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sabato 6 settembre 2014

ABC: POSSIBILI SOLUZIONI ALL'AIDS

La Chiesa cattolica è regolarmente messa alla berlina per il suo rifiuto di avallare l’uso del preservativo nella lotta alla diffusione dell’Hiv e dell’Aids. Questa posizione non è solo frutto di un sano insegnamento morale, ma è sostenuta da solidi elementi scientifici.
(Ndr: la Chiesa cattolica fornisce più del 25% di tutte le cure offerte alle persone sieropositive o malate di AIDS.  Questa percentuale è ovviamente più elevata in Africa, dove nelle aree più isolate raggiunge quasi il 100%.)
E’ questa la tesi di un libro pubblicato recentemente dal National Catholic Bioethics Center di Philadelphia. Nel volume, dal titolo “Affirming Love, Avoiding AIDS: What Africa Can Teach the West” (Affermare l’amore, evitare l’Aids: ciò che l’Africa può insegnare all’Occidente), gli autori Matthew Hanley e Jokin de Irala spiegano perché il tentativo di fermare la diffusione dell’Hiv in Africa ha avuto così poco successo e come tale tentativo si sia basato soprattutto sull’uso del preservativo.
Hanley è stato il consigliere tecnico per l’Hiv/Aids del Catholic Relief Services fino al 2008 ed è specializzato nella prevenzione del contagio da Hiv. De Irala è vicedirettore del Dipartimento di medicina della prevenzione e di salute pubblica dell’Università di Navarra, in Spagna.
Il libro inizia osservando che quasi tutte le istituzioni occidentali attive in questo campo condividono l’opinione che le politiche di riduzione del rischio, come quelle di promozione dell’uso del preservativo, debbano essere prioritarie. Tali soggetti, che gli autori definiscono come “l’Aids establishment”, si concentrano sulle soluzioni tecniche anziché su quelle comportamentali.
Solo gli Stati Uniti fanno eccezione, avendo cambiato politica adottando la “Strategia ABC”, in seguito al successo che questa ha avuto in Uganda. La “A” sta per astinenza, la “B” per “be faithful” (essere fedele) e la “C” per “condom use” (uso del preservativo).
Secondo il libro, la parte essenziale di questa strategia è data dai primi due elementi. Di fatto, ovunque vi sia stata una riduzione dei tassi di contagio di Hiv in Africa, ciò è dovuto a cambiamenti fondamentali nel comportamento sessuale.

Prevenzione
Cercare di modificare il comportamento delle persone non solo è più efficace, ma rappresenta un ritorno al buon senso del principio medico della prevenzione primaria, sottolineano gli autori. Prevenire la trasmissione dell’Hiv costituisce un’urgenza soprattutto in alcune parti del mondo come l’Africa, dove vi sono grandi difficoltà a fornire cure mediche adeguate.
Per rendere l’idea, Hanley e de Irala ricorrono all’analogia con il consumo del tabacco. Forse un tempo poteva sembrare utopistico voler cambiare una situazione in cui il 75% della gente fumava, ma le autorità sanitarie hanno intrapreso politiche tali da aver portato a modificare tale comportamento.
Per quale motivo, si chiedono, quando si parla di tabacco, colesterolo, vita sedentaria, eccessivo consumo di alcol, le autorità considerano necessario e opportuno cambiare i relativi comportamenti, mentre ciò non avviene per le malattie associate al comportamento sessuale?
Uno dei problemi associati alle politiche di riduzione del rischio che si affidano a soluzioni tecniche anziché a cambiamenti comportamentali è quella che viene definita compensazione del rischio, cioè che i benefici ottenuti grazie all’intervento tecnico diretto a ridurre il rischio possano essere vanificati da un successivo cambiamento comportamentale maggiormente a rischio.
Gli autori portano l’esempio della cintura di sicurezza, la cui efficacia può essere annullata se insorge il pensiero di poter guidare in modo meno prudente proprio perché si ha una maggiore protezione. Allo stesso modo, l’uso del preservativo può portare le persone a pensare di poter avere un’attività sessuale meno controllata.
Questo è particolarmente rilevante in Africa, dove gli studi mostrano che quando un numero significativo di persone intraprende rapporti sessuali multipli le probabilità di infezione sono molto più alte rispetto a quelle di comunità in cui le persone riducono le partnership multiple.
Ridurre i rapporti sessuali multipli è essenziale per ridurre i tassi di infezione di Hiv, affermano gli autori.
L’esempio migliore a conferma di questo viene dall’Uganda, dove i tassi di infezione da Hiv sono diminuiti dal 15% del 1991 al 5% del 2001. Ciò che ha prodotto questa forte riduzione è stato il grande cambiamento nei comportamenti sessuali, osserva il libro.
“Questa decisione di impedire la diffusione di una malattia mortale e traumatica attraverso il cambiamento comportamentale ha in definitiva risparmiato la vita di milioni di persone”, affermano gli autori.

