ho parlato brevemente, fratelli; ho seminato in voi qualcosa in modo che, ricevuto il seme, meditiate tra voi, onde giungere a capire che cosa significhi piangere sulle illusioni della nostra anima. Ha ricevuto il castigo dell'illusione, ha perduto la verità. Come infatti l'illusione è il castigo dell'anima, così la verità è il suo premio. Ma, quando eravamo immersi in queste illusioni, la Verità è venuta a noi, e ci ha trovati colmi di illusioni; ha assunto la nostra carne, o meglio l'ha assunta di noi, cioè dal genere umano. Si è manifestata agli occhi della carne, onde risanare per mezzo della fede coloro ai quali avrebbe mostrato la Verità, affinché la Verità si manifestasse all'occhio risanato. Perché Egli stesso è la Verità che ci ha promesso, quando la sua carne era visibile, affinché avesse inizio la fede di cui la Verità è il premio. Cristo infatti non si è mostrato in terra quale è, ma ha mostrato la sua carne. Se avesse mostrato se stesso, lo avrebbero visto i Giudei e lo avrebbero riconosciuto; e se lo avessero riconosciuto non avrebbero certo crocifisso il Signore della gloria 31. Ma probabilmente lo videro i discepoli, quando gli chiedevano: Mostraci il Padre, e ci basta 32. Ed egli, per mostrare che essi non lo avevano visto, replicò: Da tanto tempo sono con voi, e non mi avete conosciuto? Filippo, chi vede me, vede il Padre 33. Orbene, se vedevano Cristo, perché cercavano il Padre? Se avessero visto realmente Cristo, avrebbero visto anche il Padre. Non ancora, dunque, vedevano Cristo coloro che desideravano fosse loro mostrato il Padre. Ascolta perché ancora non Lo vedevano: altrove promette la sua visione come premio, dicendo: Chi mi ama, osserva i miei comandamenti, e chi ama me, è amato dal Padre mio ed io lo amerò. E, come se essi gli avessero chiesto: Che darai a colui che amerai? E mostrerò - aggiunge - a lui me stesso 34. Se dunque promette a coloro che Lo amano di mostrare in premio se stesso, è chiaro che ci è appunto promessa una tale visione di verità vedendo la quale noi non diremo: L'anima mia è ricolma di illusioni.

Sono debole e umiliato oltremodo
Afflictus sum, et humiliatus sum nimis.

12. [v. 9] Sono debole e umiliato oltremodo. Chi si ricorda della sublimità del sabato, da se stesso vede quanto sia umiliato. Infatti chi non è in grado di immaginare quale sia la profondità di quella quiete, nemmeno vede dove giace ora. Per questo in un altro salmo ha detto: Io ho detto nella mia estasi: Sono stato rigettato dalla vista dei tuoi occhi 35. Nell'elevazione della mente ha visto non so che di sublime, e nel vedere non era ancora ivi completamente; e manifestandoglisi, se così si può dire, come un lampo della luce eterna, in cui si è accorto di non essere ma che in qualche modo è riuscito a scorgere, ha visto dove si trovava e in qual modo era sofferente e schiacciato per i mali umani, e dice: Io ho detto nella mia estasi: Sono stato rigettato dalla vista dei tuoi occhi. Tale è quel non so che da me intravvisto nell'estasi, che mi rendo conto di quanto ne sono lontano, io che ancora non sono colà. Era là colui che ha detto di essere stato trasportato al terzo cielo, e di avere ivi udito parole ineffabili, che non è consentito agli uomini dire. Ma è stato richiamato a noi, onde prima gemere per perfezionarsi nell'infermità ed essere poi rivestito di virtù; tuttavia, incoraggiato per aver visto alcune di quelle cose nell'esercizio del suo ministero, soggiunge: Ho udito parole ineffabili, che non è consentito all'uomo dire 36. Non è dunque il caso che chiediate a me o a chiunque altro cose che non è lecito all'uomo dire, dato che non fu lecito dirle a colui cui fu consentito ascoltarle. Orbene piangiamo e gemiamo nella confessione, riconosciamo dove siamo, ricordiamoci del sabato, e pazientemente aspettiamo ciò che egli ci ha promesso, egli che ha dato in se stesso a noi l'esempio della pazienza: Sono debole e umiliato oltremodo.

Ruggivo per il gemito del mio cuore
Rugiebam a gemitu cordis mei.

13. Ruggivo per il gemito del mio cuore. Voi osservate abitualmente i servi di Dio supplicare con i gemiti; se ne ricerca la causa, e solo si avverte il gemito di qualche servo di Dio, sempreché esso giunga alle orecchie dell'uomo che gli sta vicino. C'è infatti un gemito nascosto che l'uomo non ode; tuttavia, se l'intenso pensiero di un qualche desiderio occuperà il cuore, tanto che la ferita dell'uomo interiore pervenga ad esprimersi con voce più chiara, se ne cerca la causa; e l'uomo [che ascolta] dice tra sé: Forse è per questo che geme, e forse quest'altro gli è stato fatto. Chi può capirlo, se non colui dinanzi ai cui occhi ed alle cui orecchie geme? Per questo ruggivo - dice - per il gemito del mio cuore, in quanto gli uomini, quando odono il gemito dell'uomo, odono di solito il gemito della carne, e non odono invece colui che geme nel gemito del cuore. Uno sconosciuto ha rubato qualcosa ad uno: questi ruggiva, ma non per il gemito del cuore; un altro perché ha seppellito il figlio; un altro ancora perché ha seppellito la moglie; un altro perché la grandine è caduta sulla sua vigna, perché la sua botte perde, perché ignoti gli hanno rubato il giumento; un altro perché ha subito un danno; un altro ancora perché teme un uomo nemico: ebbene, tutti costoro ruggiscono per il gemito della carne. Ma il servo di Dio ruggisce nel ricordarsi del sabato, ove è il Regno di Dio, che né carne né sangue possederanno 37: Ruggivo - dice - per il gemito del mio cuore.

E dinanzi a te sta ogni mio desiderio: Ed il mio gemito non ti è nascosto
Domine ante te omne desiderium meum: et gemitus meus a te non est absconditus.

14. [v 10.] E chi capiva perché ruggiva? Aggiunge: E dinanzi a te sta ogni mio desiderio. Non dinanzi agli uomini, che non possono vedere il cuore, ma dinanzi a te sta ogni mio desiderio. Sia dinanzi a lui il tuo desiderio; ed il Padre, che vede nel segreto, lo esaudirà 38. Il tuo desiderio è la tua preghiera; se continuo è il desiderio, continua è la preghiera. Perché non invano ha detto l'Apostolo: Pregando senza interruzione 39. Forse noi senza interruzione pieghiamo il ginocchio, prostriamo il corpo, o leviamo le mani, per adempiere all'ordine: Pregate senza interruzione? Se intendiamo il pregare in tal modo, credo che non lo possiamo fare senza interruzione. Ma c'è un'altra preghiera interiore che non conosce interruzione, ed è il desiderio. Qualunque cosa tu faccia, se desideri quel sabato, non smetti mai di pregare. Se non vuoi interrompere la preghiera, non cessar mai di desiderare. Il tuo desiderio continuo sarà la tua continua voce. Tacerai se cesserai di amare. Chi sono quelli che hanno taciuto? Coloro dei quali è detto: Poiché ha abbondato l'ingiustizia, si raggelerà la carità di molti 40. Il gelo della carità è il silenzio del cuore; l'ardore della carità è il grido del cuore. Se sempre permane la carità, tu sempre gridi; se sempre gridi, sempre desideri; e se desideri, ti ricordi della pace. Ed occorre tu intenda dinanzi a chi echeggia il ruggito del tuo cuore. Stai bene attento con quale desiderio devi mostrarti davanti agli occhi di Dio. Forse con il desiderio che muoia il nostro nemico, come, apparentemente con giustizia, desiderano gli uomini? Infatti talvolta non preghiamo come dovremmo. Osserviamo quanto chiedono gli uomini come cosa giusta. Pregano affinché muoia qualcuno, e ne venga a loro l'eredità. Ebbene, anche quelli che pregano perché muoiano i nemici, ascoltino il Signore che dice: Pregate per i vostri nemici 41. Non pregheranno dunque perché muoiano i nemici, ma affinché essi si correggano e così verranno meno i nemici: non saranno più tali, perché saranno ormai corretti. È dinanzi a te ogni mio desiderio. E se è davanti a Lui il desiderio, non sarà davanti a Lui anche il suo gemito? Come potrebbe esser così, dal momento che il gemito è la voce del desiderio? Per questo continua: Ed il mio gemito non ti è nascosto. A te non è nascosto, ma lo è a molti uomini. A volte sembra che l'umile servo di Dio dica: E il mio gemito non ti è nascosto. A volte sembra anche che il servo di Dio rida: forse che quel desiderio è morto nel suo cuore? Ma se dentro al cuore c'è il desiderio, c'è anche il gemito; non sempre esso giunge alle orecchie degli uomini, ma mai resta lontano dalle orecchie di Dio.

Il cuore mio si è turbato. E mi ha abbandonato la mia forza. E la luce dei miei occhi non è con me
Cor meum conturbatum est, dereliquit me virtus mea: et lumen oculorum meorum, et ipsum non est mecum.

15. [v 11.] Il cuore mio si è turbato. Per che cosa si è turbato? E mi ha abbandonato la mia forza. Spesso irrompe in noi repentinamente un non so che cosa; ne nasce il turbamento del cuore, trema la terra, dal cielo echeggiano tuoni, scoppia un assordante fragore e strepito, e magari ecco anche un leone che ci sbarra la strada. Ne siamo turbati, i ladroni tendono insidie; ecco il turbamento, lo spavento, e da ogni parte ci assale la paura. Perché tutto questo? Perché mi ha abbandonato la mia forza. Se tale forza non mi abbandonasse, che cosa temerei? Qualunque cosa si presentasse, qualunque cosa mi colpisse, qualunque cosa rintronasse, qualunque cosa mi cadesse addosso, qualunque evento orribile si manifestasse, niente di tutto ciò mi spaventerebbe. Donde deriva dunque quel turbamento? Mi ha abbandonato la mia forza. E perché mi ha abbandonato? E la luce dei miei occhi non è con me. Si nascose dunque ad Adamo la luce dei suoi occhi. Infatti la luce dei suoi occhi era Dio stesso; avendolo offeso, fuggì nell'ombra, e si nascose tra gli alberi del paradiso 42. Aveva paura del volto di Dio, e cercò l'ombra degli alberi. Ed ormai tra gli alberi più non aveva la luce degli occhi, di cui era solito rallegrarsi. Ebbene: egli ha perduto all'origine la luce degli occhi, noi l'abbiamo perduta perché da lui discendiamo; e queste membra tornano a quel secondo e ultimo Adamo, poiché l'ultimo Adamo fu fatto in spirito vivifìcante 43, e gridano dal suo Corpo in questa confessione: E la luce dei miei occhi non è con me. Già ha confessato, già è stato riscattato, già fa parte del Corpo di Cristo, e la luce dei suoi occhi non è con lui? Sicuramente non è con lui: si trova fra coloro che si ricordano del sabato, tra coloro che vedono nella speranza; ma non si tratta ancora di quella luce, della quale è detto: Mostrerò loro me stesso 44. Vi è certo qualcosa di questa luce in noi, poiché siamo figli di Dio, e lo abbiamo per fede: ma non è ancora quella luce che vedremo. Non ancora infatti è apparso quello che saremo; sappiamo che quando si manifesterà, saremo simili a lui, poiché lo vedremo quale Egli è 45. Infatti ora è la luce della fede e della speranza. Perché, finché siamo nel corpo, peregriniamo lontano dal Signore; camminiamo nella fede, non nella chiara visione 46. E finché speriamo ciò che non vediamo, con pazienza aspettiamo 47. Queste sono dunque parole di pellegrini, non ancora giunti alla patria. Giustamente e veramente dice, e, se in lui non è inganno, sinceramente confessa: E la luce dei miei occhi non è con me. Questo soffre l'uomo nel suo intimo, con sé, in sé e per se stesso, e nessuno, all'infuori di se medesimo, ne è la causa: ha meritato egli stesso che fosse sua pena tutto ciò che prima ha elencato.

I miei amici e i miei parenti si sono avvicinati e si sono posti contro di me
Amici mei, et proximi mei: adversum me appropinquaverunt, et steterunt.

16. [v 12.] Ma è forse questa sola la sofferenza dell'uomo? Egli soffre nel suo intimo, ma soffre anche all'esterno per colpa di coloro tra i quali vive: patisce i suoi mali, ma è costretto anche a subire gli altrui. Questo indicano le due frasi: Dai miei occulti (peccati) purificami, Signore, e dagli altrui libera il tuo servo 48. Ormai ha già confessato i suoi peccati occulti, dai quali desidera essere purificato: dica dunque da quali mali altrui chiede di essere salvato. I miei amici. E che dirò dunque dei nemici? I miei amici e i miei parenti si sono avvicinati e si sono posti contro di me. Intendi che cosa vuol dire con le parole: Sono stati contro di me. Se infatti sono stati contro di me, contro se stessi sono caduti. I miei amici e i miei parenti si sono avvicinati e si sono posti contro di me. Già intendiamo le parole del Capo, già comincia a illuminarsi nella Passione il nostro Capo. Ma, ripeto, allorché il Capo comincia a parlare, non separare da esso il Corpo. Se il Capo non ha voluto separarsi dalle parole del Corpo, oserà il Corpo separarsi dalle sofferenze del Capo? Soffri in Cristo, così come Cristo in un certo senso ha peccato nella tua debolezza. Poiché ora parlava dei tuoi peccati con la sua bocca e li diceva suoi. Affermava infatti: Davanti ai miei peccati, mentre non erano suoi. Ebbene, come Egli ha voluto che i nostri peccati fossero suoi a cagione del suo Corpo, vogliamo anche noi che le sue sofferenze siano nostre a cagione del nostro Capo. Non sia mai che egli abbia sofferto a vantaggio degli amici per mano dei nemici, e noi no. Prepariamoci dunque anche noi a sedere alla medesima mensa; non respingiamo quel calice, onde trovare attraverso la sua umiltà il desiderio della sua sublimità. A coloro che volevano raggiungere la sua altezza, ma ancora non pensavano alla sua umiltà, ha infatti risposto, dicendo: Potete voi bere il calice che io berrò? 49 Dunque le sofferenze del Signore sono anche nostre sofferenze; e ogni buon servo di Dio che conservi fedelmente la fede, che manifesti ciò che deve e viva giustamente tra gli uomini, voglio vedere se non soffre anche quelle sofferenze che qui Cristo elenca a proposito della sua Passione.

e i parenti sono stati lontani
Et qui iuxta me erant, de longe steterunt.

