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giovedì 20 settembre 2018

9 ANNI! - Un'opzione d'amore

Sono una persona molto riservata. Questo è dovuto alla mia natura e un po' sicuramente anche alle mie vicissitudini personali. E' un tratto del mio carattere che non è scomparso in questi 9 anni di percorso al di là di una presunta identità gay, che poi ho scoperto non esistere o meglio essere solo una prigione autoimposta che m'impediva di connettermi con il vero me stesso, gli altri e Dio; in una parola m'impediva di godere di quella gioia che Dio ha preparato per me.
Eppure ad un certo punto della mia storia - e non esattamente secondo la mia volontà - sono finito anche in televisione!
È stata una prova terribile per me che ho sempre trattato gli aspetti della mia sessualità in modo molto riservato, potrei dire quasi che è stata una forma di violenza. Ma non tutti i mali vengono per nuocere. Dopo un primo istante di smarrimento, e perché no, anche di paura, ho offerto subito al Signore quella mia sofferenza e quel dono è stato fecondo. Da quel momento non ho avuto più remore a donarmi negli incontri pubblici, con testimonianze e conferenze. Questo ha moltiplicato il messaggio di speranza che c'è vita al di là dell'omosessualità e che vita! Moltissime sono le persone che ho conosciuto e la condivisione delle loro esperienze - di cui sono grato- è stata una ricchezza che ha contribuito grandemente non solo alla mia sobrietà ma anche alla mia crescita nel dono di sé: il vero amore.
Parlare in pubblico o con sconosciuti di aspetti così personali è stata una bella "scartavetrata" per il mio ego che mi ha cambiato in meglio. Gli amici mi vedono sereno, sempre più assertivo, consapevole e spirituale. Questo non significa che i miei difetti di carattere siano scomparsi ma c'è stato un apprezzabile incremento qualitativo della mia vita, soprattutto vorrei dire che sono cresciuto nell'amore di me stesso e nella pace interiore.
Il segno più concreto di questo cambiamento è il desiderio di uscire da me per andare verso gli altri, il bisogno che sento di trascendermi per realizzarmi, una necessità impellente che si oppone in modo diametralmente opposto a quel ripiegamento su me stesso che "puzza" di morte: da solo non mi basto.
Ma come fare? I miei ritmi di vita sono radicalmente cambiati negli ultimi tempi, ho molte meno occasioni d'incontrare altre persone con attrazione per lo stesso sesso. Non riesco più a dedicarmi al volontariato, viaggiare e anche scrivere queste brevi note lo faccio rubandomi un po' di sonno.
Oggi la cifra della mia vita è quella di una silenziosa e ordinata quotidianità quasi monastica: sveglia all'alba, preghiera, meditazione lodi e S. Messa per cominciare una giornata di lavoro, ciò che resta è dedicato alla cura della casa e agli affetti familiari.
Sono giunto alla fine del viaggio? Non lo credo, so che in me c'è un'irrequietezza che non fatico a definire esistenziale, il desiderio per Qualcosa che è oltre la scena di questo mondo, una sete che non si disseta. Sono grato per quanto ricevuto, spero di aver reso almeno in parte il grande dono della libertà e dell'amore ma sento che è giunto il momento per una discontinuità verso nuove prospettive, quali ancora non lo so, quel che è certo è che voglio - ho bisogno- di donarmi e che Dio saprà mostrarmi il cammino.
Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare quelle che posso
e la saggezza di conoscerne la differenza.
Sia fatta la tua volontà non la mia.

martedì 26 settembre 2017

8 anni: Il rischio dell'Amore (non è l'AIDS!)

Oggi (21 settembre 2017) celebro, è proprio il caso di dirlo, celebro perché le cose buone si festeggiano e sarebbe segno di scortesia non ringraziare per i doni ricevuti. Dunque celebro VIII (otto, dico 8) anni dall’inizio del mio percorso oltre i confini dell’identità omosessuale, otto anni di crescita nella consapevolezza della mia vera identità di figlio amato di Dio, nel rapporto con il mio corpo e nella relazione con gli altri.

Occorre festeggiare per la grazia della fede, per le intuizioni sulla mia realtà personale e sul mondo che mi circonda, per la perseveranza nonostante la mia fragilità, per la vita di preghiera e quella forma straordinaria di amore che è l’amicizia.

Com’è consuetudine, scrivo infatti ogni anno - dal principio del mio cammino - un breve post con una riflessione maturata negli ultimi mesi. Quest’anno il catalizzatore dei miei pensieri è stato un articolo in cui un giornalista cattolico, per argomentare contro certe discutibili posizioni del quotidiano Avvenire, finiva per negare la capacità di amare alle persone che hanno un’inclinazione omosessuale. Ovvero - secondo il giornalista - la tendenza inficerebbe il valore degli affetti, affermando paradossalmente lo stesso principio dell’ideologia gay, secondo cui la tendenza (omosessuale) determina l’identità (gay) e quindi gli atti (genitali) necessari perché la persona si realizzi.

La verità è che le emozioni sessuali sono estremamente variabili e non determinano proprio un fico secco quanto ad identità della persona. Ricordiamo come l’identità è ciò per cui una persona è quello che è e si distingue da quello che non è. Quindi un concetto fondativo, essenziale, immutabile altro che emozioni e volubili desideri. 

Ma torniamo al punto, la persona con attrazione per lo stesso sesso (ASS) può amare - come chiunque altra - nelle forme dell’affetto, amicizia, eros e carità (vedi il bel volume di C.S. Lewis sui Quattro amori), non è determinata ad atti omogenitali che “non sono il frutto di una vera complementarità affettiva” (CCC 2357). A tal proposito sempre la Chiesa ci ricorda come “dev'essere comunque evitata la presunzione infondata e umiliante che il comportamento omosessuale delle persone omosessuali sia sempre e totalmente soggetto a coazione” (HP 11).