Uso del preservativo
Mentre il tasso di utilizzo del preservativo in Uganda era a livelli simili di Zambia, Kenya e Malawi, il numero dei partner “irregolari” in Uganda era bruscamente diminuito. E mentre in questo Paese i tassi di diffusione dell’Hiv sono diminuiti, non è avvenuto lo stesso negli altri.
Uno dei fattori che sta dietro al successo del cambiamento comportamentale in Uganda, sottolineano gli autori, è il lavoro delle suore e dei medici cattolici. I primi presidenti della Commissione per l’Aids del Paese, peraltro, sono stati un Vescovo cattolico e uno anglicano.
Purtroppo negli ultimi anni “l’Aids establishment” ha guadagnato terreno in Uganda e le politiche si sono dirette maggiormente verso la promozione dell’uso del preservativo. A questo ha fatto seguito un aumento nei tassi di trasmissione dell’Hiv.
Gli autori citano anche i dati di altri Paesi quali Kenya, Thailandia e Haiti, da cui emerge come i cambiamenti nei comportamenti abbiano portato a una riduzione dei tassi di trasmissione dell’Hiv.
Per contro, in Sudafrica, dove ci si è concentrati soprattutto sulla promozione del preservativo, la persistenza di un’elevata diffusione dei rapporti multipli ha contribuito a mantenere i tassi di infezione a un livello definito dagli autori di “incidenza allarmante”.
L’idea dell’astinenza non trova facilmente posto nella cultura contemporanea, ma come sottolineano Hanley e de Irala, sebbene la fedeltà sia stata il fattore più importante del successo africano, anche l’astinenza è importante.
L’astinenza influenza il comportamento futuro – secondo gli autori –, e prima una persona inizia l’attività sessuale, maggiore sarà il numero dei partner che potrà avere nella sua vita sessuale, e maggiore sarà quindi il rischio di contagio con l’Hiv.
Il libro cita uno studio, svolto dalla United States Agency for International Development, che ha preso in esame le variabili associate all’incidenza dell’Hiv in Benin, Camerun, Kenya e Zambia.
Dallo studio risulta che gli unici fattori associati a una minore incidenza dell’Hiv sono il minor numero di partner (fedeltà), un debutto sessuale meno precoce (astinenza) e la circoncisione maschile. Non rientrano, invece, tra i fattori associati a una minore incidenza dell’Hiv lo status socio-economico e l’uso del preservativo.
Nonostante questi fatti e altri elementi probatori forniti nel libro, gli autori sottolineano che i documenti delle Nazioni Unite sull’Aids continuano a considerare l’uso del preservativo la tecnica più efficace per la prevenzione della malattia.
Il condom può ben essere la “tecnica” più efficace nella riduzione dei rischi di infezione, ammettono gli autori, ma non è certo la misura di prevenzione più efficace.

Sessualità umana
Sebbene il dibattito su come arginare l’Hiv assuma spesso un linguaggio scientifico, secondo Hanley e de Irala la questione è piuttosto espressione del contrasto fra due diversi approcci filosofici e morali alla sessualità umana. Da un lato vi è la tradizione giudaico-cristiana, che considera la sessualità come interna al matrimonio. Secondo questa tradizione, l’adozione di confini morali e la pratica dell’autolimitazione sono necessarie per raggiungere la piena realizzazione umana.
Dall’altro lato vi è la cultura occidentale che esalta la libertà assoluta nella ricerca del piacere. Ciò spiega perché questo approccio concettuale cerchi soluzioni tecniche alle conseguenze indesiderate dell’attività sessuale.
L’Arcivescovo Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha parlato all’Assemblea Generale della questione dell’Hiv/Aids:
“Se l’Aids si deve combattere affrontando in modo realistico le sue cause più profonde e i malati devono ricevere le cure amorevoli di cui hanno bisogno, noi dobbiamo offrire alle persone maggiore conoscenza, capacità, competenza tecnica e strumenti”, ha affermato.
"Maggiore attenzione e più risorse devono essere dedicate al sostegno di un approccio basato sui valori e sulla dimensione umana della sessualità", ha sottolineato il presule.
Dobbiamo riconoscere, ha proseguito, l’esigenza di una “onesta valutazione delle modalità utilizzate in passato, che potrebbero essersi basate più sull’ideologia che sulla scienza e sui valori, e di una azione determinata che rispetti la dignità umana e promuova lo sviluppo integrale di ogni persona e di tutta la società”.
Un appello per tutti a mettere da parte pregiudizi e preconcetti per affrontare adeguatamente questo gravissimo problema.