17. I miei amici e i miei parenti si sono avvicinati e si sono posti contro di me; e i parenti sono stati lontani. Quali parenti si sono avvicinati, e quali sono stati lontani? Parenti erano i Giudei, poiché eran consanguinei: e si sono avvicinati quando Lo hanno crocifisso. Parenti erano anche gli Apostoli; e tuttavia sono stati lontani, per non soffrire insieme con Lui. Si possono anche intendere le parole i miei amici nel senso di coloro che hanno finto di essere miei amici. Si sono finti amici, infatti, quando hanno detto: Sappiamo che insegni nella verità la via di Dio 50; quando hanno cercato di tentarlo, chiedendogli se doveva o no essere pagato il tributo a Cesare, e quando egli li ha confusi con le loro stesse parole, volevano sembrare amici; ma egli non aveva bisogno che qualcuno gli rendesse testimonianza sull'uomo, perché sapeva che cosa c'era nell'uomo 51, al punto che, alle loro parole amichevoli, ha risposto: Perché mi tentate, ipocriti? 52 Orbene, gli amici miei e i miei parenti si sono avvicinati e si sono posti contro di me; e i parenti sono stati lontani. Sapete che cosa ho detto. Ho chiamato parenti coloro che si sono avvicinati, e tuttavia sono stati lontani. Si sono avvicinati con il corpo, ma sono stati lontani con il cuore. Chi è stato più vicino a lui con il corpo, di coloro che lo hanno sollevato sulla croce? E tanto lontano con il cuore, quanto coloro che lo hanno bestemmiato? Ascoltate come esprime questa lontananza il profeta Isaia, e vedete questa vicinanza e lontananza: Questo popolo mi onora con le labbra, ecco la vicinanza corporale; ma il loro cuore è lontano da me 53. Gli stessi, dunque, sono vicini e lontani; vicini con le labbra e lontani con il cuore. Purtuttavia, siccome gli sono stati lontani, per paura, gli Apostoli, più adeguatamente e chiaramente riferiamo questo a loro, onde intendere che alcuni si sono avvicinati, mentre altri sono stati lontani; perché anche Pietro, che più audacemente lo aveva seguito, era purtuttavia tanto lontano che, interrogato e turbato, rinnegò per tre volte il Signore con il quale aveva promesso di morire 54. Egli poi in seguito, da lontano divenuto vicino, ha udito dopo la risurrezione: Mi ami? e rispondeva: Ti amo 55. E così dicendo si avvicinava, mentre negando si era allontanato, cancellando con la parola d'amore, tre volte ripetuta, la triplice parola della negazione. E i miei parenti sono stati lontani.

e facevano violenza coloro che cercavano la mia vita
et vim faciebant, qui quaerebant animam meam.

18. [v 13.] E facevano violenza coloro che cercavano la mia vita. È chiaro che cercavano la sua vita coloro che non la possedevano, perché non erano nel suo corpo. Coloro che cercavano la sua vita erano lontani da essa; ma la cercavano per ucciderla; poiché si può ricercare la sua vita anche a fin di bene. Per questo altrove rimprovera alcuni dicendo: E non c'è chi cerchi la mia vita 56. Incolpa quelli che non cercano la sua vita, e di nuovo rimprovera altri che la ricercano. Chi è dunque colui che cerca a fin di bene la sua anima? Colui che imita le sue sofferenze. E chi sono coloro che cercavano a fin di male la sua anima? Coloro che gli facevano violenza, e lo crocifiggevano.

Coloro che cercavano il mio male, hanno detto vanità. E tutto il giorno meditavano inganni
Et qui inquirebant mala mihi, locuti sunt vanitates: et dolos tota die meditabantur.

19. Continua: Coloro che cercavano il mio male, hanno detto vanità. Che vuol dire: Coloro che cercavano il mio male? Molte cose cercavano, e non le trovavano. Forse avrà voluto dire: Cercavano le mie colpe. Perché hanno cercato che cosa dire contro di lui, e non l'hanno trovato 57. Cercavano il male nel buono, cercavano il delitto nell'innocente: come potevano trovarne in Colui che non aveva nessun peccato? Ma poiché cercavano i peccati in Colui che non aveva alcun peccato, non restava loro che inventare ciò che non avevano trovato. Per questo coloro che cercavano il mio male, hanno detto vanità, non verità. E tutto il giorno meditavano inganni, cioè senza sosta tramavano tranelli. Sapete quante false testimonianze sono state addotte contro il Signore prima della sua Passione. Sapete quante false testimonianze sono state invocate anche dopo la sua Risurrezione. Osservate infatti quali cose vane hanno detto quei soldati che custodivano il sepolcro, dei quali Isaia aveva predetto: Porrò i malvagi presso la sua sepoltura 58 (erano infatti malvagi, e non hanno voluto dire la verità, e, corrotti, hanno seminato la menzogna). Sono stati interrogati ed hanno detto: Mentre dormivamo, sono venuti i suoi discepoli, e lo hanno portato via 59. Questo significa dire cose vane. Se dormivano, infatti, come potevano sapere quello che era accaduto?

Ma io come sordo non udivo e come muto che non apre la sua bocca
Sono divenuto come uomo che non ode e non ha repliche nella sua bocca
Ego autem tamquam surdus non audiebam: et sicut mutus non aperiens os suum.
Et factus sum sicut homo non audiens: et non habens in ore suo redargutiones.

20. [vv 14.15.] Dice poi: Ma io come un sordo non udivo. Colui che non rispondeva a ciò che udiva, è come se non avesse udito. Ma io come sordo non udivo e come muto che non apre la sua bocca. Ripete poi lo stesso concetto: Sono divenuto come uomo che non ode e non ha repliche nella sua bocca; come se non esistesse di che parlar loro, come se non ci fosse niente di cui rimproverarli. Non aveva forse prima rimproverato e detto molte cose, come col dire: Guai a voi scribi e farisei ipocriti 60, ed altre cose simili? Tuttavia, quando affronta la Passione, non dice niente di tutto questo: e non perché non aveva che cosa dire, ma perché aspettava che essi compissero tutto, ed adempissero a tutte le profezie che si riferivano a Lui, del quale appunto sta scritto: Come pecora senza voce in presenza del tosatore, non aprì la sua bocca 61. Era dunque necessario che tacesse nella Passione, Colui che non tacerà nel Giudizio. Perché era venuto per essere giudicato, Colui che poi verrà per giudicare; e perciò con maggiore autorità giudicherà, perché con grande umiltà è stato giudicato.

Perché in te, o Signore, ho sperato, tu mi esaudirai, o Signore, Dio mio
Quoniam in te Domine speravi: tu exaudies Domine Deus meus.

21. [v 16.] Perché in te, o Signore, ho sperato, tu mi esaudirai, o Signore, Dio mio. Come se gli fosse stato detto: Perché non hai aperto la tua bocca?; perché non hai detto: Risparmiatemi?; perché non hai rimproverato gli empi della Croce?, continua e dice: Perché in te ho sperato, o Signore, tu mi esaudirai, o Signore, Dio mio. Ti esorta a far così, se per avventura ti troverai nella tribolazione. Forse cerchi di difenderti e nessuno si assume la tua difesa, e già ti turbi, come se avessi perduto la tua causa, in quanto non disponi della difesa o della testimonianza di nessuno. Custodisci dentro di te la tua innocenza, dove nessuno può vincere la tua causa. Ha prevalso contro di te un falso testimone, ma di fronte agli uomini; avrà forse valore presso Dio, dove la tua causa deve essere discussa? Quando il giudice sarà Dio, non vi sarà altro testimone che la tua coscienza. Tra il giudice giusto e la tua coscienza, non aver timore altro che per la tua causa; se la tua causa non sarà cattiva, non temerai alcun accusatore, non sarai ingannato da alcun falso teste, e non avrai bisogno di dimostrare la verità. Tu cita soltanto la tua buona coscienza, in modo da poter dire: Perché in te, o Signore, ho sperato, tu mi esaudirai, o Signore, Dio mio.

Non sia mai che esultino contro di me i miei nemici; e già nel vacillare del mio piede, han detto grandi cose contro di me.
Quia dixi, ne quando supergaudeant mihi inimici mei: et dum commoventur pedes mei, super me magna locuti sunt.

22. [v 17.] Perché ho detto: Non sia mai che esultino contro di me i miei nemici; e già nel vacillare del mio piede, han detto grandi cose contro di me. Di nuovo torna alla debolezza del suo Corpo, e ancora una volta il Capo sta attento ai suoi piedi; non è in cielo sino al punto da abbandonare ciò che ha in terra; ma per certo guarda e ci vede. Talvolta infatti, così è questa vita, i nostri piedi vacillano, e cadono in qualche peccato; allora si levano le lingue perverse dei nemici. Comprendiamo da questo che cosa cercavano, anche quando tacevano. Parlano allora senza mitezza e in tono aspro, godendo di aver trovato qualcosa di cui dovrebbero dolersi. E ho detto: Non sia mai che esultino contro di me i miei nemici. Questo ho detto, e tuttavia, allo scopo di correggermi, hai permesso loro di dire grandi cose contro di me, mentre vacillano i miei piedi; cioè si son fatti grandi, han detto molte cose malvage, mentre vacillavo. Si deve infatti aver commiserazione per i deboli, non insultarli; così come dice l'Apostolo: Fratelli, se anche qualcuno fosse colto in fallo, voi che siete spirituali, correggetelo in spirito di mansuetudine. E spiega perché: ponendo, dice, mente a te stesso, affinché tu non sia tentato a tua volta 62. Non così erano coloro dei quali è detto: E mentre vacillavano i miei piedi, contro di me hanno detto grandi cose; al contrario, costoro erano di quelli dei quali altrove dice: Coloro che mi tormentano esulteranno, se avrò vacillato 63.

Perché io sono pronto alle sofferenze
Quoniam ego in flagella paratus sum

23. [v 18.] Perché io sono pronto alle sofferenze. Magnificamente si esprime, come se dicesse: Per questo sono nato, per subire le sofferenze. Altrimenti non sarebbe nato da Adamo, cui le sofferenze sono dovute. Ma talvolta i peccatori in questa vita non soffrono, oppure soffrono meno di altri, perché ormai la loro disposizione è senza speranza. Ma coloro per i quali è preparata la vita eterna, è necessario che qui soffrano; perché vere sono le parole: Figlio, non venir meno nella disciplina del Signore; e non stancarti quando da lui sei rimproverato; Dio infatti corregge chi ama; e flagella ogni figlio che accoglie 64. Non mi insultino perciò i miei nemici, non dicano grandi cose contro di me; e se il Padre mi flagella, io sono pronto alle sofferenze, perché per me è preparata l'eredità. Non vuoi la sofferenza, ebbene non ti sarà data l'eredità. Perché ogni figlio è necessario che sia castigato. È tanto necessario che ognuno sia castigato che neppure è stato risparmiato 65 Colui che non aveva peccato 66. Perché io sono pronto alle sofferenze.

e il mio dolore è sempre dinanzi a me.
Perché io confesso la mia ingiustizia e sto in pena per il mio peccato
et dolor meus in conspectu meo semper.
Quoniam iniquitatem meam annunciabo: et cogitabo pro peccato meo.

24. [v 18.19.] E il mio dolore è sempre dinanzi a me. Quale dolore? Forse quello del castigo. E per la verità, fratelli miei, vi dirò che gli uomini si dolgono dei loro castighi; ma non si dolgono del perché sono castigati. Non così era costui. Ascoltate, fratelli miei: quando uno subisce un danno, è incline a dire: Ho sofferto ingiustamente, piuttosto che a considerare per quale ragione ha sofferto; si duole per la perdita di denaro, non si addolora per la giustizia. Se hai peccato, addolorati per il tuo interiore tesoro; non hai niente in casa, ma forse sei ancor più povero nel cuore. Se invece il cuore è ricolmo del suo bene, il tuo Dio, perché non dici: Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; come al Signore è piaciuto, così è stato fatto; sia benedetto il nome del Signore? 67 Di che cosa dunque si doleva costui? per le sofferenze che subiva? No di certo. E il mio dolore - dice - è sempre dinanzi a me. E come se avessimo chiesto: quale dolore, e donde proviene?, risponde: Perché io confesso la mia ingiustizia e sto in pena per il mio peccato. Ecco donde deriva il dolore. Non dal castigo: dalla ferita, non dalla medicina. Il castigo è infatti un rimedio contro i peccati. Ascoltate, fratelli, siamo cristiani, e tuttavia, di solito, se uno perde il figlio lo piange: se il figlio pecca, non lo piange. Allora dovrebbe piangere, allora dovrebbe dolersi, quando lo vede peccare; allora dovrebbe imporgli una direttiva, inculcargli una norma di vita, castigarlo; oppure, se così ha fatto ma quello non lo ha ascoltato, allora era da compiangersi; è peggio se è morto nell'anima perché vive nella lussuria, piuttosto che, morendo, ponga termine alla lussuria; quando dunque quel figlio così si comportava nella tua casa, non solo era morto, ma anche puzzava. Di queste cose ci dobbiamo dolere, mentre quelle dobbiamo sopportare; quelle dobbiamo tollerare, queste piangere. Si deve piangere insomma nel modo in cui avete udito piangere costui: Perché io confesso la mia ingiustizia e sto in pena per il mio peccato. Non startene tranquillo quando hai confessato il tuo peccato, considerandoti sempre pronto a confessare, come a commettere il peccato. Proclama la tua ingiustizia in maniera da stare in pena per il tuo peccato. Che significa: stare in pena per il tuo peccato? Stare in pena per la tua ferita. Se tu dicessi: Starò in pena per la mia ferita, che cosa si intenderebbe se non che ti darai da fare per guarirla? Perché questo significa darsi pena per il peccato, cioè sempre sforzarsi, sempre cercare, sempre darsi da fare con assiduo zelo per guarire il peccato. Ecco, di giorno in giorno piangi il tuo peccato, ma forse le lacrime scorrono, e gli sforzi cessano. Compi elemosine, e i peccati saranno riscattati; goda il misero per quanto tu gli doni, affinché anche tu goda di quanto dona Dio. Egli ha bisogno ed hai bisogno anche tu; egli ha bisogno di te, e tu hai bisogno di Dio. Tu disprezzi colui che ha bisogno del tuo dono, e Dio non disprezzerà colui che ha bisogno del suo? Ricolma dunque la miseria di chi ha bisogno, affinché Dio ricolmi il tuo intimo. Questo significa sto in pena per il mio peccato, cioè farò tutto quanto è necessario fare per cancellare e risanare il mio peccato. E sto in pena per il mio peccato.