Ma allora come si esprime quest’amore?
Quelle che seguono vogliono essere solo note di buon senso ed esperienza personale, senza la pretesa di farne un trattato di teologia morale.

Castità
Vorrei partire da una considerazione sulla castità, questa proprio in quanto virtù è una forza, qualcosa di positivo che esprime in pieno la persona e non può essere ridotta ad una serie di precetti negativi. Chi pensa che castità ed astinenza siano sinonimi ha una ben ristretta visione della morale. Certo la virtù implica un fare il bene ed un astenersi dal male, ma prima di tutto un uscire fuori da sé con i rischi che questo comporta. Questa virtù si realizza nel modo corretto di esprimere affetti e amicizia con parole o gesti coerenti col proprio stato: due amici, pur amandosi di vero amore, non sono marito e moglie, credo che questo sia chiaro.

Amicizia
David e Gionata
L’amicizia, quella vera: sana, solida, casta è un motore straordinario della maturazione psicoaffettiva della persona e strumento necessario per vivere la castità. Mi piace citare qui testualmente il Catechismo (2347):

«La virtù della castità si dispiega nell'amicizia. Indica al discepolo come seguire ed imitare colui che ci ha scelti come suoi amici, si è totalmente donato a noi e ci ha reso partecipi della sua condizione divina. La castità è promessa di immortalità.

La castità si esprime particolarmente nell'amicizia per il prossimo. Coltivata tra persone del medesimo sesso o di sesso diverso, l'amicizia costituisce un gran bene per tutti. Conduce alla comunione spirituale».

Frodo e Sam
Occorre innanzitutto smontare il “mito” secondo cui intimità e sesso siano sinonimi, vivere la castità non significa isolarsi, tutt’altro, è aprirsi agli altri nel dono gratuito di sé e la vera intimità stà nel mostrarsi all’altro vulnerabili senza timore. Nemica giurata di questa vera intimità è la promiscuità, una sorta di protezione contro la sofferenza temuta e/o vissuta, che c’impedisce di entrare in contatto con la parte più vera di noi stessi.

Questo però non significa volersi rifugiare in uno spiritualismo disincarnato. Siamo fatti anche di carne ed ossa, la persona è costituita da un’unità di materia e spirito che risuonano una nell’altro nel mistero della vita.

Contatto fisico significa toccare ed essere toccati e questo può avvenire in un senso costruttivo solo se armonizzato dal dominio di sé, altrimenti rischia di essere una potente forza che si rivolge contro le persone impedendone l’accettazione e la piena consapevolezza del proprio corpo, lo sviluppo relazionale, la conoscenza reciproca, il dono di sé, in una parola l’Amore vero.

Se lo sguardo cambia e viene superato il confine tra il dono di sé e l'autocompiacimento, cioè prende il sopravvento la reificazione dell’altro e il desiderio di fusionalità [fare dell’altro una cosa da possedere e non rispettarne la libertà], il contatto fisico diventa quella sorta di “amore” che separa invece di unire.

Appare chiaro quindi che solo l’integrità personale possa costituire il presupposto di un sano contatto fisico negli amici: l’amicizia è un dono per i buoni [non i perfetti, ma coloro che desiderano il bene], i cattivi tutt’al più possono essere complici e la loro non sarà fedeltà ma pertinacia.

Il bacio di Giuda
Cimabue, Il bacio di Giuda
Ed ora veniamo al sodo, come esprimere quest’affettività? Abbiamo visto che gli atti omogenitali non sono atti d’amore, e non esiste uno speciale tipo di “amore omosessuale” perché l’amore è personale, cioè relativo alla persona - non all’inclinazione - e come tale è necessariamente casto oppure non è amore, ma solo una tragica illusione. Ma allora quegli atti che non coinvolgono direttamente la genitalità che fine fanno? Restano in un limbo di scrupoli e confessioni o hanno un “senso”? Consideriamo un caso specifico, le cui conclusioni possono essere estese per analogia ad altre situazioni.

Il bacio è un promessa d’intimità che non può realizzarsi tra due persone dello stesso sesso perché mancano le premesse in termini di fecondità, complementarietà e unione (non è il solo godimento fisico ad “unire” due persone ma l’apertura alla vita dell’atto che è segno di co-creazione con Dio).

Così il bacio sulla bocca, ancor più con la lingua, non è più una promessa ma una bugia, le cui prime vittime sono le persone che credono – anche se in buona fede e sulla spinta dell’emozione – di esprimere in modo corretto la propria affettività e di trovare così la tanto desiderata intimità.

Ambiguità
Occorre evitare ogni ambiguità, l’amicizia non è un “tu ed io” autocontemplanti, proprio del rapporto monogamico che custodisce la fecondità, ma un noi plurale aperto a nuovi arricchimenti dall’esterno proprio perché in questo caso la fecondità (spirituale) è garantita dal crescere del numero degli amici che non divide l’amore ma lo moltiplica.

Coltivare l’amicizia
L’alternativa all’amicizia è quell’isolamento che rappresenta terreno fertile per la promiscuità e sicuramente rende più difficile una vita realizzata e felice. C’è infondo all’anima di ciascuno di noi un profondo desiderio d’intimità che chiede di realizzarsi nella vita, come abbiamo visto sopra, quest’autentica intimità può spaventare e da qui la fuga verso un surrogato genitale che invece di mostrare la persona a se stessa la nasconde, reprimendola.