ROMA, domenica, 4 luglio 2010 (ZENIT.org)

lunedì 21 ottobre 2013

Un nuovo ceppo di HIV si sta diffondendo rapidamente in Russia (RIA Novosti)

Un nuovo ceppo di HIV  si sta diffondendo rapidamente in Russia (RIA Novosti)
MOSCA, 16 ottobre (RIA Novosti) - Un centro di ricerca scientifica in Siberia , ha dichiarato mercoledì che ha scoperto un nuovo ceppo del virus HIV in Russia e che il virus si sta diffondendo "a un ritmo rapido".
Il sottotipo, noto come 02_AG / A, è stato individuato nella città siberiana di Novosibirsk nel 2006 e ora rappresenta oltre il 50 per cento delle nuove infezioni da HIV nella regione.
La dichiarazione riferisce che il numero di persone sieropositive che vivono nella regione di Novosibirsk è balzato da circa 2.000 nel 2007 a 15.000 nel 2012, citando il Centro federale Russo per l’AIDS.
Il 02_AG / A potrebbe essere la forma più aggressiva del virus HIV in Russia, ha detto Natalya Gashnikova, capo del dipartimento per i retrovirus al centro statale di ricerca biotecnologica Vektor a Koltsovo, i cui specialisti hanno scoperto il ceppo.
Ha detto che il virus potrebbe diffondersi molto più velocemente dell'attuale ceppo di HIV dominante in Russia, sottotipo A (I).
Il nuovo ceppo non è limitato alla vasta area della Siberia. È stato rilevato nella repubblica russa meridionale della Cecenia, così come nelle ex repubbliche sovietiche del Kirghizistan e del Kazakistan.
HIV, un retrovirus che causa un lento decadimento del sistema immunitario, ha due tipi: HIV- 1 e HIV -2. Quest'ultimo è considerato meno aggressivo e trasmissibile.
Gli scienziati dicono che l'HIV -1 è il ceppo più comune e si divide in sottotipi sulla base di varie forme che sono raggruppate in regioni geografiche di tutto il mondo.
Secondo le Nazioni Unite, l'Europa orientale e l'Asia centrale sono le uniche regioni del mondo in cui l'infezione da HIV è chiaramente in aumento. Il cinquanta per cento delle persone sieropositive che vivono in tale area sono in Russia.
La malattia rimane poco compresa in Russia e, secondo gli esperti di Koltsovo, la ricerca sulla diffusione e le caratteristiche dei nuovi ceppi di HIV è finanziata in modo insufficiente.

sabato 16 febbraio 2013

L'AMORE CONIUGALE AI TEMPI DELL'AIDS (di Juan José Pérez-Soba)

L’amore coniugale ai tempi dell’Aids

«Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una sola carne» (Genesi,2, 24). Questa affermazione apre a un contenuto sorprendente circa la verità dell’amore sponsale, in quanto luce fondamentale per la vita degli uomini. La rivelazione divina ci presenta l’amore umano in un modo nuovo poiché lo inserisce in un disegno di Dio, che si svela nelle esperienze umane più elementari. Il nuovo orizzonte che esse acquistano partendo da Dio, è il valore genuinamente personale di tali relazioni nelle quali si costituisce l’identità di ogni uomo. In particolare, si scopre così la dimensione del dono di sé tipica dell’amore coniugale, che spiega l’esigenza di lasciare «suo padre e sua madre» e il cui contenuto e scopo è quello di essere «una sola carne». Questa nuova condizione è un vincolo spirituale reale nella corporeità dei contraenti, poiché il corpo dello sposo non è più per lui stesso, ma per la sposa, e viceversa (1Corinzi, 7, 4). Inoltre, il contesto della Genesi intende l’«essere una sola carne» con un senso di fecondità che fa parte dell’immagine divina, giacché l’amore di Dio è fonte di ogni paternità (Efesini, 3, 15) e il significato si ricollega alla benedizione che i primi sposi ricevono da Dio (Genesi, 1, 28).

Questo contesto dell’amore indica il significato profondo della sessualità. L’uomo isolato non è fecondo («Non è bene che l’uomo sia solo», Genesi, 2, 18), necessita dell’unione con la donna per esserlo. L’unione nella carne è segno della fecondità per mezzo di un dono di sé nell’ambito di un amore coniugale, che comprende la dimensione della differenza intrinseca alla sessualità. La verità dell’amore personale appare dunque in una dinamica di unità nella differenza che comporta una promessa di fecondità. Questo dinamismo amoroso trova la sua espressione archetipica nell’amore coniugale. È qui che si crea il luogo nel quale Dio stesso può intervenire con il dono del novum, ovvero di una nuova persona unica e irripetibile, con un destino eterno. Tale possibilità non si riduce a un mero fatto biologico: è una vocazione di Dio che richiede una risposta adeguata da parte dell’uomo.