Ma i miei nemici vivono; e sopra di me si sono rafforzati, e si sono moltiplicati coloro che mi odiano ingiustamente
Inimici autem mei vivunt, et confirmati sunt super me: et multiplicati sunt, qui oderunt me inique.

25. [v 20.] Ma i miei nemici vivono. Essi stanno bene, si godono la felicità del secolo, mentre io soffro e ruggisco per il gemito del mio cuore. In qual modo vivono i suoi nemici, dato che di costoro ha già detto che hanno proferito cose vane? Ascolta quanto dice anche in un altro salmo: I figli di costoro come nuove piante allevate. Ma prima aveva detto: la loro bocca ha detto cose vane, le loro figlie sono figure d'ornamento come quelle del tempio; le loro dispense sono piene, e traboccano di questo e di quello; i loro bovi grassi; e le loro pecore feconde che si moltiplicano nelle loro stalle; nessuna breccia nella siepe, né allarme nelle loro piazze. Vivono dunque i miei nemici; questa è la loro vita, questa vita lodano, questa amano, questa posseggono per loro sciagura. Che dice dopo? Hanno chiamato beato il popolo che queste cose possiede. E tu, allora, che stai in pena per il tuo peccato? che è di te che proclami la tua ingiustizia? Beato - sta scritto - il popolo di cui il Signore è il suo Dio 68. Ma i miei nemici vivono; e sopra di me si sono rafforzati, e si sono moltiplicati coloro che mi odiano ingiustamente. Che significa mi odiano ingiustamente? Odiano colui che vuole per sé il bene. Coloro che restituiscono il male per il male, non sono buoni; sarebbero ingrati se non restituissero il bene per il bene; ma rendono il male per il bene coloro che odiano ingiustamente. Tali furono i Giudei; è venuto ad essi Cristo recando loro del bene, ed essi gli hanno restituito male per bene. Guardatevi da questo male, fratelli; esso sopraggiunge di colpo. In quanto diciamo che tali furono i Giudei non creda qualcuno di voi di esserne del tutto esente. Un tuo fratello ti corregge, volendo farti del bene: se tu lo odii, sarai come loro. Osservate quanto rapidamente questo avviene, e con quanta facilità: ed evitate un peccato così grande e così sottile.

Mi denigravano coloro che rendono male per bene, perché ho perseguito la giustizia.
Qui retribuunt mala pro bonis, detrahebant mihi: quoniam sequebar bonitatem.

26. [v 21.] Mi denigravano coloro che rendono male per bene, perché ho perseguito la giustizia. Per questo hanno reso male per bene. Che significa ho perseguito la giustizia? Non l'ho abbandonata, affinché tu non intenda sempre in senso cattivo la parola perseguire: ha detto ho perseguito, cioè ho seguito in modo perfetto: Perché ho perseguito la giustizia. Ascolta il nostro Capo che piange, nella sua passione: E hanno rigettato me che ero il prescelto, come morto esecrato. Era poco esser morto, perché anche esecrato? Perché è stato crocifisso. Infatti questa morte sulla croce era presso costoro ignominiosa, in quanto non comprendevano ciò che sta scritto nella profezia: Maledetto ognuno che pende dal legno 69. Perché non Lui ha portato la morte, ma l'ha trovata trasmessa qui dalla maledizione del primo uomo 70; ed accettando la nostra stessa morte, ha inchiodata al legno quella morte che era venuta per mezzo del peccato. Perché dunque alcuni non credessero, come pensano certi eretici, che il Signore nostro Gesù Cristo sia stato rivestito di una carne non vera, e non abbia subito una vera morte sulla croce, il profeta intende questo, dicendo: Maledetto ognuno che pende dal legno. Egli mostra cioè che anche il Figlio di Dio è morto di vera morte, che gli derivava dalla sua carne mortale, affinché tu non creda che egli non essendo maledetto, non sia perciò realmente morto. Poiché quella morte non era apparente, ma gli derivava dal propagarsi della maledizione della sua stirpe, allorché Dio aveva detto: Morirete di morte 71, così Egli è giunto pienamente alla vera morte, perché noi pervenissimo alla vera vita; del pari Egli è stato colpito dalla maledizione della morte, perché noi giungessimo alla benedizione della vita. E hanno rigettato me che ero prescelto, come morto esecrato.

Non mi abbandonare, o Signore Dio mio, non ti allontanare da me.
Non derelinquas me Domine Deus meus: ne discesseris a me.

27. [v. 22.] Non mi abbandonare, o Signore Dio mio, non ti allontanare da me. Diciamolo in Lui, per Lui; dato che Egli intercede per noi 72, diciamo: Non mi abbandonare, o Signore Dio mio. E tuttavia Egli aveva detto: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? 73 e ora dice: Dio mio, non ti allontanare da me. Se non si allontana dal corpo, si è forse allontanato dal capo? Quella voce, dunque, non era altro che quella del primo uomo. Mostrando con tali parole di rivestire la vera carne, dice: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Non lui aveva abbandonato Dio. Se non abbandona te che credi in Lui, abbandonerà Cristo il Padre, che con il Figlio e lo Spirito Santo è un solo Dio? Ma trasfigurava allora in sé la persona del primo uomo. Sappiamo infatti - ce lo dice l'Apostolo - che il vecchio nostro uomo è stato crocifisso con lui sulla croce 74. Ma non saremmo liberati dalla vecchiezza, se essa non fosse crocifissa nella sua debolezza. Per questo è venuto, affinché siamo rinnovati in Lui, perché ci rinnoviamo desiderandolo ed imitando la Passione di Lui. Dunque quella era la voce della debolezza, era la voce nostra, con la quale è stato detto: Perché mi hai abbandonato? In questo senso ha detto: Le parole dei miei peccati 75, come se dicesse: Queste sono le parole che sono state trasferite in me dalla persona del peccatore. Non ti allontanare da me.

Accorri in mio aiuto, o Signore della mia salvezza.
Intende in adiutorium meum: Domine Deus salutis meae.

28. [v 23.] Accorri in mio aiuto, o Signore della mia salvezza. Questa è la salvezza, o fratelli, della quale hanno parlato i Profeti, come dice l'apostolo Pietro, e non l'hanno ottenuta coloro che l'hanno cercata; ma l'hanno ricercata e preannunziata, e noi siamo venuti ed abbiamo trovato ciò che essi hanno cercato 76. Ma ecco che anche noi non ancora l'abbiamo ricevuta; e nasceranno altri dopo di noi, e troveranno ciò che neppure essi riceveranno, e passeranno; per cui tutti insieme alla fine del giorno, con i Patriarchi e i Profeti e gli Apostoli, riceviamo la mercede della salvezza. Sapete infatti che gli operai a giornata condotti alla vigna in tempi diversi tuttavia ricevettero la stessa mercede 77. Dunque anche i Profeti, gli Apostoli, i Martiri e noi, e coloro che vivranno dopo di noi sino alla fine dei secoli, riceveremo alla fine la salvezza eterna, in modo che, contemplando la gloria di Dio e vedendo il suo volto, Lo loderemo in eterno, senza difetto, senza castigo d'iniquità, senza perversità di peccato, lodando Dio non più sospirando ma stretti a Lui, al quale sino alla fine abbiamo anelato, e nella speranza ci siamo rallegrati. Saremo infatti in quella Città dove il nostro bene è Dio, la luce è Dio, il pane è Dio, la vita è Dio; e qualsiasi nostro bene, per il quale ci affatichiamo nel pellegrinaggio, troveremo in Lui. In lui sarà la pace, di cui ora dobbiamo ricordarci dolendoci della sua assenza. Ricordiamoci di quel Sabato, nel cui ricordo sono state dette tante cose e tante dobbiamo dire, e dicendole non dobbiamo mai tacere, non con la bocca, ma con il cuore, perché appunto dobbiamo tacere con la bocca per poter gridare col cuore.

Note
1 - Sal 37, 19.
2 - Mt 15, 26.
3 - Cf. Rm 1, 3.
4 - Cf. Mt 5, 5.
5 - Mt 25, 41 42.
6 - 1 Cor 3, 12 15.
7 - Gn 2, 17.
8 - 9 Ef 2, 3.
9 - Rm 8, 23.
10 - Rm 8, 24 25.
11 - Rm 8, 23.
12 - Cf. Gb 6, 4.
13 - Ct 2, 5; 5, 8.
14 - Cf. 1 Cor 15, 53.
15 - 1 Pt 2, 22.
16 - Ef 5, 30.
17 - Mt 27, 46.
18 - Sal 21, 2.
19 - Sal 21, 19.
20 - Mt 27, 46.
21 - Ef 5, 31 32.
22 - Mt 19, 4-6.
23 - Mt 25, 42-45.
24 - At 9, 4.
25 - Sir 10, 14.
26 - Cf. Sal 7, 17.
27 - 2 Cor 2, 15.
28 - Ct 1, 3.
29 - Cf. Lc 13, 11.
30 - Sap 9, 15.
31 - Cf. 1 Cor 2, 8.
32 - Gv 14, 8.
33 - Gv 14, 9.
34 - Gv 14, 21.
35 - e appresso Sal 30, 23.
36 - 2 Cor 12, 2-4.
37 - Cf. 1 Cor 15, 50.
38 - Cf. Mt 6, 6.
39 - 1 Ts 5, 17.
40 - Mt 24, 12.
41 - Mt 5, 44; Lc 6, 27.
42 - Cf. Gn 3, 8.
43 - Cf. 1 Cor 15, 45.
44 - Gv 14, 21.
45 - 1 Gv 3, 2.
46 - 2 Cor 5, 6 7.
47 - Rm 8, 25.
48 - Sal 18, 13 14.
49 - Mt 20, 22.
50 - Mt 22, 16.
51 - Cf. Gv 2, 25.
52 - Mt 22, 18.
53 - Is 29, 13.
54 - Cf. Mt 26, 70.
55 - Gv 21, 17.
56 - Sal 141, 5.
57 - Cf. Mt 26, 59 60.
58 - Is 53, 9.
59 - Mt 28, 13.
60 - Mt 23, 13.
61 - Is 53, 7.
62 - Gal 6, 1.
63 - Sal 12, 5.
64 - Prv 3, 11 12.
65 - Cf. Rm 8, 32.
66 - Cf. 1 Pt 2, 22.
67 - Gb 1, 21.
68 - Sal 143, 12-15.
69 - Dt 21, 23.
70 - Cf. Gal 3, 10.
71 - Gn 2, 17.
72 - Rm 8, 34.
73 - Mt 27, 46, Sal 21, 2.
74 - Rm 6, 6.
75 - Sal 21, 2.
76 - Cf. 1 Pt 1, 10-12.

77 - Cf. Mt 20, 9.

OMOSESSUALITÀ E VERITÀ DEL VANGELO: VERSO UNA EFFICACE CURA PASTORALE (di Robert A. Gahl, Jr.)

1. Amore umano e sessualità.
«Non è bene che l'uomo sia solo» (Gn 2, 18). Con queste parole il libro della Genesi introduce la creazione di Eva, la prima donna. Il racconto ispirato della creazione spiega l'origine della differenza fra uomo e donna indicando che gli esseri umani, creati ad immagine e somiglianza di Dio (cfr Gn 1, 26), sono chiamati ad una comunione d'amore. Secondo il racconto della Genesi, la complementarità fra uomo e donna, un riflesso dell'«interiore unità del Creatore», è orientata a questa comunione (1).
Sin dalla creazione dei nostri progenitori, le relazioni sessuali hanno sempre avuto il significato di essere una fondamentale espressione dell'amore umano al servizio della fecondità nella famiglia e dell'unità fra marito e moglie. La Chiesa pertanto «celebra nel sacramento del matrimonio il disegno divino dell'unione amorosa e donatrice di vita dell'uomo e della donna» (2). Di conseguenza, in concordanza con la legge naturale, la Chiesa insegna che ogni uso della facoltà sessuale al di fuori della relazione coniugale è immorale e quindi può solo condurre alla frustrazione ed alla separazione piena di rimorso dal Creatore Divino.