La mia conversione mi ha portato a scoprire che, nonostante l’esperienza nello stile di vita gay, è possibile una via di mezzo sana e percorribile fra l’esposizione imprudente al peccato e l’isolamento dagli altri esseri umani e che l’intimità non equivale ad attività sessuale esplicita.

Il principale nemico dell’amicizia è l’odio verso se stessi e paradossalmente il narcisismo, entrambi indice di un difetto di vera autostima.

In parole semplici bisogna imparare ad amarsi e per far questo occorre ricevere approvazione per quello che si è e non per quello che si può fare, così da giungere alla consapevolezza di essere amabili e capaci di ricambiare tale amore.

Il rischio
C. S. Lewis, I quattro amori
Vorrei concludere questi brevi pensieri con una breve citazione di C.S. Lewis [I quattro amori], che sintetizza meglio di ogni mia parola le riflessioni dedicate a quest’anniversario di recupero:

«Non esiste investimento sicuro: amare significa in ogni caso, essere vulnerabili. Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno, nemmeno a un animale. Proteggetelo avvolgendolo con cura in passatempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo col lucchetto nello scrigno, o nella bara, del vostro egoismo. Ma in quello scrigno -al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto- esso cambierà: non si spezzerà; diventerà infrangibile, impenetrabile, irredimibile. L'alternativa al rischio di una tragedia, è la dannazione. L'unico posto, oltre al cielo, dove potrete stare perfettamente al sicuro da tutti i pericoli e turbamenti dell'amore è l'inferno».

Correte il rischio di amare: ne vale la pena!

mercoledì 21 settembre 2016

7 anni: Il Signore che trasforma la mia fragilità in virtù



Offro questa preghiera per celebrare sette anni dall'inizio del mio percorso di uscita dall'omosessualità praticata verso la virtù della castità. Questo tempo è stato segnato dall'astinenza dal comportamento omogenitale, un impegno rinnovato e sostenuto quotidianamente dalla grazia dei sacramenti e della preghiera così come dall'amicizia fraterna che si realizza nella comunione generata dal condividere onestamente le proprie ferite nei gruppi dell'Apostolato Courage, un percorso di crescita nel vero amore, quello incondizionato ed integrale di Cristo sposo: l'amore casto.
Una prospettiva fino a qualche tempo fa inimmaginabile in una vita, la mia, per troppo tempo ripiegata su di una triplice ferita: psichica, fisica e spirituale. Alle sofferenze della dipendenza da alcol e sostanze si associavano infatti ansia e depressione a fare da contorno all'inclinazione omosessuale, questa radicale ferita dell'identità. Solo nell'assunzione incondizionata della mia impotenza e del mio limite nei confronti di me stesso ho trovato il coraggio per affidarmi a Colui che con il suo amore mi trasforma per realizzarmi pienamente, un giorno alla volta. Offro questi anni di cammino per tutti coloro che ancora soffrono per la loro attrazione omosessuale e sono in cerca di risposte di Verità, li offro anche per tutti quei sacerdoti - ancora troppo pochi - che generosamente offrono un'autentica accoglienza - senza lasciarsi ingannare dalle ambiguità del mondo - con la parola e con l'esempio della loro vita, perché possano essere sempre più testimoni della Misericordia del Signore.


La Preghiera del paradosso
o della trasformazione:

Ti prego, o Dio, trasforma:
le mie ferite in sorgente di grazia

la mia miseria in povertà
la mia solitudine in consolazione
la mia memoria in riconciliazione
la mia inquietudine in ricerca
la mia vergogna in umiltà
la mia repressione in Castità
il mio dolore in compassione

la mia disperazione in Fede
il mio disadattamento in Speranza
la mia pulsione di morte in autodonazione
le mie amarezze in sete di Giustizia
il mio senso d'inadeguatezza in Prudenza
la mia rabbia in zelo
il mio narcisismo in rispetto per il mio corpo

la mia autocommiserazione in accettazione
la mia insicurezza in affidamento
la mia alienazione in contemplazione
la mia ansia in sollecitudine
la mia depressione in pace
la mia precarietà in distacco dalle sicurezze illusorie
i miei attaccamenti in Amicizia

le mie paure in timor di Dio
la mia esaltazione in esultanza
le mie rinunce in offerta
Amen

lunedì 21 settembre 2015

SEI ANNI!

21 settembre 2015

Il mio bisogno di consolazione
(appunti a sei anni dall’inizio di un percorso)

Se io quindi fossi in grado di rifiutare qualsiasi umana consolazione sia per il raggiungimento del fervore, sia per la necessità che mi spinge a cercare Te, poiché nessun uomo è in grado di consolarmi, allora certo potrei sperare nella tua grazia ed esultare per il dono di una consolazione mai provata.
Imitazione di Cristo Libro III. XL,3

Festeggio oggi, 21 settembre (S. Matteo), l’anniversario del mio percorso verso la castità e come è, ormai, consuetudine desidero condividere con gli amici che mi accompagnano qualche breve riflessione che mi aiuti a ricapitolare l’anno appena trascorso.

La mia attenzione, anche sulla scorta della meditazione del pensiero di Benedetto XVI, si è rivolta negli ultimi tempi a due temi particolarmente sensibili e con riflessi significativi l’uno per l’altro: la consolazione e la solitudine.

Benedetto XVI scrive “una delle più profonde povertà che l'uomo può sperimentare è la solitudine” e la definisce meglio come “isolamento […] non essere amati o […] difficoltà di amare” (Caritas in veritate,53).