Il valore dell’essere «una sola carne» mediante un dono di sé costituisce il fondamento di quella verità normativa che Paolo VI afferma con autorità in Humanae vitae (n. 12): «(la) connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo». È la «carne» che unisce il dono degli sposi con la promessa di fecondità. Se l’uomo priva l’unione sessuale dei suoi significati unitivo e procreativo, attenta contro il vero amore.

L’amore coniugale è dunque una luce specifica della verità dell’uomo che consente di scoprire il senso della vita, in quanto nasce come dono ed è vissuto in riferimento al dono di sé. Pertanto, possiede un senso morale
pieno. Non si tratta di una semplice relazione di contiguità accidentale, ma è l’espressione autentica di un senso che coinvolge l’atto coniugale in quanto tale. La sessualità umana chiede di essere configurata mediante l’amore sponsale e, in esso, raggiunge il valore di una pienezza di vita che gli sposi non possono falsificare. In questo senso, la norma così poco compresa della Humanae vitae (n. 11) secondo cui «qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita» è estremamente chiarificatrice. La definizione dell’intenzione contraccettiva si basa sulla differenza tra il «rendere infecondo un atto» e il «realizzare un atto non fecondo». Nel primo caso, la non fecondità appartiene all’intenzione della persona che la impone all’atto, mentre nel secondo, si tratta di una caratteristica biologica dell’atto sessuale. Soltanto la prima, in realtà, è ricercata intenzionalmente e possiede quindi un rilievo morale. Lo si può vedere, peraltro, adottando una prospettiva più ampia dell’essere «una sola carne», laddove il rifiuto di una donazione corporea completa presuppone anche una rottura del significato unitivo, che è ben più di una semplice unione fisica. Si tratta di una considerazione molto lontana dal fisicismo, che sacralizza indebitamente la biologia, ma che esprime il carattere personale dell’amore nella carne. Così si può evitare il rischio di un teleologismo che vede nel sesso soltanto un materiale plasmabile secondo la propria volontà.

Questa è una luce potente sull’amore coniugale da cui gli sposi debbono lasciarsi illuminare per rispondere alle varie situazioni che si presentano nella loro vita matrimoniale, e che talvolta sono grandi prove. Nel consenso del matrimonio, essi si promettono di essere fedeli «nella buona e cattiva sorte, nella salute e nella malattia» grazie a un amore che non dipende da circostanze esterne, ma che sa esprimere la fedeltà in maniera creativa nelle vicende dell’esistenza umana.

Una situazione d’attualità è legata alla proliferazione delle infezioni a trasmissione sessuale che colpisce la vita intima dei coniugi; nella fattispecie, per estensione e gravità, l’Aids risveglia drammatici quesiti. Per combattere questa malattia, negli ambiti sanitari e politici, è stato insistentemente raccomandato l’uso preventivo del profilattico. Da qui nasce la domanda etica circa la liceità del suo eventuale uso nel caso di una coppia in cui uno dei coniugi fosse infetto.

Per rispondere al problema, è necessario che vi sia una corretta informazione circa la situazione sanitaria rispetto a questa terribile malattia, al fine di esercitare una concreta responsabilità dinanzi a una situazione che contiene una minaccia di morte. La medicina ha compiuto progressi enormi e la malattia, per coloro che possono avere accesso ai farmaci, è stata fortemente controllata. L’aspettativa di vita degli ammalati è sensibilmente aumentata e il loro stato di salute generale è decisamente migliorato. Si è addirittura affievolita la possibilità di contagio e, soprattutto, le nuove tecniche hanno fatto sì che nella maggior parte dei casi, i bambini nati da mamme infette possano venire al mondo sani. È necessario prestare la dovuta attenzione a questi dati per valutare con esattezza gli effetti che un eventuale contagio comporta sulla salute umana.

In questo senso, è bene ricordare che sebbene l’uso del preservativo in un singolo atto possa avere una certa efficacia nella prevenzione del contagio dell’Aids, questo non è comunque in grado di garantire una sicurezza assoluta neanche nell’atto in questione e, meno ancora, nell’ambito dell’intera vita sessuale di una coppia. È quindi improprio indicarne l’uso come un mezzo efficace per evitare il contagio. Le numerose campagne che invitano a utilizzarlo indiscriminatamente hanno mostrato piuttosto il contrario; alimentando una falsa credenza secondo cui non vi sarebbe alcun pericolo, hanno aumentato la possibilità di infezione. Presentare il preservativo come una soluzione al problema è un grave errore; sceglierlo semplicemente come pratica abituale è una mancanza di responsabilità nei confronti dell’altra persona.