Robert A. Gahl, Jr. - Pontificia Università della Santa Croce
2. Omosessualità: definizione e valutazione
Quando Adamo ed Eva abusarono della loro libertà disobbedendo a Dio, essi commisero il peccato originale che ferì la natura umana. Gli effetti del peccato originale sono sperimentati da ciascuno di noi. Il peccato oscura la somiglianza dell'uomo con Dio, offusca la nostra percezione del significato sponsale del corpo umano, e rende difficile il permanente e non egoistico amore fra marito e moglie (3). A motivo del peccato originale, la natura umana è ferita nelle sue proprie forze naturali ed è inclinata al peccato (4).
L'omosessualità è una delle molte manifestazioni del disordine nelle inclinazioni umane introdotto dal peccato originale. L'omosessualità è la condizione di coloro «che provano un'attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso» (5). Come ogni altro disordine introdotto dalle conseguenze di tale peccato nella natura umana, l'esperienza delle inclinazioni omosessuali è una provocazione al combattimento spirituale (6). La Chiesa distingue fra tendenze e attuazione di queste tendenze. La Chiesa pertanto distingue anche fra persone che sperimentano tentazioni omosessuali e atti omosessuali. Uomini e donne che sperimentano inclinazioni sessuali orientate predominantemente verso membri dello stesso sesso sono considerate persone omosessuali. Gli atti sessuali volontari, od ogni forma di contatto sensuale per una gratificazione sessuale, fra persone dello stesso sesso è considerata attività omosessuale. Mentre il peccato originale è la causa remota dall'omosessualità, la causa prossima sembra essere una combinazione di vari fenomeni non totalmente spiegati dalla scienza.
Dal momento che contraddicono il piano del Creatore, gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati. Chiunque acconsenta liberamente ad una pratica omosessuale è personalmente colpevole di peccato grave (7). L'attività omosessuale annulla il ricco simbolismo, significato e fine presente nel disegno del Creatore. Nella sua intrinseca sterilità esso contraddice la vocazione ad una vita di auto-donazione nell'amore espressa dall'unione complementare coniugale fra uomo e donna (8). L'attività omosessuale manca della finalità essenziale indispensabile per la bontà morale degli atti sessuali. La Sacra Scrittura condanna l'attività omosessuale come una seria depravazione e addirittura «come la triste conseguenza del rifiuto di Dio» (9) (cfr. Rm 1, 24-27). La Chiesa aiuta le persone omosessuali a lottare coraggiosamente contro inclinazioni disordinate e a conformarsi allo splendore della verità che si trova in Gesù Cristo (cfr. Gv 14, 6). «Quando respinge le dottrine erronee riguardanti l'omosessualità, la Chiesa... difende la libertà e la dignità della persona» (10). L'armonia sociale dipende, in parte, dalla realizzazione corretta del mutuo sostegno e complementarità fra i due sessi, motivo per cui la Chiesa non può appoggiare una legislazione civile che protegga «un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto» (11). Mentre si oppone ai rapporti omosessuali, la Chiesa anche difende le persone omosessuali da quelle forme di discriminazione che sono ingiuste (12) e cerca di aiutarle a trovare gioia e pace nel vivere la virtù della castità. Coloro che soffrono per inclinazioni omosessuali non sono necessariamente responsabili della loro condizione. Nessuno dovrebbe giudicare tali persone come inferiori. La lunga esperienza della Chiesa dimostra che con l'aiuto della grazia di Gesù Cristo, la recezione frequente dei sacramenti della Riconciliazione e della Santa Eucaristia, l'impegno ascetico, e – in taluni casi - una terapia medica, essi possono evitare il peccato e fare progressi nel cammino verso la santità. Tutti devono lottare per compiere ciò che è giusto, ed è solo con la grazia di Dio e con un grande sforzo che uomini e donne riescono a realizzare la loro propria perfezione interiore. La Chiesa riconosce l'eguale dignità di tutte le persone ed offre un'accoglienza materna a coloro che sperimentano inclinazioni omosessuali. Allo stesso tempo la Chiesa condanna in modo assoluto ogni malizia in parole o azioni nei confronti di persone omosessuali ed insegna che tale comportamento mette in pericolo i principi più fondamentali di una sana società. Di conseguenza la Chiesa insegna che la legge umana dovrebbe promuovere il rispetto per la dignità intrinseca di ogni persona (13).

3. Orientamenti per una pastorale delle persone omosessuali
Nella sua azione pastorale la Chiesa apre le sue braccia a tutti gli uomini e a tutte le donne. «La Chiesa è il luogo in cui l'umanità deve ritrovare l'unità e la salvezza» (14). «Ogni salvezza viene da Cristo-Capo per mezzo della Chiesa che è il suo Corpo» (15). Con iniziativa creativa motivata dalla carità, e senza alcun timore, il fedele cristiano esprime il paterno amore di Dio per tutti andando alla ricerca di ciascuno e venendo incontro al suo desiderio di salvezza. Convinta che la perfezione salvifica della libertà umana può essere trovata solo nella verità di Gesù Cristo, la Chiesa deve sempre proclamare coraggiosamente la morale cristiana, anche quando incontra opposizione o, in casi estremi, persecuzione e martirio (16).
Pertanto, ogni impegno pastorale o apostolato a favore delle persone omosessuali dovrebbe adempiere alle seguenti condizioni.
1) Il rispetto per l'eguale dignità delle persone omosessuali esige di riconoscere che le azioni peccaminose, come gli atti omosessuali, ledono la dignità umana. I ministri della Chiesa perciò devono vigilare perché nessuna persona omosessuale loro affidata sia fuorviata dalla diffusa opinione erronea che l'attività omosessuale è una inevitabile conseguenza della condizione omosessuale (17).
2) Per essere efficace, autentica e fedele, ogni cura pastorale di persone omosessuali deve far conoscere la grave peccaminosità del comportamento omosessuale. Senza respingere nessuna persona di buona volontà, la pastorale per i fedeli omosessuali deve comunicare, quanto prima possibile, le esigenti ma attraenti condizioni della verità morale. Dal momento che alcune persone possono sentirsi respinte dalla Chiesa, la cura pastorale delle persone omosessuali raggiunge i maggiori risultati quando le aiuta a riconoscere che la Chiesa le accetta come persone, mentre le aiuta a comprendere l'insegnamento della Chiesa.
3) Con il loro sforzo di vivere secondo il Vangelo, le persone omosessuali raggiungono la pace e il dominio delle loro tendenze disordinate. Essi sono incoraggiati ad imparare che con l'amore di Cristo, «possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana» (18). Ogni attività pastorale con le persone omosessuali dovrebbe pertanto privilegiare l'impegno ascetico personale, la generosa accettazione della volontà di Dio, il riconoscimento di essere un figlio di Dio, e l'unione delle proprie sofferenze e difficoltà al sacrificio della croce del Signore (19). Con una comprensione ricca di compassione la cura pastorale della Chiesa dovrebbe incoraggiare il fedele omosessuale a sperare nella potenza della risurrezione del Signore, con la fiducia che lo Spirito Santo produrrà in loro «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé» (Gal 5, 22). Così come San Paolo scrive ai Galati, «ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri» (Gal 5, 24). Le persone omosessuali pertanto dovrebbero far uso dei mezzi sperimentati per crescere nella virtù della castità, fra cui la frequente recezione dei sacramenti della Penitenza e della Santa Comunione.
4) L'autenticità della pubblica proclamazione del Vangelo da parte della Chiesa deve essere garantita dall'assicurazione che tutti coloro che sono impegnati nella pastorale delle persone omosessuali, specialmente il clero ed i religiosi, siano personalmente convinti della dottrina della Chiesa e pronti a professare la dottrina della Chiesa come la loro propria. L'affidabilità pubblica dei ministri della Chiesa esige che essi credano e professino gli insegnamenti della Chiesa. Per attirare nuovi membri alla Chiesa si esigono convinzioni personali ferme ed impegno. Un'efficace pastorale in favore delle persone omosessuali, anche con quelle che possono sentirsi emarginate dalla Chiesa, esige prontezza nel comunicare la dottrina morale della Chiesa con un'adesione personale. La riluttanza nell'esprimere la totalità della morale cristiana soltanto danneggia la cura pastorale delle persone omosessuali e pertanto reca loro una grave ingiustizia.
5) Ogni impegno pastorale pubblico nei confronti delle persone omosessuali dovrebbe essere fatto in stretta unità e sotto la guida del Vescovo locale allo scopo di garantire che la pastorale rifletterà sempre la pienezza della dottrina cattolica.
6) La pastorale nei confronti delle persone omosessuali non dovrebbe mai rifuggire dal proclamare la verità per timore di critiche, e dovrebbe parlare coraggiosamente contro la pretesa che la condanna dell'attività omosessuale sia una specie di discriminazione ingiusta delle persone omosessuali o una violazione dei loro diritti (20). Coloro che accettano la condizione omosessuale come se non fosse disordinata e legittimano gli atti omosessuali «sono mossi da una visione opposta alla verità sulla persona umana, che ci è stata pienamente rivelata nel mistero di Cristo» (21). Anche se non se ne rendono conto, la loro approvazione dell'omosessualità riflette «una ideologia materialistica, che nega la natura trascendente della persona umana, così come la vocazione soprannaturale di ogni individuo» (22).
7) Per evitare malintesi o confusioni, la pastorale in favore delle persone omosessuali deve sempre essere totalmente indipendente da ogni gruppo che favorisca uno stile di vita «gay» o pretenda che la condizione omosessuale sia equivalente o in qualche modo superiore alla castità vissuta nel matrimonio o nel celibato. Gli operatori pastorali impegnati a favore delle persone omosessuali non dovrebbero associarsi con organizzazioni che promuovano mutamenti nella legislazione civile che offuschino il riconoscimento giuridico del matrimonio e della famiglia equiparandovi le unioni omosessuali (23).

La Chiesa è consapevole della responsabilità di dover conservare il dono inestimabile della Rivelazione e di doverlo difendere contro ogni influenza nefasta. I programmi pastorali, quando sono intrapresi in conformità con la verità della Rivelazione, contribuiscono al benessere umano e spirituale delle persone omosessuali, ed all'integrità della società. Non si deve mai dimenticare che «ogni allontanamento dall'insegnamento della Chiesa, o il silenzio su di esso, nella preoccupazione di offrire una cura pastorale, non è forma né di autentica attenzione né di valida pastorale. Solo ciò che è vero può ultimamente essere anche pastorale. Quando non si tiene presente la posizione della Chiesa si impedisce che uomini e donne omosessuali ricevano quella cura, di cui hanno bisogno e diritto» (24).

Note:
1) Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera Homosexualitatis problema (1 ottobre 1986), 6.
2) Homosexualitatis problema, 7.
3) Cfr. Homosexualitatis problema, 6.
4) Catechismo della Chiesa Cattolica, 405
5) Catechismo della Chiesa Cattolica, 2357.
6) Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 405.
7) Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2396.
8) Cfr. Homosexualitatis problema, 7.
9) Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Persona humana, 8.
10) Homosexualitatis problema, 7.
11) Homosexualitatis problema, 10.
12) Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2358. Tuttavia «vi sono ambiti nei quali non è ingiusta discriminazione tener conto della tendenza sessuale: per esempio, nella collocazione di bambini per adozione o affido, nell'assunzione di insegnanti o allenatori di atletica, e nel servizio militare» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non-discriminazione delle persone omosessuali, in: L'Osservatore Romano, 24 luglio 1992, 11).
13) Cfr. Homosexualitatis problema, 10.
14) Catechismo della Chiesa Cattolica, 845.
15) Catechismo della Chiesa Cattolica, 846.
16) Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Veritatis splendor, 91.
17) Cfr. Persona humana, 8.
18) Catechismo della Chiesa Cattolica, 2359.
19) Cfr. Homosexualitatis problema, 12.
20) Cfr. Homosexualitatis problema, 9.
21) Cfr. Homosexualitatis problema, 8.
22) Cfr. Homosexualitatis problema, 8.
23) Cfr. Homosexualitatis problema, 9.
24) Cfr. Homosexualitatis problema, 15.

Omosessualità e verità del Vangelo: verso una efficace cura pastorale
ROBERT A. GAHL, Jr. - Pontificia Università della Santa Croce
Pubblicato in L'Osservatore Romano, 15 luglio 1999
Ristampato in Antropologia cristiana e omosessualità. Nuova edizione ampliata Città del Vaticano : L'Osservatore Romano, 2000. Quaderni de "L'Osservatore Romano", pp. 134-140

lunedì 13 aprile 2015

LA SALUTE, L'AMICO, LA SAPIENZA (Agostino d'Ippona)


"In questo mondo solo due cose sono necessarie: la salute e l'amico; queste le cose di grande importanza, quelle che non dobbiamo disprezzare. La salute e l'amico sono beni propri della natura umana. Dio ha creato l'uomo per l'esistenza e la vita: ecco la salute; ma, perché non fosse solo, ecco l'esigenza dell'amicizia. L'amicizia, quindi, ha il suo principio nel coniuge e nei figli e si apre agli altri uomini. Ma considerando che noi abbiamo avuto soltanto un padre ed una madre, chi sarà l'altro uomo? Ogni uomo è prossimo ad ogni uomo. Rivolgiti alla natura. È uno sconosciuto? è un uomo. È un avversario? è un uomo. È un nemico? è un uomo. È un amico? resti amico. È un avversario? diventi amico.
Come la sapienza divenne prossima a noi. Ogni uomo prossimo ad ogni uomo.
A questi due beni necessari in questo mondo, la salute e l'amico, viene ad accompagnarsi la straniera Sapienza.