Altrove parla della solitudine come di una sofferenza che ci sarà sempre e che necessita di consolazione e di aiuto (Deus caritas est,28) e ancora la solitudine diventa una “oscura sensazione” associata alla mancanza di senso (Spe salvi,37).

L’origine è da individuarsi nel rifiuto dell'amore di Dio, nell’alienazione dalla realtà e in un conseguente difetto del pensiero che porta ad un illusoria fuga dalla sofferenza. Illusoria perché la libertà dataci per conseguire il bene è fragile.

Una prima risposta può giungerci da un “approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione”, che però non può essere ridotta ad un’interpretazione sociologica, ma necessita di un sano fondamento filosofico ispirato dalla grazia per comprendere “la dignità trascendente dell'uomo”.

Tuttavia “non è la scienza che redime l'uomo. L'uomo viene redento mediante l'amore” (Spe salvi,26) e “la creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l'uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio” (Caritas in veritate,54).

Anche l’amore umano, in una certa misura “redime”, da un senso nuovo alla vita, ma è fragile, non basta. L’uomo ha bisogno di un amore certo, incondizionato, assoluto da cui nessuno potrà mai separarci. Occorre quindi risanare la relazione primaria con Dio. Quel Dio trinitario che è relazionalità pura e vuole associarci a questa realtà di comunione.

“Dall'amore verso Dio consegue la partecipazione alla giustizia e alla bontà di Dio verso gli altri; amare Dio richiede la libertà interiore di fronte ad ogni possesso e a tutte le cose materiali: l'amore di Dio si rivela nella responsabilità per l'altro”. (Spe salvi,28)

L’appagamento dell’amore umano, si mostra nel suo limite proprio nella realizzazione delle piccole speranze che ha alimentato.

L’Amore per l’altro ci è stato rivelato nella figura del sofferente che condivide la condizione dell'uomo. Se non trovo nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di maturazione, un cammino di speranza non potrò accettare la sofferenza altrui e condividerla.

“La capacità di accettare la sofferenza per amore del bene, della verità e della giustizia è costitutiva per la misura dell'umanità”.

“La parola latina con-solatio, consolazione, lo esprime in maniera molto bella suggerendo un essere-con nella solitudine, che allora non è più solitudine”.



domenica 21 settembre 2014

CINQUE ANNI!

21 settembre 2014


“Dio è sempre una sorpresa, e dunque non sai mai dove e come lo trovi, non sei tu a fissare i tempi e i luoghi dell’incontro con Lui”. Papa Francesco

Cinque anni!
Un giorno alla volta e “solo per oggi” raggiungo il significativo traguardo dei cinque anni da quella mia fondamentale risoluzione di abbandonare la pratica omosessuale per dirigermi verso un orizzonte, allora, ancora nuovo e dai confini incerti.

In modo graduale e con una progressione non necessariamente lineare, non sono mancati infatti i momenti di stasi e di turbamento anche grave, affiora in me dalle nebbie di una vita egoista e tendenzialmente autodistruttiva una nuova consapevolezza.

L’accettazione dei miei limiti, della mia incompiutezza è un esperienza che si è realizzata quando meno me lo aspettavo, ovvero proprio quando stavo per gettare la spugna, quando tornavano a piegarsi le mie ginocchia difronte a quell’attrattiva romantica e sessuale che mi aveva già tante volte, ingannevolmente, promesso un’illusoria felicità fatta solo di emozioni.

Quest’ammissione d’impotenza è cresciuta di pari passo con il mio rapporto personale e quotidiano con Dio. Non poteva essere altrimenti. In Lui vedo quella forza che evidentemente a me manca, solo in Lui trovo quella grazia necessaria per provare gioia nei suoi comandamenti (Ps 112), ma soprattutto in Lui scopro una tenerezza ed una pazienza nei miei confronti inaspettata.

La tenerezza di Dio per me continua quotidianamente a stupirmi, mi si manifesta nella delicatezza di tanti amici, è presente in ogni cosa vista in una prospettiva sovrannaturale, e così non posso dare mai per scontato nessun fatto umano, ma questo riflette una luce più intensa.

Vedo in chi mi circonda lo sguardo di Dio per me, la Sua impronta che eleva la dignità di ogni essere umano in cui, come per riflesso, apprezzo quella mia personale e mi sento finalmente amabile ed amato.

Questa visione, oltre le apparenze terrene, si realizza più pienamente solo quando mi predispongo con la preghiera costante ed una certa austerità di vita a ricevere la grazia necessaria per domare il clamore delle passioni, mi occorre difatti il silenzio per ascoltare la parola di Dio. In particolar modo l’adorazione eucaristica mi giova nel duro compito della purificazione della memoria, che soffre ancora per la passata esposizione alla pornografia.

Ma come reagisco difronte all’evidenza dell’amore di Dio per me? Mi lascio plasmare da Dio? Sono docile alla Sua volontà, qualsiasi essa sia ed in qualsiasi modo si manifesti? Domando al Signore un cuore puro, libero di scegliere secondo il Vangelo? Ho quasi vergogna a dirlo, ma nonostante tutte le grazie accordatemi il mio modo di agire soffre ancora troppo spesso della mia presunzione di autosufficienza. La tendenza alla ribellione è sempre viva in me e basta poco per risvegliarla. Mi devo sempre ricordare come in ogni circostanza mi occorrano onestà, apertura mentale e buona volontà se non voglio tornare a sprofondare nei miei abissi personali invece di vivere la vita serena e realizzata che mi viene concessa oggi.