Ma veniamo ora alla prospettiva propriamente etica. La luce dell’amore coniugale rifiuta di percorrere le vie che lo corrompono. È a partire da qui che si evidenzia la falsità della cosiddetta soluzione tecnica del preservativo. Un atto sessuale realizzato con il preservativo non può essere considerato un atto pienamente coniugale nella misura in cui è stato volontariamente privato dei suoi significati intrinseci. Il profilattico, con il suo effetto barriera, deforma in qualche modo la realizzazione stessa dell’atto sessuale e lo priva non soltanto del suo significato procreativo, ponendo un impedimento alla fecondazione, ma spezza anche il significato dell’essere «una sola carne» nel senso della totalità del dono in un’unione sponsale. Non è veramente unitivo un rapporto che, impedendo intenzionalmente la comunicazione dello sperma, esclude la possibilità della sua accoglienza nel dono reciproco dei corpi dei coniugi. In definitiva, dal punto di vista morale si tratta di un atto non pienamente coniugale. Questo è il giudizio etico generale nei riguardi di questo atto, senza entrare ancora nella considerazione prudenziale circa il rischio di infezione che si corre.

A partire da questo giudizio, la luce dell’amore coniugale consente ai coniugi di affrontare la situazione impegnativa che vivono e che chiede risposte all’altezza delle gravi difficoltà che si presentano loro. Pertanto, dinanzi alla possibilità insuperabile del contagio, possono di comune accordo adottare la decisione di astenersi dall’avere rapporti sessuali per ragioni di salute, come avviene con altre patologie. La loro promessa sponsale contiene l’impegno di rispondere con generosità: in questa difficile situazione, debbono trarre dall’impegno che hanno preso, la forza necessaria per vivere la verità della loro vocazione, fidandosi della grazia di Dio e cercando l’accompagnamento della Chiesa che li assiste lungo il loro cammino.

La luce specifica del disegno di Dio serve affinché l’amore coniugale degli sposi trovi sempre una risposta adeguata che deve essere vissuta responsabilmente, anche e soprattutto nei momenti di grande prova. È un’affermazione convinta del valore della vita umana, alla luce di un amore che chiede di essere vissuto in totale pienezza.

Juan José Pérez-Soba. L’amore coniugale ai tempi dell’Aids, pubblicato da L´Osservatore Romano, n. 120, 25 maggio 2011, p 6.

martedì 15 gennaio 2013

L’AIDS E IL PRESERVATIVO (di mons. Michel Schooyans)

mons. Michel Schooyans*

Certamente molte persone sono state contagiate con il virus dell’AIDS senza avere la minima responsabilità morale personale, attraverso le trasfusioni di sangue, gli errori medici o i contatti accidentali. Anche il personale infermieristico rischia il contagio, prendendosi cura dei pazienti sieropositivi.

Non tratteremo tali casi in questa sede. Esamineremo invece le dichiarazioni esternate negli ultimi anni da diverse personalità di alto profilo del mondo accademico ed ecclesiastico, soprattutto moralisti e pastori. Li chiameremo dignitari, evitando di citarne i nomi per non personalizzare il dibattito e per concentrare l’attenzione sull’argomentazione morale [1].

Disordine e confusione
Poiché queste dichiarazioni riguardano l’uso del preservativo al fine di non contrarre l’AIDS, esse producono spesso profonda confusione nell’opinione pubblica e nella Chiesa. Esse sono spesso accompagnate da sorprendenti commenti sulla persona del Papa e sulla sua funzione, e sull’autorità della Chiesa. In tale contesto vengono anche reiterate le consuete lamentele sulla morale sessuale, sul celibato, l’omosessualità, l’ordinazione delle donne, la Comunione ai divorziati e agli abortisti, ecc. Un'occasione da sfruttare per dare risonanza globale a queste tematiche.

Questi dignitari si esprimono, in modo piuttosto compiaciuto, attraverso i mezzi di comunicazione sociale. Si dichiarano favorevoli all’uso del condom per evitare il rischio di contrarre l’AIDS. Secondo loro, la Chiesa dovrebbe mutare la propria posizione in materia.

Queste dichiarazioni provocano grande confusione nella mente della gente. Confondono i fedeli, dividono i preti, indispettiscono l’episcopato, screditano il collegio cardinalizio, incrinano il Magistero della Chiesa e puntano frontalmente al Santo Padre. Altri dignitari, ora in pensione o deceduti, avevano già guidato questo tipo di movimento. Oggi, queste osservazioni provocano spesso costernazione, perché la gente si aspetta maggiore prudenza e rigore morale, teologico e comportamentale da parte di questi dignitari che – influenzati da idee di moda in certi ambienti – fanno di tutto per “giustificare” l’uso del preservativo mettendo insieme i soliti trucchetti del “danno minore” o del “doppio effetto” con tono da venditori.