Trova che tutti sono stolti, immersi nell'errore, attaccatissimi alle cose superflue, amanti dei beni temporali, ignari dei beni eterni. Questa Sapienza non entrò in amicizia con gli stolti. Perciò, non essendo amica degli stolti, anzi ben lontana da loro, prese su di sé il nostro prossimo e si fece prossima a noi. Questo è il mistero di Cristo. Che più dell'insipienza è a distanza dalla Sapienza? Che più dell'uomo tanto prossimo all'uomo? Che cosa - io ripeto - più dell'insipienza è all'estremo opposto della Sapienza? La Sapienza, dunque, prese su di sé l'uomo e si fece prossima all'uomo secondo ciò per cui l'uomo le era prossimo. [...] Abbiamo ora presenti tre cose: la salute, l'amico, la sapienza".


mercoledì 1 aprile 2015

LA CASTITÀ (di san Giovanni Cassiano)

San Giovanni Cassiano
Giovanni Cassiano Le Conferenze ai monaci, Città Nuova, Libro II, Conferenza XII, pp. 34-63

La castità

1. Discorso dell'abate Cheremone sulla castità
2. Il corpo del peccato e le sue membra
3. La mortificazione della fornicazione e dell'impurità
4. Per ottenere la purezza della castità non basta l'impegno dell'uomo
5. Utilità degli assalti provocati dagli incentivi della carne
6. La pazienza spegne il fuoco dell'impurità
7. I differenti gradi della castità
8. Coloro che sono privi di esperienza non possono trattare della natura della castità e dei suoi effetti
9. Questione: è possibile evitare i moti della carne durante il sonno?
10. I moti della carne che sopravvengono durante il sonno non recano danno alla castità
11. C'è molta differenza fra la continenza è la castità
12. Le particolari meraviglie operate dal Signore in favore dei suoi santi
13. Soltanto coloro che ne fanno esperienza conoscono la dolcezza della castità
14. Questione: con quale genere di astinenza e in quanto tempo si può giungere alla perfezione della castità
15. Entro quale tempo si può riconoscere se la castità è possibile
16. Fine e rimedio della castità

1. Discorso dell'abate Cheremone sulla castità
Compiuta la refezione, la quale sembrò più gravosa che gradita a noi che ormai eravamo presi dal desiderio dell'istruzione, non appena il vegliardo s’avvide che noi eravamo in attesa del discorso da lui a noi promesso, così prese a dire: «Mi è gradita non solo la tensione della vostra mente, ma anche l'ordine degli argomenti da voi proposto. È stata infatti tenuta presente da parte vostra una ragionata successione delle vostre interrogazioni. E in realtà diviene necessario che il privilegio d'una perfetta e indefettibile castità segni come premio senza limiti la pienezza d'una distinta carità: pari perciò dovrà risultare la gioia nell’uguale conseguimento delle due palme, perché le due virtù sono talmente associate che l’una non può essere posseduta senza l'altra. È questo il motivo per cui la vostra proposta diviene complessa, dovendo anzitutto chiedersi se il fuoco della concupiscenza, di cui questa nostra carne sente come connaturale tutto l'ardore, si possa totalmente estinguere. Risolveremo dunque la questione in modo simile alla conferenza precedente. Anzitutto cercheremo di vedere con molta diligenza il pensiero del beato Apostolo in materia: “Mortificate le vostre membra terrene” (Col 3,5). Prima dunque di risolvere altri argomenti, dobbiamo indagare quali sono le membra che egli ci ha ordinato di mortificare. È certo che il beato Apostolo non ci obbliga con un duro precetto al taglio delle mani o dei piedi o dei genitali; al contrario, egli desidera che sia mortificato al più presto, nel fervore della perfetta santità, il corpo del peccato, il quale indubbiamente risulta formato di diverse membra. Di questo corpo egli parla appunto in altro luogo, dicendo: “…affinché sia distrutto il corpo del peccato” (Rm 6,6), e conclude, dichiarando di quale genere si debba intendere tale distruzione: “…affinché, noi non siamo più schiavi del peccato” (Rm 6,6). In più egli chiede con un gemito d'essere liberato da questo corpo, fino a dichiarare: "Ah, me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?" (Rm 7,24).

2. Il corpo del peccato e le sue membra
Ne segue allora che questo corpo del peccato risulta strutturato con gli elementi propri dei vizi, sicché concorre alla sua composizione tutto quello che, peccando, si commette con gli atti oppure con le parole oppure con i pensieri. Tali elementi giustamente vengono denominati terreni. Infatti, coloro che ricorrono al loro apporto non potranno certo confessare con verità: “La nostra patria e nei cieli” (Fil 3,20). L'Apostolo quindi, elencando le membra di un tale corpo, così si esprime: “Mortificate le vostre membra: la fornicazione, l'impurità, la libidine, le passioni peccaminose e l'avarizia, che è una schiavitù propria dell'idolatria” (Col 3,5). Anzitutto dunque egli crede di dover porre al primo posto la fornicazione, che si attua con la comunicazione della carne. Come secondo membro egli enumera l'impurità, la quale, talora, anche senza la presenza di una donna, durante il sonno come nella veglia, irrompe a causa della negligenza della mente, e perciò essa viene richiamata e vietata dalla Legge in quanto escludeva tutti gli impuri non solo dalla partecipazione alle vivande sacre, ma comandava pure che venissero allontanati dall'interno degli accampamenti, affinché non potessero contagiare con la loro presenza le cose sacre. Ecco le parole della Legge: “Chiunque si troverà in stato di peccato e avrà mangiato della carne del sacrificio di salvezza offerto al Signore perirà davanti al Signore” (Lv 7,20); come pure: “Tutto quello che l'impuro toccherà, sarà impuro” (Nm 19,22). Anche nel Deuteronomio così è scritto: “Se verrà a trovarsi fra di voi un uomo lordatosi a causa di un sogno notturno, esca fuori dal campo e non vi faccia ritorno se, prima della sera, egli non si sia lavato con acqua” (Dt 23,10-11). Poi, come terzo membro del corpo del peccato, egli colloca la libidine, la quale annidandosi nei recessi dell'anima, può manifestarsi anche senza la passione del corpo. Infatti non ve dubbio che la libidine trae il suo nome da quello che piace (libet). In seguito, discendendo dai peccati maggiori a quelli minori, l'Apostolo designa come quarto membro del corpo del peccato le passioni peccaminose (concupiscentia mala), le quali però, non possono riferirsi solamente alla suddetta passione dell'impurità, ma anche, almeno in generale, a tutte le cupidigie morbose: esse esprimono effettivamente e unicamente la malattia di un'anima corrotta. Di essa così si esprime il Signore: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Mt 5,28). E in realtà è molto più difficile contenere il desiderio prodottosi in una mente lubrica, proprio quando le viene offerta l'occasione di una visione allettante.

Da questi argomenti viene dunque dimostrato con molta evidenza che alla perfezione della purezza non può bastare la sola castità della continenza corporea, se non vi si aggiunge pure l'integrità della mente. Al termine di quell'elenco ecco che l'Apostolo richiama anche “l'avarizia”, volendo indubbiamente dimostrare che non solo occorre distogliere l'animo dall'avidità dei beni altrui, ma che bisogna pure, con grandezza d'animo, disprezzare i beni propri. Questo comportamento infatti viene adottato anche dai primi fedeli, come si legge negli Atti degli apostoli: "La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola, e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune... Quanti possedevano campi o case, li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno" (At 4,32 e 34-35). In più, perché una perfezione di tale genere non sembri destinata a pochi, l'Apostolo dichiara che l'avarizia si riduce a una specie di idolatria (Cf. Col 3,5). E lo dice giustamente. Chiunque infatti non viene incontro alle necessità dei bisognosi e pospone i precetti di Cristo alle proprie ricchezze, conservate con la tenacia tutta propria degli infedeli, incorre nella colpa dell'idolatria, in quanto preferisce l'amore d'una materia terrena alla stessa carità divina.

3. La mortificazione della fornicazione e dell'impurità
E allora, se noi vediamo che molti, per l'amore di Cristo, hanno rinunciato ai loro beni al punto da poter noi stessi constatare che essi, non solo hanno rinunciato al possesso del danaro, ma hanno perfino distolto dal loro cuore, e per sempre, il desiderio di possederne, ne deriva per conseguenza la persuasione che è per noi possibile estinguere, nella stessa misura, l'ardore della fornicazione. L'Apostolo infatti, non avendo dichiarato che una delle due prerogative è impossibile, ben sapendo invece che l'una e l'altra sono possibili, conclude che ambedue devono essere mortificate allo stesso modo. E a tal punto l'Apostolo confida che la fornicazione come l'impurità possono essere estirpate dalle nostre membra che non solo dichiara che esse devono essere mortificate, ma neppure essere tra noi nominate, e così si esprime: "Quanto alla fornicazione e ad ogni genere di impurità o di avarizia, neppure se ne parli tra di voi; lo stesso si dica per le volgarità, le insulsaggini, le trivialità: cose tutte sconvenienti" (Ef 5,3-4). In più egli insegna che tali colpe sono dannose in pari modo, che esse ci respingono fuori dal regno di Dio con uguale esclusione. Ecco le sue parole: "Sappiatelo bene: nessun fornicatore o impuro o avaro, cosa che appartiene all'idolatria, avrà parte nel regno di Cristo e di Dio" (Ef 5,5); e ancora "Non illudetevi! Né gli impudichi, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effemminati, né i sodomiti, né i ladri, né gli avari, né gli ubriaconi, né i maldicenti, né i rapinatori hanno l'eredità del regno di Dio" (1 Cor 6,9-10). Non deve dunque sussistere dubbio sulla possibilità di estirpare dalle nostre membra il contagio della fornicazione e dell'impurità, visto che egli comanda di divellere nella stessa misura l'avarizia, il parlare da stolti, la scurrilità, l'ubriachezza e i furti, tutti vizi di cui è facile l'amputazione.

4. Per ottenere la purezza della castità non basta l'impegno dell'uomo
È comunque conveniente per noi essere persuasi che, sebbene ci atteniamo ad ogni austerità nel nostro comportamento fino a sostenere la fame e la sete e, in più, le veglie, un'attività continuata e un’incessante dedizione alla lettura, non potremo mai assicurarci, nonostante il merito di tante fatiche, una perpetua purezza di castità, fino a che, pur affaticandoci senza sosta in tali impegni, non saremo ammaestrati dall'insegnamento dell'esperienza che l'incorruttibilità è frutto della larghezza della grazia divina.

Ognuno dunque si convinca di dover perseverare in questi impegni unicamente in vista di questo fine, quello di meritare, una volta conseguita la misericordia del Signore per effetto delle afflizioni, di essere liberati dagli assalti della carne e dall'influenza prepotente dei vizi per un dono di Dio, senza confidare di raggiungere da se stesso, con la propria condotta, l'inviolata castità del corpo, pur tanto desiderata. E allora occorre essere infiammati da un desiderio e da un amore tanto grande, quanto è quello di chi brama con tutta l’avidità le ricchezze, di chi è tutto preso dall'incontenibile ambizione degli onori e di chi è attirato dall'amore invincibile d’una bella donna: tutti costoro infatti desiderano l'adempimento dei loro desideri con impazientissimo ardore. Avverrà così che lui, mentre si sente acceso da una brama insaziabile di una continuata integrità, disprezzerà la pur desiderata voglia di cibo, avrà in orrore la pur necessaria bevanda, respingerà infine anche il sonno stesso, pur dovuto alle esigenze della natura, affrontato però dalla sua mente attenta e sospettosa come un inganno assai fraudolento della purezza e come avversario e contrario alla castità; ne deriva così che ognuno, ogni giorno, divenuto al mattino indagatore della propria integrità, viene preso dalla gioia nel riconoscere la purezza a lui concessa, e così s’avvede che non l'ha mantenuta per la sua attenta vigilanza, ma che essa è dovuta alla protezione del Signore; egli finirà così per comprendere che la durata della sua purezza è legata al suo corpo finché il Signore gliela elargirà nella sua misericordia.

Infatti colui che otterrà stabilmente questa fede, mai confiderà superbamente nella sua propria virtù, così come non si lascerà, sedotto dalla lunga sospensione di quel liquore osceno, condurre da una lusinghiera sicurezza, ben sapendo di correre allora il rischio di essere ben presto imbrattato e cosparso dall'impurità, se da lui si allontanerà anche per poco la protezione divina. Ne segue quindi che, allo scopo di assicurare la continuità di quella purezza, si deve vegliare con ogni contrizione e umiltà di cuore e con indefesse orazioni.

5. Utilità degli assalti provocati dagli incentivi della carne
E allora, sulla verità di quanto ora è stato asserito, volete accogliere una prova evidente, in modo da ammettere gli elementi addotti ad essere ragguagliati che questa lotta del corpo, la quale viene come a noi nemica e nociva, è stata invece utilmente immessa nelle nostre membra? Considerate, vi prego, quale è la causa che rende coloro che sono impotenti soprattutto ignavi e tiepidi nel praticare la virtù. Non è forse questo il motivo, il fatto cioè che essi sono convinti di non avere in se stessi il rischio di inquinare la loro castità?

Nessuno tuttavia creda che io abbia suggerito una tale insinuazione in modo da confermare che proprio nessuno, tra di essi, si trova in grado di aspirare ad una completa rinuncia; al contrario, qualora essi riescano a vincere la loro natura, ammesso perciò che alcuni di loro tendano a raggiungere la palma della perfezione con un'altissima decisione dell'animo, il loro ardore e il loro desiderio, una volta radicati in essi assai bene, li indurranno a sopportare non solo con pazienza, ma anche di buon grado la fame, la sete, le veglie, la nudità e tutte le fatiche fisiche. "Infatti l'uomo, in mezzo ai dolori, si affatica per se stesso e si sforza per impedire la sua rovina" (Prv 16,26), e ancora: "Per l'uomo premuto dal bisogno anche le cose amare sembrano dolci" (Prv 27,7). E in realtà i desideri delle cose presenti non potranno essere repressi o distolti in altro modo, se non saranno introdotti in noi altri elementi salutari al posto delle affezioni nocive che noi desideriamo espellere. In nessuna maniera potrà persistere la vivacità della mente senza la presenza di qualche desiderio o timore, di qualche gioia o amarezza, a meno che questi stessi sentimenti siano mutati in una sorte migliore. Pertanto, se noi desideriamo escludere dal nostro cuore le bramosie carnali, immettiamo immediatamente al loro posto compiacenze spirituali in modo che il nostro animo, una volta innestato in questi sentimenti, trovi dove trattenersi in continuità e così possa respingere le attrazioni delle gioie presenti e mondane.