Faccio memoria della mia esperienza di solitudine ed abbandono, questo mi spinge ad agire perché nessuno debba più trovarsi a dover affrontare da solo le difficoltà e le sofferenze che la condizione omosessuale può implicare. Non sono mai stato veramente solo, ed oggi ne ho piena coscienza. Dio mi è affianco per mezzo dei miei fratelli feriti. C’è sempre una speranza perché non solo è possibile vivere in castità ma solo così si può finalmente vivere una vita pienamente realizzata e felice, già in questo mondo.

venerdì 20 settembre 2013

QUATTRO ANNI!

Un percorso di condivisione per superare l'omosessualità
21 settembre 2013


Cari amici,
eccomi a scrivere per celebrare la grazia del quarto anno del mio percorso oltre i confini dell’identità omosessuale verso una più completa unione in Cristo, attraverso lo sviluppo di una vita interiore di castità.

Come sembra essere ormai consuetudine, vorrei cogliere l’opportunità per ringraziare Dio e tutti coloro in cui Egli mi si è voluto manifestare lungo questo cammino, rendendo testimonianza della trasformazione che sta operando in me la grazia.

La ferita interiore che mi accompagna dall’infanzia è stata l’occasione perché col tempo cercassi di soddisfare il mio naturale bisogno di affetto in maniera sempre più inautentica, offrendo agli “altri” una falsa immagine di quello che in realtà io sono. Il mio comportamento omosessuale, sebbene in una prima fase e ancora successivamente a tratti mi abbia mostrato un’ingannevole parvenza di felicità, mi ha condotto progressivamente verso un’alienazione sempre maggiore da me stesso e dalla realtà. Il senso di profonda frustrazione che ne è scaturito ha solo acuito i meccanismi di difesa (rimozione, negazione, dissociazione, idealizzazione ed intellettualizzazione…) che mi separavano da un “io” inaccettabile e dal mondo, in un modo sempre meno socialmente funzionale.

Il processo di autodistruzione – ma forse nel contesto mentale che mi sono trovato a vivere sarebbe più corretto parlare di profanazione – ha coinvolto la mia persona sul piano fisico, morale e psicologico. In questo stato sono giunto a fare il male che non voglio. Spettatore impotente dell’abuso di me stesso, ho finito per trovarmi paradossalmente faccia a faccia col mostro che avevo cercato di sfuggire per una vita.

Quattro anni fa prendevo la risoluzione di questo mio tentativo di cambiamento. – e qui il pronome possessivo sta ad indicare come ritenessi di poter trovare in me e solo in me, al di là delle belle dichiarazioni di principio, la forza e la fiducia per venir fuori da questa brutta situazione. Ce l’avrei fatta anche questa volta, non mi ero forse imposto mille volte sul mondo grazie alla mia forza di volontà ed alle mie capacità? Una decisione imperfetta, ma era il meglio che potessi fare in quelle condizioni.

Ma da dove cominciare? Un sacerdote anni prima mi aveva dato un opuscolo sulla questione omosessuale che riportava una serie di riferimenti. Scrissi a tutti, ricevetti poche risposte, feci un seminario. Non incontrai le persone giuste, ora lo so, ma lì per lì mi aggrappai a quello che mi si parava davanti, come farebbe qualcuno che sta per affogare. Un approccio sbagliato (finalizzato in modo prioritario al cambiamento di orientamento sessuale) finì solo per spingermi verso un processo ulteriormente involutivo ed ingannevole che con la repressione favoriva lo sviluppo di un falso sé.

Puntellare un fianco di un edificio instabile significa far collassare la parete opposta, ed è quello che accadde.

Solo, in una nuova città, avevo ripreso a vivere la notte, abusavo di alcol e psicofarmaci, trascuravo il lavoro, meditavo un altro tentativo di suicidio.

In piena crisi mi si manifestò quella che io considero, perdonatemi l’espressione un po’ enfatica, la mano di Dio. Entrai, direi per caso se solo non sapessi che il caso non esiste ed è la Provvidenza a guidare tutto ciò che mi accade, a far parte di un gruppo di autoaiuto dei 12 passi: quel giorno è cominciata la mia resa difronte alla mia impotenza.

Mi sono soffermato su questa fase del mio percorso di recupero perché la realtà non appare in tutta la sua evidenza nei miei precedenti messaggi annuali, che restano con le loro reticenze, inesattezze e goffe puerilità testimoni fedeli di quanto si stia rinnovando il mio modo di pensare per lasciarmi trasformare (Rm 12,2).

Ma oggi chi sono, a quasi mille giorni da quell’incontro provvidenziale che mi ha salvato e trasformato la vita?

Mi definirei una persona che s’interroga sul senso della propria condizione omosessuale alla luce della Fede in un Dio che ha predicato anche la castità come parte integrante del Suo progetto d’amore, per vedere l’uomo pienamente realizzato.

L'Apostolato Courage
Cosa è successo in quest’anno, al di là dell’astinenza dai rapporti omosessuali, e che cos’è cambiato o sta cambiando in me perché senta il bisogno di condividerlo con voi?
Ho continuato a frequentare un gruppo di autoaiuto spirituale specifico per superare la condizione omosessuale, si tratta dell’Apostolato Courage, un’iniziativa ecclesiale nata negli Stati Uniti più di trent’anni fa e che in questo momento si sta diffondendo in tutto il mondo. Al gruppo ed a ciascuno dei suoi membri sono debitore per l’amicizia, la motivazione e la vicinanza anche nei momenti più difficili. La frequenza del gruppo nel favorire un percorso di autocoscienza ed introspezione del mio cammino alla luce della Fede ha facilitato molto l’opera sia del mio direttore spirituale che del mio psicoteraputa.
Mi sono impegnato nel volontariato con persone con disabilità mentali e fisiche, a loro debbo l’avermi permesso di comprendere il vero significato della dignità umana. Questo mi ha aiutato molto ad accettarmi e ristabilire un contatto con la realtà, consentendomi così di superare le paure che m’impedivano di uscire da me per andare verso l’altro.
Ho terminato un ciclo di 50 sedute di psicoterapia, cui debbo il superamento di una buona dose della mia ansia ed una maggiore onestà difronte a me stesso.