Uno di questi dignitari è arrivato al punto di considerare l’uso del condom come un obbligo morale in base al quinto comandamento. In questo senso si sostiene che se le persone infette dal virus si rifiutano di praticare l’astinenza, dovranno proteggere il loro partner e che l’unico modo per farlo, in questo caso, sia attraverso il preservativo.

Questo tipo di osservazioni sono sufficienti per lasciare la gente perplessa e rivelano una conoscenza incompleta e tendenziosa della morale più naturale e in particolare della morale cristiana. Il modo di presentare le cose è quanto meno sorprendente.

Un problema di morale naturale

Alcune considerazioni rassicuranti ma false

Le argomentazioni di questi dignitari, relative all’uso del condom, sono sorprendentemente superficiali. Queste persone dovrebbero piuttosto attingere agli autorevoli studi scientifici e clinici, evitando di rilanciare e dare credito a chiacchiere da tempo confutate in qualunque rivista di consumatori.

Come si può non aver preso atto che l’effetto di contenimento che il condom dovrebbe esercitare è in realtà ampiamente illusorio? È così in quanto il preservativo è meccanicamente fragile, incoraggia e aumenta il numero dei partner e la varietà delle esperienze sessuali. Per questi motivi esso aumenta i rischi anziché ridurli.

L’unica efficace forma di prevenzione risulta essere quella della rinuncia ai comportamenti rischiosi e quella della fedeltà.

Da questo punto di vista, la qualificazione morale dell’uso del preservativo è un problema di onestà scientifica e di morale naturale. La Chiesa ha non solo il diritto, ma anche il dovere di pronunciarsi su questo argomento.

Inefficacia a cui consegue la morte
Le esternazioni di questi dignitari mancano di citare recenti studi di innegabile valore scientifico, come quello del dottor Jacques Suaudeau[2]. Seppure ignorassero questi studi recenti, potrebbero almeno tenere a mente i moniti precedenti, espressi dalle più elevate autorità scientifiche. Per esempio, nel 1996, si leggeva in un rapporto del professor Henri Lestradet, dell’Accademia nazionale della medicina (Parigi) [3]:

“È opportuno [...] sottolineare che il condom è stato inizialmente considerato come un mezzo di contraccezione. Tuttavia [...] il tasso di ‘fallimento’ è generalmente collocato tra il 5% e il 12%, per coppia, per anno di utilizzo.”

“A priori [...] con il virus dell’HIV che è 500 volte più piccolo dello sperma, è difficile pensare ad un tasso inferiore di fallimento. In ogni caso c’è un’enorme differenza tra queste due situazioni. Se il condom non è totalmente efficace come mezzo contraccettivo, la conseguenza di tale fallimento è lo sviluppo della vita, mentre in caso di contrazione dell’HIV è la morte in ogni caso”. [4]

Poi, considerando il caso dei sieropositivi, lo stesso rapporto osserva che: “L’unico comportamento responsabile di un uomo sieropositivo è l’effettiva astensione dai rapporti sessuali, sia quelli protetti che quelli non. [...] Se una coppia prevede di instaurare una relazione stabile, dovrebbe seguire queste raccomandazioni: che ciascuno si sottoponga ad analisi cliniche, ripetendole dopo tre mesi, praticando in questo periodo l’astinenza da ogni rapporto sessuale (con o senza condom), per poi impegnarsi nella fedeltà reciproca. [5]

I dignitari, che sono gli autori delle considerazioni oggetto del nostro esame, dovrebbero tenere conto della drammatica conclusione che si trae dallo studio che stiamo citando:

“L’asserzione – proclamata centinaia di volte da operatori sanitari, dal Conseil supérieur per l’AIDS, e da associazioni per la lotta all’AIDS – della piena sicurezza assicurata in ogni circostanza dall’uso del preservativo, è senza alcun dubbio alla base di molte infezioni di cui ancora oggi ci si rifiuta di ricercare le cause”. [6]

Alcune campagne internazionali vengono attuate in società “esposte”, inondandole di preservativi. Le autorità religiose vengono invitate a dare il loro patrocinio. Ebbene, nonostante queste campagne, e probabilmente a causa di queste campagne, si osserva regolarmente una progressione della pandemia.