Allorché la nostra mente, dopo essersi addestrata con esercizi quotidiani, avrà raggiunto un tale stato, allora sotto l'impulso dell'esperienza, sentirà come proprio il sentimento di quel versetto che tutti ripetiamo con il canto della consueta recitazione dei salmi, di cui, però, in verità, ben pochi, quelli esperti, percepiscono l’efficacia: "Io ponevo sempre innanzi a me il Signore, Egli sta alla mia destra, ed io non posso vacillare" (Sal 15,8). In realtà conseguirà efficacemente la piena intelligenza di quelle parole solamente colui che, aggiungendo alla purezza del corpo e dell'anima, quella appunto di cui stiamo parlando, comprenderà che egli, in ogni momento, deve essere sostenuto dal Signore per non essere di nuovo da essa divelto, e che la sua destra, cioè la sua santa operosità, deve essere sempre da lui protetta. Il Signore infatti non assiste i suoi santi dalla parte sinistra, perché l'uomo santo non ha nulla di sinistro, ma è sempre presente dalla parte destra; Iddio non è veduto dai peccatori e dagli empi, perché essi non hanno quella parte destra, da cui il Signore e solito assistere, e tanto meno perciò essi possono ripetere: "I miei occhi sono sempre rivolti al Signore, poiché Egli libererà dal laccio i miei piedi" (Sal 24,15).

Nessuno quindi potrà pronunciare veracemente tali parole, se, ritenendo tutte le cose del mondo nocive o superflue o, comunque, inferiori all'apice della virtù, non dirigerà ogni suo sguardo, ogni impegno e ogni cura a coltivare il proprio cuore e ad assicurarsi la purezza della castità. E così la mente, rifinita con tali esercizi e perfezionata per effetto dei suoi progressi, perverrà alla completa santità del corpo e dell'anima.

6. La pazienza spegne il fuoco dell'impurità
Quanto più uno si affinerà nella dolcezza e nella pazienza, tanto più progredirà nella purezza del cuore; quanto più uno espellerà lontano da sé la passione dell’ira, con tanta maggiore tenacia si assicurerà la castità. Egli infatti non riuscirà a correggere gli ardori del corpo, se prima non avrà compreso i moti dell'animo. E questo lo dichiara con tutta evidenza la beatitudine enunciata dalla bocca del Salvatore: "Beati i miti, perché possederanno la terra" (Mt 5,4). Ne segue dunque che non in altro modo noi saremo in possesso della nostra terra, cioè non in altro modo per questo nostro corpo, così ribelle, diverrà soggetta al nostro potere, se prima la nostra mente non si sarà ben fondata sulla dolcezza della pazienza, così come nessuno potrà comprimere le lotte della libidine, insorgenti contro la propria carne, se prima non si premunisce con le armi della mansuetudine. Infatti “i mansueti possederanno la terra”, come pure: “Essi abiteranno per sempre su di essa” (Sal 36,11 e 29). Come poi ci sia possibile possedere quella terra, lo stesso profeta lo insegna nei versetti successivi del medesimo salmo: "Attendi il Signore e custodisci la sua via; Egli ti esalterà e tu avrai in eredità la terra" (Sal 36,34). Risulta dunque che al possesso sicuro di quella terra nessuno può arrivare, se non coloro i quali, per mezzo della salda dolcezza della pazienza, seguendo le vie dure del Signore e i suoi precetti, saranno infine esaltati, poiché sarà il Signore stesso a sollevarli dal fango delle passioni carnali. Saranno dunque i mansueti a possedere la terra, e non solo la possederanno, ma anche “godranno di una grande pace” (Sal 36,11), di cui nessuno, nella carne del quale si agita ancora la guerra della concupiscenza, sarà in grado di godere stabilmente. Necessariamente infatti egli sarà fatto segno ai ferocissimi assalti dei demoni e, una volta ferito dalle infocate frecce della lussuria, sarà cacciato via dal possesso della terra fino a quando “il Signore farà cessare la guerra sino ai confini della terra, romperà gli archi e spezzerà le lance e brucerà con il fuoco gli scudi” (Sal 45,10), ed è quanto dire che con il fuoco, da lui diffuso sulla terra (Cf. Lc 12,49), il Signore stesso spezzerà gli archi e le armi, con le quali le malignità spirituali, combattendo notte e giorno, trapassavano il suo cuore con le infuocate armi delle passioni. E così, allorché il Signore ponendo fine alle sue lotte, l’avrà liberato da tutti gli ardori degli incentivi provocati dalle passioni, egli giungerà allo stato perfetto della purezza, in modo che lui, deposta la confusione, per la quale egli nutriva orrore per se stesso, voglio dire, per la propria carne, allorché era assalito, comincerà compiacersi di essa, come di un purissimo rifugio: infatti “non ti potranno colpire i mali e nessun colpo cadrà sulla tua tenda” (Sal 90,10).

È così che egli, con la virtù della pazienza, perverrà a quella realtà intesa dal profeta, in modo che, per il merito della mansuetudine, egli non solo erediterà la terra, ma, in più “si diletterà nell'abbondanza della pace” (Sal 36,11). Dove però sussiste ancora la sollecitudine della lotta, ivi non può esservi l'abbondanza della pace. Il profeta infatti non dice “sì diletterà nella pace”, quanto invece “nell'abbondanza della pace”. Con tale espressione si dimostra ovviamente che la pazienza è una medicina del cuore, efficace a tal punto che, secondo la sentenza di Salomone, “l’uomo mansueto è una medicina del cuore” (Prv 14,30); essa non soltanto elimina gli stimoli dell'ira, della tristezza, dell'accidia, della vanagloria e della superbia, ma anche il fomite della libidine ed egualmente di tutti i vizi. Così infatti si esprime Salomone: “Per i re la prosperità consiste nella longanimità” (Prv 25,15). In realtà colui che sempre è mite e tranquillo, non si accende per l'insorgere dell'ira, non è consunto dal tormento dell'accidia e della tristezza, non si eleva per vanagloria e non si inorgoglisce per la superbia: “Molta pace per coloro che amano il nome del Signore; per essi non vedo molestia” (Sal 118,165). Pertanto giustamente è stato dichiarato: “L'uomo paziente vale più di un eroe, e chi domina se stesso vale più di chi conquista una città” (Prv 16,32).

Pertanto finché noi non meriteremo questa pace sicura e perenne, necessariamente saremo soggetti a molti assalti, e perciò occorre che noi ripetiamo frequentemente, con gemiti e lacrime, questo versetto del salmo: “Sono diventato miserabile e afflitto in ogni luogo; triste mi aggiro tutto il giorno, poiché i miei fianchi sono pieni di illusioni” (Sal 37,7-8), e ancora: “Non c'è nulla di sano nella mia carne in vista della tua collera; non v’è pace nelle mie ossa in vista della mia insipienza” (Sal 37,4). Allora infatti noi emetteremo convenientemente e veracemente tali lamenti, allorché, dopo una prolungata purezza del nostro cuore, pur sperando che siano già cessati in tutti modi i contagi della carne, avvertiremo nuovamente insorgere contro di noi gli stimoli della carne, e questo a causa della dilatazione del cuore, così come quando, certamente per l'inganno dei sogni, ci sorprende l'impurità della trascorsa condiscendenza. E in realtà, allorché qualcuno comincerà a godere di una continuata purezza d'anima e di corpo, necessariamente, mentre crederà di non potere ormai per lungo tempo essere distolto da quella fermezza, se ne glorierà fra se stesso fino ad esclamare: “Nella mia prosperità ho detto: nulla mi farà vacillare” (Sal 29,7); quando però il Signore si sarà allontanato da lui per suo bene, ed egli avvertirà che quel suo stato di purezza, in cui egli confidava per sé solo, risulta sconvolto, ed egli stesso si accorgerà di vacillare proprio in quel suo spirituale successo, è allora che egli dovrà immediatamente ricorrere all'autore della sua integrità e riconoscendo e confessando la propria infermità, esclami: “Non per la mia volontà, ma per la tua, Signore, hai aggiunto prestigio alla mia virtù; ma quando è nascosto il tuo volto, io sono stato turbato” (Sal 29,8). Utili risultano pure le parole del beato Giobbe: “Anche se mi fossi ripulito con l'acqua della neve e le mie mani rifulgessero per tutta mondezza, tuttavia tu mi tufferesti nel fango e le mie vesti mi avrebbero in orrore” (Gb 9,30-31). E tuttavia non potrà rivolgere tale preghiera al suo Creatore colui che, per sua colpa, si macchia nelle sordidezze. E allora, in attesa di giungere allo stato di una perfetta purezza, è necessario che egli si ammaestri molto frequentemente in tali alternative fino a quando, riaffermatosi con la grazia di Dio nella purezza desiderata, meriti di dire efficacemente: “Ho atteso con insistenza il Signore ed Egli si è rivolto a me. Ha esaudito la mia preghiera e mi ha tratto fuori dal fango della mia miseria. Ha stabilito i miei piedi sulla roccia e ha resi sicuri i miei passi” (Sal 39,2-3).

7. I differenti gradi della castità
Sono molti i gradi della castità, per i quali si giunge fino a quella inviolabile purezza. E allora, sebbene le mie possibilità non siano in grado di esaminarli e nemmeno di prospettarli come meriterebbero, io tenterò tuttavia di presentarli, comunque vada, secondo la mediocrità della mia esperienza, riservandone le forme superiori ai perfetti, senza dunque pregiudicare coloro i quali, in possesso di una castità più pura per effetto d'una pratica più fervorosa, di tanto eccellono per maggiore vigore di perspicacia di quanto risultano più industriosi. E allora io distinguerò in sei gradi le forme superiori della castità, sebbene tali gradi siano fra loro assai differenti nella loro perfezione, in modo da lasciare da parte quelli intermedi che pur risultano numerosi: la loro esilità sfugge talmente ai sensi dell'uomo che la mente non riesce a intuirli né la lingua a esprimerli perfino per coloro, per i quali la perfezione della castità stessa va sensibilmente crescendo per i loro quotidiani progressi. Infatti, secondo la somiglianza del corpo terreno, il quale insensibilmente, giorno dopo giorno, riceve un proprio accrescimento e così, quasi senza accorgersene, si avvia ad una condizione di perfezione, pure così si raggiunge il vigore dell'anima e una matura castità.

Il primo grado dunque della purezza comporta che il monaco, durante la veglia, non soccomba agli assalti della carne; il secondo, che egli non si soffermi sui pensieri relativi a quei piaceri; il terzo è quello di non essere indotti alla concupiscenza, nemmeno per poco, dall'aspetto di una donna; il quarto e quello, in cui, pur essendo sveglio, il monaco non subisca nemmeno un semplice movimento della carne; il quinto è quello di evitare che, qualora una trattazione culturale o una lettura necessaria alluda all'idea della generazione dell'uomo, anche il consenso più sottile dell'azione voluttuosa pervada l'anima; è bene invece considerare il tutto con una visione del cuore tranquilla e pura al pari di un'operazione qualunque o di un ministero necessario al genere umano, e nulla riprendere da quel ricordo, come se la mente dovesse riferirsi ad una fabbricazione di mattoni o a qualunque altra operazione di officina. Il sesto grado della castità è quello di non lasciarsi ingannare anche nel sonno dalle illusive apparizioni di donne. Infatti, sebbene crediamo che simili fantasie suggestive non siano soggette a peccati, sono però un indizio di concupiscenza annidantesi ancora nel fondo dell'animo.

Risulta però che una tale illusione può avverarsi in modi diversi. Infatti, secondo l'abitudine, secondo cui ognuno, da sveglio, è solito operare o pensare, viene tentato anche nel sonno. In un modo infatti s’illudono coloro che conoscono l'unione carnale, in un altro modo gli inesperti di quell'unione. Questi ultimi, come sono soliti essere turbati da sogni più semplici e onesti, così pure possono liberarsene con più facilità e minore fatica. Gli altri invece sono racchiusi nell'ambito di fantasmi ben più sordidi e precisi, finché a poco a poco la loro mente, pur essendo ancora assopiti nel sonno, viene diretta all’odio di quel piacere, in precedenza da essi sperimentato, in base, ovviamente, alla misura della castità, alla quale ognuno di essi ora è teso, e questo è quello che viene loro concesso dal Signore come ad uomini forti, quale altissima ricompensa per i loro sforzi, così come detto dal profeta: “Arco e spada e guerra eliminerò dalla vostra terra e vi farò dormire tranquilli” (Os 2,18).

E così finalmente qualcuno perverrà alla purezza del beato Sereno e di pochi altri simili a lui, intendo a quella purezza che io ho distinto nei sei gradi della castità in precedenza richiamati; ma si ammetterà pure che ben pochi la possiedono, così come si crede che ben pochi vi possono arrivare, perché quanto a lui (Sereno) fu concesso in modo singolare dalla larghezza del dono divino non può essere proposto sotto forma d'un comandamento generale, ed è come dire che la nostra anima non può essere plasmata dalla purezza della stessa castità al punto che, pur essendo mortificato lo stesso moto naturale della carne, essa non possa risentire più l'effetto di quella oscena emissione liquida. Ed io qui non debbo passare sotto silenzio l'opinione di alcuni in rapporto a questa emissione della carne. Costoro affermano che essa non avviene per effetto del sonno, quasi che a produrla sia appunto l'illusione dei sogni; è vero piuttosto che è la ridondanza di quegli umori a provocare in un cuore malato certe figurazioni allettatrici. Essi aggiungono che nel tempo in cui quell'emissione di liquidò non reca fastidio, cessano pure le figurazioni illusive.