Col mio direttore spirituale, che per la pazienza e la disponibilità meriterebbe di essere canonizzato, ho lavorato molto sull’uso delle contraddizioni come strumento per progredire nella vita spirituale, sulle aspettative (le chiama scherzosamente rancori premeditati), sulla rabbia, sul bisogno di vedere Cristo negli altri e di essere Cristo per gli altri, sull’umiltà che si concretizza praticamente nell’obbedienza a Cristo e alla Sua Chiesa e nell’accettazione dei miei limiti. In particolare mi ha indirizzato verso una continua disciplina (custodia) dei sensi come prerequisito necessario per la vita spirituale, una resa senza condizioni ed un affidamento totale a Dio

Dopo un breve periodo di pausa ho ricominciato progressivamente a lavorare, questo mi ha aiutato ulteriormente nel recupero del rapporto con la realtà, mi ha dato una maggior regolarità di vita e nuove occasioni di socializzazione.

Cosa è cambiato o sta cambiando nel mio modo di comportarmi, nelle mie emozioni e nel mio pensiero?

Vivo una vita appagante grazie alla Fede in Dio, ho cambiato radicalmente atteggiamento e alla ricerca del piacere, dell’apprezzamento altrui e della sicurezza materiale antepongo rispettivamente, la gioia, il sentirmi amato da Dio e la serenità che mi da l’abbandono alla Sua provvidenza.

Per certi versi il cambiamento più evidente è il distacco dalla cultura omosessuale, non l’atteggiamento sociopolitico gay che non ho mai apprezzato, pur essendo un ex tesserato Arcigay, ma la cultura "alta" dell’omoerotismo di un Proust o di un Visconti che ostentavo quasi come un lasciapassare per la mia ambiguità sessuale.

Uno dei frutti del dominio di sé consiste nella pressoché totale mancanza di eccitazione sessuale per immagini e situazioni che precedentemente mi provocavano una reazione per lo più immediata e fuori controllo. Non erotizzo i rapporti con persone dello stesso sesso ed ho uno sguardo autoironico e di intima compunzione verso quelli che fino a non molto tempo fa rappresentavano i miei ossessivi target sessuali. Frustrazione, ansia, collera, autocommiserazione e depressione costituivano il sintomo di un rapporto inautentico con me stesso, con gli altri e con Dio. Oggi sono sereno.

Nel percorso di recupero si dice solitamente progresso non perfezione. La guarigione di questa ferita è graduale e non avviene, tuttavia, senza lasciare una cicatrice. È lungo il cammino della purificazione della memoria.

Continua la mia lotta quotidiana, una lotta a tratti dura che mi rammenta di non essere autosufficiente, di dover ricorrere continuamente a Dio e che costituisce l’occasione per rinnovare la resa difronte alla mia impotenza (senza Dio sono senza forza, sono senza significato).

A volte tornano anche le tentazioni di comportamenti manipolatori ed abusivi, e con questi la necessità di porre un limite a me e agli altri; il riproporsi delle immagini pornografiche come un cibo maldigerito, la rabbia ed il senso di frustrazione, la tendenza a rincorrere pensieri ossessivi, momenti di disagio nel confronto sociale ed una certa tendenza dissociativa. I pensieri intrusivi di violenza possono essere “faticosi”, mi occorre distacco e spirito di affidamento. So di non esserne responsabile ma vorrei che finissero, desidero il silenzio. È umano.

Non accetto il dialogo con le immagini, ma contemporaneamente cerco di leggere le mie emozioni, avendo cura di non reprimerle, per evitare che il fantasma dell’abuso continui a dominare inconsciamente la mia vita ed i miei rapporti con gli altri.

Tutto questo è nulla rispetto alla giostra di un’emotività fuori controllo, come quella che ho vissuto per anni.

Sono riflessioni che potrebbero indurmi un senso di frustrazione se non mi riconoscessi un diritto all’imperfezione. Accetto l’idea che ognuno è perfetto a modo suo e trova il proprio adattamento funzionale. La serenità in questo caso per me consiste nella percezione del limite, nel non incastrarmi in una resistenza inutile, non sono i miei espedienti (i vecchi meccanismi difensivi) che mi aiuteranno a vincere questa battaglia ma l’affidamento senza riserve a chi l’ha già vinta ed ha meritato la vittoria per me, Lui il solo Giusto, il Misericordioso.

Mi piace ricordare a tal proposito una felice espressione del papa della mia gioventù:

"Sforzatevi di accettare con sguardo soprannaturale i dolori e le limitazioni della vostra vita, che tanto valore hanno per la Chiesa; così, uniti alle sofferenze di Cristo, partecipate alla sua opera redentrice del mondo." GPII (1983)

Quest’agonia sulla croce è un invito alla lotta (Lc 13,24), e “non riceve la corona se non chi ha lottato secondo le regole” (2 Tm 2,51) quindi devo combattere “la buona battaglia con fede e buona coscienza” (1Tm 1,18). In questa vita non avrò una libertà completa dalla concupiscenza –l’inclinazione al male– ma questa viene lasciata in me perché la fede non è una condizione acquisita una volta per tutte ma piuttosto una realtà dinamica che è tale solo se, un giorno alla volta, opera “per mezzo della carità” (Gal 5,6 ), è sostenuta dalla speranza e fondata nella fede della Chiesa.
Sono nelle mani del Signore,
Lui si prende cura di me e non mi abbandona mai
Un aspirazione alta, troppo alta, impossibile per me solo. Ma è proprio questa mia inadeguatezza difronte alla legge che ricorda al mio orgoglio sempre risorgente di dovermi mostrare bisognoso per ricevere la grazia di Gesù Cristo. La coscienza della mia non autosufficienza, del fatto che il solo Giusto è Lui e che io non posso meritare se non per mezzo Suo la salvezza mi deve spingere a rispecchiare nel mio comportamento verso gli altri fratelli peccatori e verso i nemici quel cuore chino sulla mia di miseria.