Nel luglio del 2004, una delle più eminenti autorità mondiali sull’AIDS, il dottore belga Jean-Louis Lamboray, ha lasciato l’UNAIDS (Il programma delle Nazioni Unite contro l’AIDS). Come motivo del suo abbandono ha indicato “il fallimento delle politiche nel porre un freno alla diffusione di questa malattia”. Queste politiche hanno fallito perché “l’UNAIDS ha dimenticato che le vere misure preventive vengono decise nelle case della gente e non negli uffici degli esperti”. [7]

Prima di emanare dichiarazioni perentorie, i dignitari dovrebbero ricordare ciò che un altro dottore ha detto; uno a cui i mezzi di comunicazione hanno dato ampia risonanza e che certamente non può essere sospettato di simpatia verso le posizioni della Chiesa. Ecco ciò che il defunto professor Leon Schwartzenberg ha scritto nel 1989: 

“Sono certamente soprattutto i giovani a diffondere l’AIDS; sono completamente ignari della tragedia dell’AIDS, che è per loro una malattia delle persone anziane. Questa convinzione è rafforzata dall’atteggiamento della classe politica, molto più anziana di loro, che è responsabile di tale propaganda: la pubblicità ufficiale del preservativo sembra essere creata da chi non lo usa mai, per chi non vuole usarlo”. [8]

Gli ascoltatori, i lettori e chi guarda la televisione, quindi, non possono prendere per buone le considerazioni imprudenti di questi dignitari, senza rischiare – come loro – di vedersi accusati presto o tardi di essere “alla radice di molte infezioni”.

1) Questo testo è un estratto di Le terrorisme à visage humain, di Michel Schooyans et Anne-Marie Libert, seconda edizione, Parigi, F.-X. de Guibert Publisher, 2008, pp. 173-179.
2) Dr Jacques SUAUDEAU, articolo “Sexo seguro” in Lexicon, Madrid, Ed. Palabra, 2004; pp.1041-1061. L’edizione italiana è stata pubblicata a Bologna, Ed. EDB, 2003.
3) Henri LESTRADET., AIDS, Propagation and Prevention. Rapporti della Commission V11 della National Academy of Medicine, con commenti, Parigi, Editions de Paris, 1996.
4) ibid, p.42.
5) ibid, p.46.6) ibid, pp.46 e ss.
7) ACI comunicato del 6 luglio 2004.8) Léon Schwartzenberg, Interview in La Libre Belgique (Brussels), 13 marzo 1989, p.2.

Un problema di morale cristiana
Inoltre, è specioso asserire che la Chiesa non abbia un insegnamento ufficiale sul problema dell’AIDS e sul preservativo. Sebbene il Papa sistematicamente evita di chiamarlo per nome, i problemi morali posti dal condom sono affrontati in tutti i grandi insegnamenti riguardanti i rapporti coniugali e le finalità del matrimonio.
Quando si considera l’AIDS e il condom alla luce della morale cristiana occorre tenere a mente alcuni punti essenziali: l’atto carnale dovrebbe aver luogo all’interno di un matrimonio monogamo tra un uomo e una donna; la fedeltà coniugale è il miglior rimedio contro le malattie sessualmente trasmesse come l’AIDS; l’unione coniugale dovrebbe essere aperta alla vita, a cui si deve aggiungere il rispetto della vita degli altri.

Sposi o partner?
Ne consegue che la Chiesa non predica una morale sessuale dei “partner”.
Essa propone invece una morale coniugale e familiare. Essa si rivolge agli “sposi”, coppie unite sacramentalmente in un matrimonio che è monogamo e eterosessuale. Considerazioni sulla questione del condom ventilate dai dignitari riguardano i “partner”, sia che essi intrattengano rapporti pre o extra matrimoniali, intermittenti o persistenti, eterosessuali, omosessuali, lesbici, sodomitici, ecc. Non si vede perché la Chiesa, e tanto meno i dignitari titolari del Magistero, debbano – a costo di rischiare lo scandalo – andare in soccorso del vagabondaggio sessuale e rendersi responsabili del peccato di chi, in molti casi, non si interessa minimamente, né in pratica, né spesso in teoria, della morale cristiana.

“Peccate, miei fratelli, ma in sicurezza!” Dopo il “sesso sicuro”, abbiamo ora il “peccato sicuro”! 

La Chiesa e i suoi dignitari, quindi, non hanno titolo a spiegare cosa fare per peccare agiatamente. Abuserebbero della loro autorità se si adoperassero per fornire prodighi consigli su come arrivare al divorzio, poiché la Chiesa considera il divorzio come un male. Sarebbe come confermare il peccatore nel suo peccato, mostrandogli come andare avanti evitando le conseguenze indesiderate.

Da qui la domanda: è ammissibile che i dignitari, che dovrebbero essere i custodi della dottrina, oscurino le esigenze della morale naturale e della morale evangelica, e non lancino l’appello alla conversione dei comportamenti? 

È inammissibile e irresponsabile che i dignitari diano il loro avallo all’idea del “sesso sicuro”, usata per rassicurare gli utilizzatori del condom, quando è noto che questa espressione è una bugia e porta alla rovina. Questi illustri dignitari dovrebbero quindi chiedersi se non stanno solo incitando le persone a schernire il sesto comandamento di Dio, ma anche a farsi beffe del quinto comandamento “non uccidere”. Il falso senso di sicurezza offerto dal condom, lungi dal ridurre i rischi di contagio, li aumenta. L’accusa di non rispettare il quinto comandamento si ritorce contro i partner che non fanno uso del condom.