8. Coloro che sono privi di esperienza non possono trattare della natura della castità e dei suoi effetti
Nessuno sarà in grado di accettare o di approvare queste conclusioni e definire con esame sicuro se esse sono o non sono possibili, se egli non sarà prima arrivato, sotto la luce delle parole del Signore, ai rispettivi confini della carne e dello spirito attraverso lunga esperienza di purezza di cuore. Di questa materia così parla il beato Apostolo: “La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla, e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). Egli così, posto tra quei due confini (della carne e dello spirito), distinguerà con giusta misura, in posizione di giudice e arbitro, quello che necessariamente e inevitabilmente è dovuto alla condizione dell'uomo e quanto invece è dovuto alla sua consuetudine viziosa e alla sua leggerezza giovanile, e così egli, in rapporto agli effetti e alla natura di quei fattori, non sarà più guidato dalle false opinioni della gente, e neppure si adatterà ai pregiudizi degli inesperti; al contrario, vagliando, come su di una bilancia, la natura della purezza in base alla propria esperienza e con un giusto esame, egli non sarà ingannato dagli errori di coloro i quali, per il vizio della loro negligenza, incolpano, in rapporto alla loro sordidezza, la condizione naturale dell'uomo per le eiaculazioni più frequenti di quanto la natura comporti; e mentre invece risulta che sono loro a imporre più spesso violenza alla natura e a provocare più polluzioni di quanto la natura stessa comporti, attribuiscono la loro intemperanza alle necessità della carne, anzi, allo stesso Creatore, in quanto essi trasferiscono le proprie colpe all'infamia della natura.

Di una tale condotta è detto giustamente nei Proverbi: “La stoltezza dell'uomo intralcia le sue vie, ed egli poi nel suo cuore accusa Dio” (Prv 19,3). Se però qualcuno, dopotutto, non vorrà ammettere queste mie affermazioni, lo prego di non discostarsi da me per un suo personale pregiudizio prima d’aver sperimentato la pratica di una tale disciplina, e solo dopo aver praticato, almeno per pochi mesi, quest'esperimento di vita nella misura tradizionale, certamente non mancherà di approvare quanto io ho esposto, con giudizio propriamente fondato. Invano, del resto, potrà dimostrarsi contrario al fine inteso da ogni arte e da ogni disciplina chiunque non avrà prima affrontato con sommo impegno e volontà tutto quello che si riferisce al loro compimento. Se, per esempio, io affermassi che dal grano si può estrarre una certa somiglianza di miele, oppure che sempre dal frumento o anche dai semi della rafano e del lino, si può produrre l'estratto di un olio leggerissimo, qualora uno dei presenti a quel tentativo, pur del tutto ignaro di simili esperimenti, dichiarasse che tutto questo è contro natura, non mi renderebbe ridicolo per essere io autore di una evidentissima menzogna? Se poi io presenterò a lui gli innumerevoli testimoni in grado di attestare d'aver veduto, gustato è ottenuto questi risultati e, in più, dimostrerò le ragioni e il processo con cui quei materiali si erano trasformati nel grasso dell'olio e nella dolcezza del miele, e se lui invece, persistendo nell'ostinazione della sua stortissima persuasione, continuerà a negare che da quei semi si possa ricavare alcunché di dolce e di grasso, non è forse il caso di sottolineare il suo irrazionale e pervicace accanimento piuttosto che la messa in ridicolo del fondamento delle mie parole, le quali si basano sulla serietà di molti e fedeli testimoni e di prove evidenti e, ciò che vale ancora di più, sulle prove dell'esperienza?

Pertanto, chiunque sarà giunto, con la continua vigilanza del cuore, a uno stato di purezza tale per cui, pur essendo la sua anima ormai del tutto libera dagli impulsi di quelle passioni, la sua carne tuttavia espelle ancora durante il sonno l'eccesso degli umori superflui, finirà allora per comprendere con sicurezza la condizione e la misura della natura, e così al suo risveglio, allorché troverà, sia pur dopo lungo tempo, la propria carne macchiata, se non è lui del tutto irresponsabile, chiamerà allora in causa finalmente la necessità naturale, giunto com’è ormai, senza dubbio, nella condizione di trovarsi tale, durante la notte, quale è durante il giorno, tale stando a letto, quale si sente durante la preghiera, tale, essendo solo, quale nel caso d'essere circondato da un'intera folla di gente, in una condizione insomma da non considerarsi mai tale nell'assoluta segretezza quale arrossirebbe d'essere veduto pubblicamente, e così essere in grado che occhio umano non possa scorgere in lui qualche aspetto che egli vorrebbe fosse celato agli sguardi degli uomini. In questo modo, quando egli comincerà a gioire continuamente del lume soavissimo della castità, potrà esclamare col profeta: "La notte è divenuta luminosa nella mia felicità, poiché le tenebre non sono oscure per te, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce" (Sal 138,11-12). Ma poiché un tale privilegio pare superiore alla natura umana, il Profeta richiama il motivo, per cui egli ha ottenuto di arrivarvi: "Tu hai posseduto i miei reni" (Sal 138,13), ed è come dire: "Non con il mio impegno e nemmeno con la mia virtù ho meritato questa purezza, ma solo perché tu hai mortificato l'ardore del piacere libidinoso, connaturale nei miei reni"».

9. Questione: è possibile evitare i moti della carne durante il sonno?
Germano: «Per esperienza noi siamo convinti, almeno in parte, come sia possibile conservare, con la grazia di Dio, una continuata purezza di corpo durante le ore della veglia, e non neghiamo che la commozione della carne, per effetto del rigore proprio della continenza e per la resistenza stessa dell'anima, possa non assalire durante la veglia ordinaria. Quello invece che noi vorremmo sapere se anche durante il sonno possiamo essere esenti da tale rivolta. Per due motivi infatti noi crediamo che questo non sia possibile; sebbene però non sia consentito parlarne senza castigatezza, tuttavia, poiché la necessità ci costringe a farlo per averne rimedio, chiediamo che tu ce ne parli, perdonandoci se per avventura certe cose fossero da noi avanzate con qualche espressione troppo aperta. Il primo motivo è questo: durante la quiete del sonno, essendo diminuito il vigore della mente, non è possibile prevenire in alcun modo l'evoluzione di quella commozione; secondo motivo è questo: allorché il cumulo dell'urina, durante riposo, avrà riempito la capienza della vescica per il continuo fluire dell’interno umore, provoca pure l'eccitazione delle membra illanguidite, e questo accade per la medesima legge anche ai bambini e agli eunuchi. Così avviene che, seppure il piacere della libidine non riesce a provocare il consenso della mente tuttavia l'indecenza del corpo la umilia di confusione».

10. I moti della carne che sopravvengono durante il sonno non recano danno alla castità
Cheremone: "«Appare evidente che voi non conoscete ancora la consistenza della vera castità, data la vostra convinzione che essa venga conservata soltanto nel tempo della veglia per l'aiuto proveniente dall'austerità della propria condotta; da questo deriva appunto la vostra persuasione che, da parte di chi dorme, essa non possa essere preservata, venendo a mancare in quel tempo il vigore dell'anima. Al contrario, la castità non si mantiene, come voi pensate, con l'ausilio della vita austera, quanto piuttosto per effetto del suo amore e per la gioia della propria personale purezza. Non si parla di castità, ma di continenza, se ad essa resiste ancora qualche attrazione del piacere. Voi dunque potete constatare come a coloro che per la grazia di Dio hanno accolto fin nella profondità del loro essere l'amore della castità, non può nuocere, durante il sonno, il venir meno di una stretta vigilanza, mentre invece è comprovato con segni evidentissimi che essa può venir meno per coloro che pur sono svegli.

E in realtà, tutto quello che viene represso con impegno, procura, a chi si dà da fare, una certa tregua, ma non concede però una cessazione definitiva anche dopo quello sforzo; invece quello che viene represso con una solerzia totale, una volta risolto l'ostacolo al di fuori d'ogni possibile ritorno, concede al vincitore la continua fermezza della pace. E allora, finché noi avvertiamo di essere sorpresi dagli assalti della carne, ci accorgeremo di non essere ancora arrivati ai fastigi della castità, e che, al contrario, trattenuti ancora nell'infermità della continenza, dovremmo affaticarci a causa di lotte, il cui esito rimane necessariamente dubbioso. Voi voleste inoltre dichiarare che gli assalti della carne sono inevitabili con questo richiamo, che cioè di essi non possono essere esenti neppure gli eunuchi, ai quali sono stati sottratti i genitali; ebbene, occorre allora tenere presente che ad essi non è venuto a mancare l'ardore della carne e neppure il prodotto della libidine, quanto piuttosto l'efficacia della generazione seminatrice. Da tutto ciò appare chiaro che neppure essi se intendono giungere a quella castità, alla quale noi aspiriamo con tanta fatica, debbono rinunciare a premunirsi di umiltà e di contrizione di cuore, come pure dell'austerità della continenza, anche se occorre ammettere che la castità, da parte loro, può essere coltivata con minore impegno e fatica.

11. C'è molta differenza fra la continenza è la castità
E allora la perfezione della castità si distingue per una sua continuata tranquillità dai laboriosi inizi propri della continenza. Tale infatti è il compimento della vera castità, quello che, senza bisogno di impugnare i moti della concupiscenza della carne, e detestandoli invece con tutto il possibile orrore, conserva una propria continua e inviolabile purezza, e così essa null'altro può essere se non santità. E questo avverrà allorché la carne, desistendo dal provocare le sue manovre contro lo spirito, si acquieterà ai desideri e alle virtù dello spirito, e così l'una e l'altro cominceranno ad affiatarsi reciprocamente di una pace solidissima, e, secondo la sentenza del salmista, abiteranno come “fratelli che abitano insieme” (Sal 132,1), in possesso, come saranno, della beatitudine promessa dal Signore, che così ha detto: "Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, essa sarà loro accordata dal Padre mio che è nei cieli" (Mt 18,19). Chiunque pertanto avrà superato il grado di quell'ingegnoso Giacobbe, “il sostitutore” (subplantator), ascenderà, una volta mortificato il nervo del femore, dalla lotta raffigurativa dei vizi al merito del nome di Israele attraverso il continuato indirizzo del cuore. Anche il beato Davide distinse una tale ricomposizione sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, parlando, in primo luogo, di “Dio che si è fatto conoscere in Giudea” (Sal 75,2), vale a dire nell'anima ancora occupata nella confessione dei peccati, poiché il termine Giudea equivale a “confessione”; invece “in Israele”, vale a dire in colui che, già vedendo Dio, ovvero, secondo un'altra interpretazione, nel l'uomo rettissimo davanti a Dio, Iddio non solo è conosciuto, ma “grande il suo nome” (Sal 75,2).

Subito appresso Davide, intendendo elevarci ad uno stato superiore volendo indicarci perfino il luogo stesso nel quale il Signore vive nella sua felicità, dichiara: “La sua dimora e collocata nella pace” (Sal 75,3), ed è quanto dire, essa non è collocata negli assalti delle lotte e nei conflitti dei vizi, ma nella pace della castità e nella serenità del cuore. E allora, se qualcuno meriterà di raggiungere una tale dimora di pace con l'estinzione delle passioni carnali, prendendo l'avvio da questo grado, diverrà ovviamente una vedetta per la visione di Dio ed anche una dimora di Dio. Infatti il Signore non vive tra i conflitti della continenza, ma nell'abituale vedetta della virtù, dove Egli non intende già di smussare o di rintuzzare, ma di eliminare per sempre la potenza degli archi, dai quali un tempo erano lanciati contro di noi i dardi infuocati della libidine. Voi stessi perciò potete constatare che la dimora del Signore, come non si trova in mezzo ai conflitti della continenza, così pure la sua abitazione è situata sulla vedetta e nella contemplazione delle virtù. Ne deriva così non immeritatamente che le porte di Sion sono preferite a tutte le tende di Giacobbe: “Il Signore ama le porte di Sion più di tutte le dimore di Giacobbe” (Sal 86,2). L’asserire, da parte vostra, l'inevitabilità della commozione della carne per il fatto che l'urina, riempiendo con il suo continuo fluire la vescica, eccita le membra durante la loro quiete, anche se ai veri cultori della purezza tali commozioni non impediscono per nulla di assicurarsela, poiché l'eccitamento di tali movimenti avviene raramente e unicamente durante il sonno e per la sola necessità, tuttavia occorre sapere che, seppur le membra sono state così stimolate, esse ritornano nella loro quiete dietro il suggerimento della castità, tanto da ridursi nella loro distensione non solo senza il protrarsi del prurito, ma anche senza il minimo ritardo del piacere pernicioso.

Pertanto, affinché la legge del corpo concordi con la legge dell'anima, anche nell'uso del bere dovrà essere evitato ogni eccesso in modo che l’affluire delle pozioni d'ogni giorno, introdotte più raramente nel corpo ormai disidratato, renda quei movimenti della carne, da voi ritenuti inevitabili, non solo rarissimi, ma anche lenti e tiepidi, quasi, per così dire, alla pari di un fuoco freddo, e così, senza alcuna incitamento di accensione, susciti una fiamma quale apparve nella mirabile visione di Mosé (Cf. Es 3,2), tanto che il roveto del nostro corpo, pur avvinto da un fuoco inoffensivo, non ne resterà bruciato. Lo stesso avvenne per i tre giovani immessi nella fornace dei Caldei, tanto che l'ardore del fuoco non lambì neppure i loro capelli o le frange dei loro vestiti, sicché anche noi cominceremo a possedere in questo nostro corpo quello che ai santi viene promesso per bocca del Profeta: se dovrei passare in mezzo al fuoco non ti brucerai; la fiamma non ti potrà toccare” (Is 43,2).