Così e solo così il giogo diviene leggero e posso ripetere: sono nelle mani del Signore, Lui si prende cura di me e non mi abbandona mai.

giovedì 17 gennaio 2013

UN ANNO!

UN ANNO!
21 settembre 2010

Cari amici oggi compio un anno esatto di astinenza da rapporti omosessuali e mi sembra doveroso condividere con voi il raggiungimento di questo obiettivo.

Da quel 21 settembre ad oggi molto è cambiato nella mia vita. Forse il cambiamento più radicale che mi sia capitato di vivere.

Certo l’astinenza è un dato per certi versi confortante, ma avevo già vissuto periodi simili anche più lunghi, la differenza sostanziale è il cambiamento di atteggiamento e di prospettiva esistenziale.

Non più una semplice repressione di una pulsione che continuavo ad alimentare in maniera più o meno conscia quanto un atteggiamento attivo e propositivo per comprendere le ragioni profonde del mio malessere e superarle, dando così uno sfogo corretto e costruttivo al mio bisogno d’affetto e alla mia sensibilità un po’ esagerata.

Col tempo ho cominciato a scoprire la vera natura dei rapporti eterosessuali e -grazie a delle ragazze molto pazienti - comprendere il significato del ruolo che l’uomo deve giocare con la donna che ama. Grazie a queste relazioni affettive sono molto maturato psicologicamente ed ho acquistato stabilità emotiva e senso di responsabilità.


Certo ancora devo molto vigilare sui miei sensi (sia esterni che interni, come la fantasia), ma l’attrazione verso i ragazzi è molto meno forte di un tempo mentre quella –non solo psicologica- per le ragazze ha ormai il sopravvento, anche in termini di funzionalità organica.

Devo ancora lavorare sul mio carattere ancora un po’ timoroso e scarsamente empatico nei rapporti interpersonali, ma sono atteggiamenti autodifensivi consolidatisi nel tempo e tempo ci vorrà per smantellarli completamente.

Contemporaneamente la vita di fede (specialmente la preghiera) è diventata molto più intensa e viva sostenendomi nel cammino.

[...] un pensiero particolare poi a quanti ragazzi e ragazze hanno interagito con me sul blog o attraverso la mail privata.

Un abbraccio a tutti e coraggio

DUE ANNI!

DUE ANNI!
21 settembre 2011


Ciao, mi chiamo Alberto sono una PERSONA con pulsioni omosessuali, da due anni ho intrapreso un percorso di ridefinizione della mia personalità, da allora non ho più rapporti sessuali con altri ragazzi e sono FELICE!

"CAMBIARE le proprie abitudini non è facile. L'abitudine e la routine possiedono una propria forza d'inerzia, che ci spinge avanti nel continuare a fare ciò che stavamo già facendo.Il cambiamento richiede un lavoro di PREPARAZIONE. E' necessario rendersi conto di aver PERSO IL CONTROLLO, di esser diventati animali abitudinari e di essersi lasciati dominare da tali abitudini. Per cambiare dobbiamo accettare un AIUTO ESTERNO. Infine, per cambiare abitudini c'é bisogno di cambiamenti in ALTRI ASPETTI della propria personalità." (A. Twerski: Sveglia, Charlie Brown! p. 65)

Con questa nota voglio ricapitolare, innanzitutto per me stesso, questi ultimi due anni. Dopo un inizio brillante e pieno di speranze, alcuni elementi che ritenevo secondari, come la mia scarsa morigeratezza nella vita notturna, l'alcool che tornava prepotentemente ad assumere un posto troppo importante nella mia vita, una vita spirituale inconstante e l'immortificazione dei miei difetti di carattere (a cominciare da un radicato orgoglio) mi hanno lentamente riportato indietro fino a sfiorare la ricaduta, evitata solo grazie alla preghiera ed all'aiuto esterno.Quest'esperienza "drammatica" mi ha costretto a riconsiderare la strada percorsa fino a quel momento e gli errori evidentemente compiuti. Innanzitutto NESSUNO SI SALVA DA SOLO.