L’argomentazione usata nel tentativo di “giustificare” l’uso “profilattico” del condom quindi si riduce a nulla, sia in relazione alla morale naturale, che alla morale cristiana.

Sarebbe forse più semplice dire che, se gli sposi si amano veramente e se uno di loro si prende il colera, la peste bubbonica o la tubercolosi polmonare, questi dovrebbero astenersi dai contatti tra loro per evitare il contagio. 

Lo scopo: un grande rovesciamento

Un errore di metodo

All’inizio di quest’analisi abbiamo indicato che i dignitari favorevoli al condom spesso legano la loro arringa difensiva a cause diverse da quella di “partner” sessuali lungimiranti e organizzati. Infatti, si cavalca questo argomento per poi discutere sull’intero insegnamento della Chiesa: sulla sessualità umana, sul matrimonio, la famiglia, la società e sulla Chiesa stessa.

Questo spiega in parte la quasi totale carenza di interesse di questi dignitari nelle conclusioni scientifiche e nelle idee fondamentali della morale naturale. E sono proprio queste conclusioni e idee fondamentali che questi dignitari dovrebbero tenere conto anzitutto nelle loro considerazioni sulla morale cristiana.

A causa di questo errore metodologico – sia esso volontario o meno – i dignitari aprono la via ad un rovesciamento della morale cristiana. Essi puntano persino a rovesciare il dogma cristiano, in quanto si riservano il diritto, nelle loro opinioni, di fare appello all’intera istituzione della Chiesa per una riforma che avalli la loro morale e il loro dogma. Essi intendono quindi partecipare, al loro livello, a questa nuova rivoluzione culturale.

Ciò nonostante, poiché questi dignitari hanno commesso, sin dall’inizio, un errore metodologico, trascurando le idee fondamentali ed essenziali del problema, inevitabilmente camminano su un terreno scivoloso. Se si parte da premesse erronee, si può solo giungere a conclusioni errate. È facile vedere dove le idee errate stanno conducendo questi dignitari. Il loro approdo può essere sintetizzato in tre sofismi, che possono essere demoliti da qualunque scolaretto.

Tre sofismi

Primo sofisma:
Maggiore : Non usare il condom favorisce l’AIDS.
Minore : Favorire l’AIDS significa favorire la morte.
Conclusione : Non usare il condom significa quindi favorire la morte.

Questo ragionamento distorto si basa sull’idea che per proteggersi occorre usare il preservativo. I partner possono essere molteplici. La fedeltà non è neanche presa in considerazione. L’impulso sessuale è considerato irresistibile e la fedeltà coniugale impossibile. L’unico modo per non contrarre l’AIDS diventa quindi quello di usare il condom.

Secondo sofisma:
Maggiore : Il condom è l’unica protezione contro l’AIDS.
Minore : La Chiesa è contraria al condom.
Conclusione : La Chiesa quindi favorisce l’AIDS.

Questo pseudo sillogismo si basa sull’errata asserzione della premessa maggiore, che il condom sia l’unica protezione possibile contro l’AIDS. Si dà per scontata l’affermazione che si vuole dimostrare; siamo in presenza di una petitio principii: un ragionamento fallace, nel quale le premesse sono presentate come indiscutibili e a cui conseguono logiche conclusioni.
Si assume come vero ciò che si vuole dimostrare, ovvero che il condom costituisce l’unica protezione contro l’AIDS. 

Un caso di polisillogismo
Ecco infine un esempio di pseudo sillogismo, un sofisticato sillogismo di cui i dignitari dovrebbero rendersi conto.
Maggiore : La Chiesa è contraria al condom;
Minore : Il condom previene gravidanze indesiderate;
Conclusione/Premessa maggiore : La Chiesa quindi favorisce le gravidanze indesiderate;
Minore : Le gravidanze indesiderate portano all’aborto;
Conclusione : La Chiesa quindi favorisce l’aborto.

In definitiva, il risveglio della morale e dell’ecclesiologia cristiana non può aspettarsi nulla dal perfido sfruttamento dei malati e della loro morte.
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* Monsignor Michel Schooyans, filosofo e teologo, è membro della Pontificia Accademia delle scienze sociali e della Pontificia Accademia per la vita, consultore del Pontificio Consiglio per la famiglia e membro dell’Accademia messicana di bioetica. Dopo aver insegnato per dieci anni all’Università cattolica di San Paolo, in Brasile, è andato in pensione come professore di filosofia politica e etica dei problemi demografici presso l’Università cattolica di Louvain, in Belgio. È autore di circa trenta libri. 

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