12. Le particolari meraviglie operate dal Signore in favore dei suoi santi
Grandi veramente e ammirevoli, e in più, del tutto noti unicamente a coloro che li hanno sperimentati, sono i doni che il Signore elargisce con ineffabile generosità ai suoi fedeli ancora trattenuti in questo corpo di corruzione. Il Profeta, esaminando attentamente tali doni con la purezza della sua anima, esclamò a nome proprio e a nome di coloro che giungono a questo stato e a questa disposizione: "Stupende sono le tue opere, ed io gioisco nell'ammirarle" (Sal 138,14). Se così non fosse, dovrebbe intendersi che il Profeta nulla avrebbe detto di nuovo e di grande, qualora appunto si ritenesse che egli avesse pronunciato tali parole con diversa disposizione del cuore o si fosse riferito ad altre opere volute da Dio. Infatti non c'è alcun uomo, il quale non riconosca anche dalla stessa grandezza dell'universo che le opere di Dio sono meravigliose. E in realtà i doni che Dio dispensa ai suoi santi con quotidiana elargizione ed effonde abbondantemente con particolare munificenza, nessuno può riconoscerli all'infuori dell'anima che ne usufruisce, la quale, nel segreto della propria coscienza, è consapevole singolarmente di quei benefici che non solo non riuscirebbe a discorrerne con umane parole, ma neppure a concepirli sensibilmente e intellettualmente, una volta discesa da quel fervore così infuocato alla visione di queste cose materiali e terrene.

Di fatto chi non ammirerebbe le operazioni del Signore, riconoscendo repressa in sé l'insaziabile golosità del suo ventre e la dannosa ingordigia della sua gola a tal punto che a stento si adatterebbe a inghiottire un poco di vilissimo cibo raramente e contro voglia? Chi mai, pieno di meraviglia, non ammirerebbe l'opera di Dio, riconoscendo in sé raffreddato il fuoco della libidine, ch'egli prima riteneva tanto naturale e pressoché inestinguibile, mentre ora egli non si sente eccitato neppure dal più semplice moto della carne? Non ammirerebbe forse la potenza del Signore, perfino col cuore sospeso, chiunque fosse in grado di vedere uomini, una volta crudeli e truculenti, che passavano al sommo della irascibilità furiosa anche di fronte alle espressioni più ossequiose dei loro servi, risalire ora a tanta mansuetudine che non solo non si sentono offesi dalle ingiurie, ma provano gioia con somma longanimità allorché sono fatti segno di ingiurie? Chi non ammirerebbe interamente le opere di Dio fino a proclamare con tutto il cuore: “Io ho conosciuto che grande è il Signore” (Sal 134,5), allorché fosse in grado di osservare se stesso o qualunque altro, divenuto da uomo avarissimo a uomo liberale, da prodigo ad astinente, da superbo a umile, da delicato ed egoista a trascurato e trasandato e, ancor più, volutamente deciso ad abbracciare la povertà e la privazione delle cose presenti?

Indubbiamente sono queste le opere meravigliose di Dio che in modo del tutto particolare il profeta e quanti sono simili a lui intende porre in rilievo come effetto della sua visione e contemplazione, quali opere superiori ad ogni meraviglia. Sono queste le opere prodigiose attuate da Dio sulla terra, quelle che il Profeta, nel considerarle, invita tutti i popoli a farne oggetto di ammirazione, esclamando: “Venite, vedete le opere del Signore, Egli ha fatto portenti sulla terra. Farà cessare le guerre fino ai confini della terra, romperà gli archi e spezzerà le lance, brucerà con il fuoco gli scudi” (Sal 45,9-10). Quale prodigio può essere maggiore di questo: divenire in brevissimo tempo da pubblicani avarissimi in apostoli, da persecutori furiosi in predicatori del Vangelo, disposti ad ogni patimento al punto da diffondere la fede, da essi in precedenza combattuta, e poi praticata anche con rischio dell'effusione del proprio sangue? Sono queste le opere di Dio, che il Figlio afferma di compiere ogni giorno assieme al Padre: “Il Padre mio opera fino al giorno presente, ed io pure opero” (Gv 5,17). Di queste opere di Dio così il beato Davide canta in spirito: “Benedetto il Signore, Dio d'Israele; Egli solo compie prodigi” (Sal 71,18). E, sempre di queste opere, così si esprime il profeta Amos: “Egli crea tutte le cose ed Egli le cambia; cambia in chiarore del mattino l'ombra della morte” (Am 5,8). “E tali mutamenti sono opera della mano di Dio” (Sal 76,11). In riferimento a tale operazione di salvezza da parte di Dio, così il Profeta prega il Signore: “Conferma, Oddio, quanto hai operato in noi” (Sal 67,29).

Io tralascerò allora le elargizioni di Dio, del tutto segrete, che l'anima di tutti i santi intuisce venir attuate nei singoli momenti in modo particolare nel loro intimo; la celeste infusione della letizia spirituale, per la quale l'animo depresso viene sollevato attraverso l'alacrità di una gioia ispirata; così pure gli eccessi infuocati del cuore, come gli ineffabili e inauditi conforti gioiosi, coi quali veniamo talvolta sollevati come da un sonno profondissimo, immersi come siamo in un accidioso torpore, fino ad una orazione ferventissima. È questo il gaudio, di cui il beato Apostolo discorre, accennando a quelle cose “che occhio non vide, ne orecchio udì, né mai entrarono in cuore d'uomo” (1 Cor 2,9). Naturalmente egli parla dell'uomo vittima dei vizi terreni e tutto preso ancora dalle affezioni umane, inetto a comprendere i doni di Dio. Infine lo stesso Apostolo, parlando di sé e di quanti sono simili a lui, appunto perché già disciolti da ogni legame terreno, soggiunse, esclamando: “Ma a noi Dio lo ha rivelato per mezzo dello Spirito” (1 Cor 2,10).

13. Soltanto coloro che ne fanno esperienza conoscono la dolcezza della castità
Risulta dunque che in tutti costoro quanto più l'anima si eleva ad una purezza superiore, con tanta maggiore sublimità essa contempla Dio, sicché ella accoglierà nel suo intimo motivi di ammirazione senza tuttavia trovare la possibilità di parlarne e di comunicarli. Infatti, come chi non ha esperienza di questa gioia, non potrebbe neppure percepirla con la propria mente, così pure chi ne ha fatto esperienza, potrà esprimerla a parole. Al modo stesso, se uno volesse far comprendere a parole la dolcezza del miele a chi non ha mai gustato qualcosa di dolce, certamente né lui potrebbe assaporare, per il solo suono delle parole giunte al suo orecchio, la soavità del miele, mai, di fatto, gustato con la sua bocca, né potrebbe l'altro comprovargli con le parole la dolcezza assaporata attraverso il piacere del gusto; l'esperto, conoscitore di quella dolcezza, solo per averla provata, necessariamente ammirerà nel proprio intimo e nel suo silenzio la giocondità di quel sapore da lui così sperimentato. E di fatto, chiunque meriterà di giungere allo stato delle virtù già da noi indicato, riconoscendo nel silenzio della propria anima i privilegi operati nei suoi santi dalla grazia particolare del Signore, infiammato dall’ammirata considerazione di tutti questi doni, esclamerà con l'intimo affetto del suo cuore: “Sono stupende le tue opere, e la mia anima le conosce assai bene” (Sal 138,14). È proprio questa l'opera meravigliosa di Dio, che un uomo di carne, vivente nella carne, abbia respinto gli affetti carnali, riuscendo, in mezzo alla varietà di tante vicende e di tanti assalti, a mantenersi saldo in un solo stato d'animo e a durare immobile in ogni permutare di avvenimenti. Del tutto fondato in questa virtù, un vecchio, presso Alessandria, circondato da una folla di infedeli e fatto oggetto non solo di improperi, ma anche di gravissime ingiurie da parte di quanti lo assalivano fino a provocarlo con queste parole insolenti: “Quali miracoli ha compiuto Cristo, che voi adorate?”, rispose: “Questo è il miracolo da lui compiuto, di non sentirmi raggiunto né offeso da queste e anche da maggiori vostre ingiurie, se vorrete ancora oltraggiarmi”».

14. Questione: con quale genere di astinenza e in quanto tempo si può giungere alla perfezione della castità
Germano: «L'ammirazione per questa, non umana e terrena, ma del tutto celeste e angelica castità, ci ha talmente riempiti di un subitaneo stupore da destare in noi più la sfiducia che il proposito di disporre il nostro animo ad arrivarvi. E allora noi ti preghiamo di istruirci pienamente con quale tenore di osservanza e in quale misura di tempo sia possibile arrivare a quella castità e perfezionarla, in modo da coltivare la fiducia di poterla conseguire e quindi da essere indotti alla possibilità di raggiungerla in un determinato spazio di tempo. Viventi come siamo in questa nostra carne, noi riteniamo pressoché impossibile raggiungere tale castità, se non a condizione che siano resi ben chiari l'ordine e la via, per i quali si possa arrivare fino ad essa con motivi sicuri».

15. Entro quale tempo si può riconoscere se la castità è possibile
Cheremone: «Sarebbe abbastanza temerario pretendere di determinare una sicura durata di tempo destinato all'acquisto di quella castità, di cui stiamo parlando, soprattutto se si tiene presente la grande diversità dei temperamenti e delle forze, visto che una tale misura non può essere facilmente determinata neppure nel mondo delle arti materiali e nelle discipline visibili. E in realtà il suo raggiungimento dipende dalle intenzioni dell'animo e dalla natura del proprio carattere, in modo che esso viene procurato in ognuno con maggiore prontezza o maggiore ritardo. E tuttavia io mi sento in grado di determinare con sicurezza il metodo della condotta da seguire e la misura del tempo, nei limiti del quale si può arrivare allo scopo.

Chiunque pertanto, una volta estraniatosi da tutte le conversazioni oziose, astenutosi da ogni moto di irascibilità e da ogni cura mondana, contento di due soli pani per la sua refezione quotidiana e, in più, sottrattosi alla completa sazietà anche riguardo all'acqua, ridurrà la durata del sonno a tre o anche, come altri ha stabilito, a quattro ore, e tuttavia sarà convinto di non raggiungere la castità, non per merito delle sue fatiche e della sua continenza, ma per la concessione del Signore, appunto perché senza questa fede risulta vano ogni intendimento dello sforzo per l'uomo, ebbene costui riconoscerà che non gli è possibile raggiungere la perfezione di quella virtù in più di sei mesi. Ovviamente è indizio del prossimo raggiungimento della purezza incominciare a non sperarla in base alla pratica dei nostri sforzi. Di fatto, se ognuno avrà concepito nella sua realtà l'efficacia di quel versetto della scrittura che così suona: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” (Sal 126,1), ne segue pure che ognuno non si ergerà per orgoglio, riferendosi ai meriti della propria purezza, convinto di averla raggiunta non per la sua condotta, ma per la concessione misericordiosa del Signore, così come non si comporterà con rigore impietoso contro gli altri, persuaso che la virtù dell'uomo nulla vale, se non è coadiuvata dalla virtù divina.

16. Fine e rimedio della castità
Pertanto, per ognuno di noi che si sforzi di combattere con tutte le sue forze lo spirito della fornicazione, risulta una vittoria singolare non sperarne il rimedio dai meriti del proprio impegno. Una tale convinzione infatti, pur sembrando facile e agevole a tutti, tuttavia riesce ben difficile ai principianti, né più né meno della conquista della perfezione della stessa castità. E in realtà, non appena arriverà ad essi anche una minima particella della castità, immediatamente, subentrando sottilmente nei segreti della loro coscienza certa quale compiacenza, se ne glorieranno, e credendo di averla raggiunta con l’impegno della propria condotta, necessariamente, una volta privati per breve tempo dell'aiuto soprannaturale, verranno oppressi dalle passioni in precedenza estinte dall'intervento divino, per tanto tempo quanto sarà utile per fare loro comprendere, con quella esperienza, che essi non potranno ottenere il bene della purezza con le sole loro forze e il loro impegno. E allora, per concludere brevemente il nostro discorso sul fine della perfetta castità, esposto attraverso una lunga trattazione, raccogliendo ora in un solo tratto tutto quello che è stato esposto copiosamente e sparsamente, diremo essere questa la perfezione della castità: durante la veglia nessuna compiacenza libidinosa deve sorprendere il monaco; durante il sonno non lo inganni nessuna illusione, al contrario, solo per l'incuria della mente, assopita durante il riposo, faccia irruzione la commozione della carne in modo che, come la carne è stata sollecitata senza alcun incitamento del piacere, così pure s'acquieti senza alcuna sollecitudine fisica. Ho esposto questi argomenti sulla perfezione della castità così come ho potuto, non limitandomi alle parole, quanto piuttosto basandomi sull'esperienza. Ed ora, sebbene quanto ho dichiarato sia forse ritenuto dagli ignavi e dagli indifferenti come una serie di affermazioni impossibili, sono tuttavia sicuro che dagli uomini impegnati e spirituali esse saranno complessivamente accolte e approvate. Tanta infatti è la distanza da uomo a uomo, quanta è la separazione che distingue le mete, alle quali sono diretti gli impegni della loro anima, vale a dire come si distingue il cielo dall'inferno, Cristo da Belial, secondo la sentenza del Signore e Salvatore: “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, la sarà pure il mio servo” (Gv 12,26), e ancora: “Là dov’è il tuo tesoro, sarà pure il tuo cuore” (Mt 6,21)».


Fin qui il beato Cheremone parlò intorno alla perfezione della castità, e quindi concluse con le suddette parole la sua mirabile esposizione sulla sublimità della purezza. Subito appresso persuase noi, presi da un ansioso stupore, affinché dato che ormai la maggior parte della notte era già trascorsa, non privassimo le nostre membra di un po' di quiete con il soccorso del riposo, in modo che anche la nostra mente, indebolita a causa del torpore del corpo, non perdesse il vigore della sua santa attitudine.