Avevo ed ho bisogno di una comunità, di un gruppo di supporto: in Italia non esiste nulla di specifico come Courage International allora mi sono rivolto al CodA (un gruppo di autoaiuto per le dipendenze emotive basato sui 12 passi di Alcolisti Anonimi, presente nel nostro paese) e li ho trovato persone in cui potermi "specchiare", un gruppo di emotivamente pari. Un altro aspetto fondamentale è stato quello di raggiungere una "sobrietà" complessiva: ho smesso di bere e fumare, frequento regolarmente i sacramenti. Astenersi dal sesso con altri uomini non mi è bastato, le mie pulsioni sono solo un aspetto della mia personalità infantile e narcisista, è questa che deve cambiare radicalmente, stò provando a maturare, a crescere, a liberarmi dei tanti difetti del mio carattere.Un grazie particolare a tutti coloro ragazzi e ragazze, etero, omo, bisex, credenti e non che mi hanno dimostrato il loro affetto e mi hanno aiutato in questa fase così difficile della mia vita.Insieme possiamo farcela: CORAGGIO!

martedì 15 gennaio 2013

TRE ANNI!

pubblicata da Alberto Gonzaga il giorno Venerdì 21 settembre 2012
21 settembre 2012


Mi chiamo Alberto e sono una persona con attrazione per lo stesso sesso, oggi ricorrono tre anni dal principio di questo mio nuovo percorso fuori dalla pratica omosessuale e se l'esperienza trasformante di Dio (risveglio spirituale) che, in questo momento sto vivendo, mi spinge al nascondimento ed al silenzio, desidero tuttavia condividere e celebrare, con una breve riflessione interiore, questo risultato insieme a voi, che mi siete stati vicini nelle difficoltà e potete comprendere il significato di questa lotta spirituale.

Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio.” Gv 9,3

Col tempo si è fatto strada in me il convincimento che ciò che sto vivendo –la mia attrazione per lo stesso sesso- non sia un male da combattere, bensì una condizione esistenziale da interpretare come tempo di prova e occasione straordinaria di grazia, un giorno alla volta.

Abbraccio senza riserve ciò che la Chiesa m’insegna circa la mia inclinazione come “oggettivamente disordinata”, mi occorre –tuttavia- restituire “SENSO” a quest’accadimento che ha caratterizzato in modo cosi significativo il mio percorso esistenziale e tutt’oggi incide nel mio rapporto con Dio.

Negli ultimi mesi ho avuto la grazia di riuscire a praticare, nella misura della mia infermità, la castità del cuore. Se da principio si è trattato di una forma, per certi versi repressiva, con l’andare dei giorni la mente –finalmente rischiarata- ne ha cominciato ha cogliere la natura positiva e complessa. La castità come dono di Dio, dono prezioso che va custodito con cura, prudenza e riserbo. Ma anche dono gioioso, finalmente integrale e senza riserve, almeno nell’intenzione, di me stesso a Dio e -ho quasi timore a dirlo- sacrificio. Solo nell’ammissione completa della mia impotenza difronte all’omosessualità, all’accettazione del doloroso fallimento delle mie “strategie” umane ho trovato la forza per non disperare ed invece umiliarmi per chiedere aiuto a quel Dio che mi si manifesta concretamente negli sguardi e nelle parole di coloro che condividono con me questo percorso, solo per oggi. In quegli occhi vedo rispecchiata tutta la mia insufficienza difronte a Dio e tutta la mia mancanza di significato e valore senza Dio.

Le battaglie non sono finite, ogni giorno scopro aspetti nuovi della mia personalità, nuovi limiti e difetti emergono con più evidenza. Un percorso estremamente dinamico che mi costringe a rimettermi continuamente in discussione, a cambiare prospettiva ed atteggiamento nei confronti di me stesso e degli altri.

Medito frequentemente un passo di san Paolo: “Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: "Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza". Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.” 2Cor 12,7-10

È solo ammettendo il perdurare della mia debolezza, la continua presenza di questa “spina”, che cerco di non opporre un ostacolo alla cooperazione con lo Spirito in me, un’azione “bella” in se stessa (meglio nella sua conformità alla volontà di Dio) che rinuncia al risultato, abbandonando l’esito nelle mani di Dio. Un po’ come un pianista che esegua la partitura scritta da un altro, ecco mi sento come una comparsa che si affida alle scelte del regista, senza pretendere di sapere più del necessario.

La “spina” rappresenta anche le sofferenze che mi trovo a vivere quotidianamente e che cerco di unire al sacrificio della croce del Signore. La dissociazione dal corpo e dalla mente ha scavato solchi profondi nella mia anima ed il contrasto tra essere e dovere può rivelarsi straziante, finché non mi arrendo completamente, accettando di fare di me un sacrificio vivente.

Ancora una volta la “spina” è quell’inclinazione omosessuale di cui non ho colpa, non sono responsabile e di cui non debbo provare vergogna, non è malattia ma sintomo, non oggetto di pubblica dichiarazione ed occasione di scandalo ma materia di confessione privata, non materia di negazione ma di ammissione difronte a me stesso, mai motivo di vanto quanto piuttosto un monito costante per il mio orgoglio. Una “spina” che riemerge periodicamente, trasformandosi in occasione di resa a quel Dio che è morto per me sulla croce.

Ho trovato scritto che “Il bene non fa rumore e il rumore non fa bene. Abbiamo bisogno di silenzio per ritrovare noi stessi e Dio. Dobbiamo rieducarci al silenzio, all’ascolto, alla riflessione. Parlando non s’impara niente, ascoltando si può imparare tutto”, in quest’ultimo anno di recupero credo di aver fatto ancora tanto rumore ma ho anche incominciato ad apprezzare nel silenzio la voce degli amici, i miei “guaritori feriti” che abbraccio con tutto il mio cuore e a cui dedico questo giorno di festa.

“L'omosessuale casto è un "guaritore ferito", la cui vita parla in modo molto più incisivo di moralisti come me, che dicono che l'omosessuale può essere casto e può essere felice solo nella castità. L'omosessuale casto dimostra agli altri fratelli in lotta che anch'essi possono vivere allo stesso modo. Ciò non significa che l'omosessuale casto sia privo di tentazioni legate alla sua condizione, ma che ha imparato a gestirle, con la Grazia di Dio.”
p. John F. Harvey, OSFS (fondatore di COURAGE www.couragerc.org)